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17 aprile 2015

Sermo, il blog dei Medici. Anonimi.

I Medici, o i Veterinari, sono esseri umani, come tutti. Ed in Italia, parlo per i Veterinari, mostrano una particolare passione per l'uso dei gruppi di discussione dei social network. Devo dire, a me non piacciono molto, trovo Facebook un grande e scarso bar di paese, dove trovare più caciara che riflessione. Ed in effetti mi sembra sia quello che capita: abbiamo i fenomeni che si autoreferenziano, quelli che strepitano, che inveiscono, che si ritengono, insomma, un po' di tutto, e a mio parere non così positivo: il peggio della categoria con il peggio dei social network. In qualche caso si deve ringraziare l'anonimato, perché probabilmente insorgerebbero problemi deontologici (a dire il vero dovrebbero insorgere: se una Collega dichiara una palese condotta scorretta sarebbe dovere di chiunque legga intervenire, per non diventarne complice deontologico).

Mi pare quindi molto interessante il social network statunitense Sermo, dove già 350.000 Medici statunitensi e inglesi si possono scambiare confronti, opinioni, idee, con un semplice meccanismo che smonta tutte le velleità e allo stesso tempo favorisce una vera interazione: l'ANONIMATO.
sermo, il network medico anonimo

Mi sembra una soluzione elegante ed efficace per ottenere i migliori risultati, pensateci: non si scatenano le cacce all'uomo, le polemiche, si riduce la comunicazione ai valori veri, non a quelli che hanno voglia di "fare i fenomeni".

A me sembra una bella soluzione. Pratica come solo gli statunitensi sanno trovare. In Italia, terra di mafiosi, l'anonimato viene visto come negativo, qui invece diventa valore positivo.

Ottimo. Peccato che per ora Sermo sia riservato a medici ed osteopati statunitensi ed inglesi, ma si parla di ampliare a tutto il mondo, anche se non ai veterinari. Peccato..

21 agosto 2014

Dottor Google, Veterinario.

Un sondaggio tra i veterinari inglesi che si occupano di piccoli animali rivela dei numeri che possiamo pensare siano molto vicini alla realtà anche italiana.
il 98% degli intervistati dice che i proprietari di animali prima di rivolgersi a loro hanno consultato "Dr. Google", nel senso che il materiale trovato su Internet influenza il loro comportamento nell'occasione di un problema per il loro animale. In compenso solo il 6% dei veterinari intervistati ritiene che questa ricerca Internet sia stata effettivamente utile ai fini della terapia del soggetto, anzi, l'80% ha visitato il paziente più tardi di quanto avrebbe dovuto, con il risultato che è peggiorato il decorso della patologia.

L'81% dei veterinari ritiene che questa ricerca Internet abbia alla base una motivazione economica, con la ricerca una diagnosi e terapia più economica, oppure a costo zero.

Per i professionisti è frustrante il pensare che, anche in buona fede, venga paragonata l'esperienza di un professionista laureato con una ricerca basata su fonti inattendibili.

Leggi l'articolo cliccando qui

Alcune considerazioni. Innanzitutto mi sembrano  sondaggi molto utili, estremamente distanti come impostazione da quelli che vengono effettuati in Italia, molto spesso autoreferenziali e centrati più per dare l'impressione alla categoria dei veterinari "che si sta facendo qualcosa" che non per avere un effettivo dato su cui ragionare.

Secondariamente, continua il divario tra i professionisti e internet. Se i proprietari trovassero pagine attendibile, create dai veterinari, serie, referenziate, probabilmente sceglierebbero queste. Se non lo fanno, probabilmente è perché queste pagine non ci sono.

Cosa fare:
-se siete un proprietario, prestate effettivamente attenzione alle fonti da cui attingere informazioni. È corretto che voi chiediate al professionista di approfondire, di fornirvi magari anche indicazioni sulle migliori fonti del Web, e perché no potete magari anche cercare un professionista che abbia un rapporto meno conflittuale con Internet. Se ignora questa fonte di informazioni non lo fa solo con voi, ma anche nei confronti dell'aggiornamento personale.
- Se siete un veterinario, non lasciate soli i vostri clienti in questa ricerca internet. Fornire fonti attendibili, contenuti, è qualcosa che vi può premiare professionalmente, oltre che un modo per aggiornarvi, direi quasi un dovere etico.

13 agosto 2011

Nota tecnica. Google Plus one.

Mi chiede un gentile lettore cosa significa il tasto +1 che vedete qui sotto (molto attento, nota che sono cambiati i bottoni di condivisione). Vero, prima c'erano i generici bottoni di condivisione sulle reti sociali che ora sono stati ridotti come numero. Ora sono presenti solo le più diffuse: Facebook, Twitter, Google Buzz e appunto il tasto +1, in inglese "Plus one". E' un tasto destinato agli utenti Google (Gmail, Google Reader, eccetera). E' un tasto che significa "mi piace" e che migliora la ricerca Google.
Trovate più informazioni qui
Usatelo, se avete un account Google (è utile, ovviamente non solo su questo blog).
Ciao e buon Ferragosto!

1 agosto 2010

la ricetta informatica. Confusione in campo FNOVI. (prima parte)

Sul numero di aprile di 30 giorni l'avvocato Trombetta, per la FNOVI, prende in esame un quesito che a me sembra importante, anche se mi pare che lo affronti in modo incongruo.

Alle superiori secondo me magari non le davano un brutto voto per lo svolgimento, ma un "fuori tema" non glielo toglieva nessuno. Il quesito iniziale è se abbia valore una ricetta veterinaria spedita per posta elettronica, addirittura tramite la posta elettronica certificata.

Il titolo secondo me crea confusione, dicendo che "PEC e identità elettronica: due concetti assolutamente diversi". Ovviamente. E' come se confondessimo il postino con la raccomandata. Certo che sono cose diverse, ci mancherebbe ancora.

L'articolo fa poi una confusione fondamentale tra posta elettronica certificata e identità elettronica. L'Avvocato Trombetta mescola poi tra i concetti, e francamente l'articolo è poco chiaro, non considera alcune leggi fondamentali e diffonde molte inesattezze in chi legge, soprattutto se non competente.

O meglio, l'avvocato la dice la cosa giusta, ma in una parentesi, quasi per caso, verso la fine dell'articolo: "L’attribuzione della paternità di un dato, di una informazione, viene garantita con la firma (elettronica o digitale) e non certo con lo strumento della comunicazione del dato medesimo (Pec)." Perfetto.

Lasciamo quindi da parte la posta elettronica, certificata o no, che è solo un mezzo di consegna, NON un sistema di identificazione. Il sistema di identificazione è costituito dalla firma digitale, NON dalla PEC. Su questo concetto elementare concordiamo con l'Avv. Trombetta.

La firma digitale, già riconosciuta dalla legge, è invece equivalente ad una firma autografa, e già qui avremmo finito il discorso. Cliccate qui e lo leggerete, a pagina 9. La FNOVI dice che occorre una firma autografa, la legge dice invece che la firma digitale sostituisce una firma autografa, quindi una ricetta con firma digitale è pienamente valida. Sia essa consegnata via posta elettronica, pure normale, che su supporto informatico (un cd, una penna usb, cosa volete)

Tra le leggi dimenticate, troviamo anche la legge 2/2009, leggete l'articolo 16, comma 12:
"Le copie su supporto informatico di qualsiasi tipologia di documenti analogici originali, formati in origine su supporto cartaceo o su altro supporto non informatico, sostituiscono ad ogni effetto di legge gli originali da cui sono tratte se la loro conformita' all'originale e' assicurata da chi lo detiene mediante l'utilizzo della propria firma digitale e nel rispetto delle regole tecniche di cui all'articolo 71."

A me pare che l'interpretazione sia volutamente forzata e confusionaria, allo scopo di negare valore alla ricetta elettronica. Insomma, a leggere sembra che qualcuno abbia detto al legale "veda di giungere a queste conclusioni". Non si spiegherebbero altrimenti errori e superficialità grossolane. Confondere la posta certificata con la firma digitale è ignoranza fondamentale. Basta una semplice ricerca su google per capirlo.

Al quesito rispondo quindi io, e a niente vale che "la Federazione ha sostenuto che" [occorre] l'uso della carta intestata, la grafia leggibile, la firma autografa e originale. Fortunatamente la FNOVI non ha ancora potestà legislativa.

Una ricetta firmata con firma digitale ha pieno valore. Stop. Se volete ottenere la firma digitale: andate alla Camera di Commercio, ne chiedete il rilascio, costa una ventina di euro, vi rilasciano una smart card in un quarto d'ora. Poi comprate per pochi euro un lettore di smart card e scaricate il software. Ci sono addirittura soluzioni tecniche anche più semplici
Da lì in poi inserite la smart card nel lettore ed il vostro file informatico è firmato, e nessuno lo può smentire.

Non vorrei ora dilungarmi su questa marchiana confusione in sede di Federazione, vorrei parlare piuttosto della Federazione stessa. (continua)

19 maggio 2010

Imperdibile. Roberto Marchesini, il benessere animale.

 Bisogna riconoscere il giusto merito ad ANMVI, o a EV, la costola "editoriale" di Cremona, per la diffusione dei propri contenuti via web, su un canale streaming, Livestream.com. Innanzitutto per il meccanismo, che mi sembra sia la giusta direzione. Occorre lavorare in questo senso. Non mi pare invece un'opzione la scelta della FNOVI del canale satellitare, che o hai un canale dedicato, oppure non può coprire alcuna esigenza, tanto più su un canale secondario.

Piuttosto, segnalo un convegno, ma soprattutto una relazione, quella di Roberto Marchesini, assolutamente strepitosa. Interessante dal punto di vista scientifico, perfetta da quello comunicativo. Non tutti quelli che hanno qualcosa da dire possono parlare, a volte parlando fanno peggio. Ci sono quelli che danno il loro meglio scrivendo, ad esempio. Mi pare che Marchesini dia invece il meglio esponendo a voce. Comunque, non perdetevi la sua relazione, totalmente divertente ed istruttiva, nel miglior significato. 45 minuti molto godibili e che scorrono benissimo, sul significato di benessere animale. Non perdeteveli, assolutamente.

Per le altre relazioni, ne ho viste qualcuna, mi sembrano a dire il vero l'espressione di quelli che chiamo "i nuovi mostri". Ma ne parlerò in un altro post. Torno a dire, soprattutto la direzione è quella giusta, della multimedialità via internet. pensare diversamente vuol dire essere rimasti fuori dal mondo. Anche se ce ne sono in tanti, ad essere su "Lost"..

5 maggio 2010

Vi va di discutere? Parliamone.

Aggiungimi a Skype

Una nuova funzionalità, magari vi interessa. Francamente, a me serve più per chiedere alle nostre piccole istituzioni, che si piccano di rappresentarci o di fornire un servizio al cittadino, di fare altrettanto.

La chiamata Skype. Sapete bene cos'è la chiamata Voice over IP. Una telefonata via Internet, con un semplice e gratuito programma. A me viene in mente un'utilissima funzione. Quante volte avete chiamato un ufficio pubblico e cercavate qualcuno che "è appena andato via", o è in riunione, o oggi non c'è?

Se sul sito ci fosse un pulsante come quello che d'ora in poi troverete sul fondo di questa pagina (o di questo post) potreste "vedere" la presenza e disponibilità di chi cercate e contattarlo direttamente e senza perdite di tempo e denaro. Non fareste più chiamate a vuoto. Potreste ricevere o inviare direttamente un file, un certificato, un modulo.
Notare, è tutto fattibile sin d'ora, gratis, semplicemente, senza investimenti costosi (forse è proprio questo il problema)

Vabbè, siamo in vena di sogni. Accontentatevi. Se volete parlare di qualche post, e mi vedete online, chiamatemi o videochiamatemi. parleremo di sogni. O di incubi, quelli che viviamo invece ogni giorno.

Comunque, se siete invece un libero professionista, pensateci anche voi. Aggiungete il vostro recapito skype sul vostro sito, sui biglietti da visita. Non vi costa niente e può aumentare la vostra efficienza. Provateci, ne vale la pena. E magari da qualche altra parte lo capiscono.

Il mio stato

18 aprile 2010

Un'altra bufala. La PEC per i professionisti.

Io capisco che l'informatica sia materia ostica per la classe medica, non parliamo poi di quella veterinaria. Ma magari chiedere una consulenza si poteva fare, e dare una volta tanto ai professionisti italiani un'interpretazione corretta, completa. A me viene in mente che gli Ordini cerchino apposta la complicazione, per poter dire "rivolgetevi a noi", trovando un loro senso di vita. Mah, magari non è così. Ma in ogni caso, la ricerca della complicazione è cosa a cui siamo ampiamente abituati, come professionisti, da parte dei nostri Ordini.


Sta di fatto che ai professionisti viene strombazzata l'esigenza della PEC, quando non esiste, in realtà. Andiamo a leggere la legge 2/2009 e vediamo che "I professionisti iscritti in albi ed elenchi istituiti con legge dello Stato comunicano ai rispettivi ordini o collegi il proprio indirizzo di posta elettronica certificata o analogo indirizzo di posta elettronica di cui al comma 6"


Leggiamo quindi il comma 6 che definisce l'indirizzo come: "indirizzo di posta elettronica basato su tecnologie che certifichino data e ora dell'invio e della ricezione delle comunicazioni e l'integrità del contenuto delle stesse, garantendo l'interoperabilità con analoghi sistemi internazionali."


Cercavo una definizione precisa e ho trovato due o tre pagine molto chiare che spiegano bene la questione. Non sto a ridefinire il tutto, leggete l'ottima spiegazione che soprattutto evita il pasticcio della posta certificata. La firma digitale sostituisce ampiamente la farraginosa PEC, con pieno valore legale, senza costi e maggior efficienza..

15 aprile 2010

Non in veterinaria. Ma almeno da qualche parte.

Almeno per le cose serie, qualcuno ci prova, a migliorare le procedure, con l'unica via possibile. Ma in veterinaria rimaniamo ancora ancorati al timbro, al registro "da vidimare" (ho sentito in questi giorni impiegati pubblici chiederlo), a cosa simili.
Almeno per i certificati di malattia, si passa al rilascio online. Per ora in fase sperimentale, e mi fa paura l'inerzia dei medici forse quanto quella dei veterinari. ma ho già scritto più volte che è l'unica possibilità di cambiamento. Mi preoccupa ancora, in questo Stato inefficiente, la realizzazione delle cose. Troppo spesso abbiamo sistemi informatici che poi prima di essere cambiati ci vanno anni, ma non abbiamo altra speranza. Solo che prima di arrivare alla veterinaria, ultimo e forse non ultimo baluardo dei burosauri, ci andrà una vita. Non vedrò io le riforme. Spero per i posteri.
Anche non votandolo, non si può non condividere lo slogan di Beppe Grillo: "Né di destra né di sinistra, siamo avanti". Non esistono altre strade percorribili.

Dal Deserto dei Tartari, buona giornata.

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14 dicembre 2009

Il farmaco veterinario ed i luoghi comuni

Ancora l'altro ieri, una cena di colleghi, a fianco a me, i soliti luoghi comuni dei veterinari: il farmaco, all'estero lo vendono i veterinari, ecc.
Balle. All'estero i veterinari stanno smettendo di vendere il farmaco.
Troppa la concorrenza con le vendite on line, con i grossisti. Ormai la tendenza sono soluzioni come http://www.vetcentric.com/practices o http://www.vetsource.com/hospitalstaff.html o
http://www.myvetsmeds.com/about.shtm o https://www.mwivet.com/Default.aspx

Sostanzialmente il veterinario non vende niente, si affida a un grossista e ne ricava una percentuale. In alcuni casi l'integrazione avviene con alcuni diffusi sistemi informatici, che creano ricette ad hoc, spedite direttamente al grossista, che poi fa la vendita del farmaco.

Il sistema a me pare funzionante, è un classico dei meccanismi che funzionano: tu cliente hai la comodità, i vantaggi della vendita on line, io ho un lavoro correttamente retribuito ed il farmaco controllato correttamente.
Qui in Italia verrebbe etichettato come "comparaggio", ma in realtà risolverebbe moltissimi problemi, inclusa la circolazione in nero del farmaco.

Inoltre, questa è la dimostrazione che la vendita diretta del farmaco non è così redditizia, lo dico da anni. Meglio chiedere un giusto compenso professionale. Ma qui continuiamo, ripeto, con i luoghi comuni. Imperanti, purtroppo..

12 dicembre 2009

Mancano gli incapaci o la banda larga?

Molte critiche per i tagli (poi revocati) alla banda larga. Per carità, io ne vivo senza, e la vita è complicata. Però, se l'impiegata che mi deve mandare una scannerizzazione di un foglio me la fa in formato TIFF, non compresso, 1MB che deve viaggiare, e non in un formato compresso come Jpg o Acrobat, circa 40 Kb, non è la banda larga che manca. E' la competenza, la capacità. Questa sì che manca..

2 ottobre 2009

Aria nuova

Chiunque sia interessato a fare una proposta culturale per la veterinaria dovrebbe guardare, e secondo me imparare, da Veterinary Economics, rivista prima cartacea ora solo online. Il suo sito contiene tutto l'essenziale, rapido, conciso. Audio, Twitter, Facebook. Podcast, video. Tutto, e ben fatto, e condiviso. Molto, molto interessante e consigliato. Poi gli audio, molto interessanti anche per chi vuole rinfrescarsi l'inglese. Quando ascolti Christine Merle, master in Business administration che proclama "It is not a job, it's a business", aahh, che carica....

3 luglio 2009

Triste aver ragione.

Ho sempre pensato che quando dici "ve l'avevo detto", è una magrissima consolazione, perché magari hai avuto ragione, ma i fatti ti danno perdente. Sei stato imbarcato a forza sulla nave dei perdenti, e che tu lo voglia o no, sei con loro.
Magari in questa situazione non è proprio così, ma certo leggere della proposta di legge dell'On. Roberto Cassinelli mi fa pensare a quello che ho scritto più volte a proposito della cartella clinica.

Riassumendo i fatti, un articolo su La Stampa parla della proposta di legge che vorrebbe imporre l'obbligo di cartella clinica ed altre questioni alla professione veterinaria.

Come già scritto, l'obbligo di redigere una cartella clinica sarebbe secondo me vantaggioso per tutti, anche per i veterinari, e le motivazioni le ho già dette.
Ma se non riesci a darti delle regole corrette, nel mondo attuale, prima o poi qualcun altro cerca di dartele. Solo che lo fa in modo peggiore.

La proposta dell'On. Cassinelli è superficiale, farraginosa, scritta male e per certi versi fa sorridere. Si rifà all'esperienza nazionale dell'Autore, e siccome è un avvocato, conosce il Consiglio Nazionale Forense, e pensa che esista un Consiglio Nazionale Veterinario, non una Federazione di Ordini come invece è. Si basa su svarioni e pensa di risolvere la questione con un "registro di classe" dell'ambulatorio, chi entra e chi esce, a che ora e perché. Tecnicamente è inadeguata ed insufficiente, se non dannosa. Ripropone gli ambulatori pubblici, soluzione peggiore del malanno, solletica "la panza" del proprietario di animali con obblighi che non sono altro se non espressione rancorosa di un sentimento "antiveterinario", che sembrano voler dire "Tiè, così impari".

Ma il problema sollevato è giusto. Il nodo che la origina ha una grande importanza, e le questioni non sono peregrine.

La carenza di concetti di servizio elementari, come la cartella o l'impegno all'assistenza 24 ore sul territorio, è cosa non da poco, e sentita dai proprietari di animali.

Sono questioni che dovevano essere affrontate dalla categoria in modo non burocratico, con un progetto elevato e sensato, e non trascurate, magari cercando di gabbarle, come fatto sinora.

Mi interessa anche parlare della levata di scudi della categoria. Innanzitutto, notiamo come al solito che siamo costretti a giocare in difesa, ed è inutile cercare di fare il contropiede, non riusciamo ad uscire dalla nostra metà campo.

Già nell'articolo de La Stampa il Presidente del mio Ordine, Cesare Pierbattisti, ciurla un po' nel manico, sostenendo che "di fatto" l'obbligo di cartella clinica esiste già. Quando sostieni che una cosa esiste già "di fatto", vuol dire che in realtà non c'è. Il Veterinario è in effetti libero di non appuntarsi un bel niente, e poi scrivere due balle a fine terapia. Non si dovrebbe discutere dell'obbligo o meno che ci sia la cartella, ma del fatto che debba essere obbligatoriamente consegnata.

Oscar Grazioli, su Libero, dà pienamente, non parzialmente, ragione all'articolo, dicendo che "a questa situazione stanno cercando di porre rimedio..". Che non vuol dire confutare le tesi della proposta di legge, anzi. Sinceramente, non capisco poi cosa c'entri l'argomento "non siamo pagati molto".

L'ANMVI invece usa mezze bugie, dicendo che esiste già il giuramento di Ippocrate per i veterinari (fortunatamente non siamo così stupidi. Sono i giuramenti che vanno aboliti, sono una baggianata senza limite) o che la professione è "più avanti" della proposta, una risposta che ha un suo senso, ma che alla fine si rivela zoppa. Anche qui, non capisco che cosa c'entra il Comitato Nazionale per la Bioetica. Tra l'altro, io non chiederei il rientro "della Veterinaria". Il rientro di Pasqualino Santori mi sembra auspicabile, ma "della Veterinaria" in astratto mi dice proprio poco. Mi sembra più una richiesta di una poltroncina che di vera partecipazione.

Insomma, siamo alle solite. Negare che esista un problema, sentirsi "offesi" dall'articolo, come ho sentito in questi giorni, non mi pare la miglior risposta. Penso sarebbe meglio affrontare il nodo fondamentale, l'esigenza di una responsabilizzazione minima della categoria prima che altri cerchino di farlo dall'esterno.

Prevedere che un veterinario debba tenere una cartella clinica dell'animale non è poi un obbligo terribile. Se te lo impongono dall'esterno magari chiedono che tu ci scriva poi anche un brufolino, mentre se il progetto lo fa un tecnico può impostarlo sui fatti salienti, veramente importanti, della vita dell'animale. Non mi pare ci sia da discutere molto. La cartella può essere poi informatica (un pdf), cartacea, un foglio, una cosa semplice, non è un dramma.

Per tutta la questione, alcuni punti fondamentali.
Emerge la sconfitta, in pieno ed acclarata, del sistema ordinistico. La proposta tutto sommato cerca di normare alcune cose che sono comprese, o dovrebbero essere, nella deontologia e codici collegati. Come tutti sanno, ormai, carta straccia. Non perchè non esista norma, ma per l'ignavia degli Ordini, Tribunali inadempienti.

La mancanza di un grande progetto e di una grande comunicazione della mia professione. Non c'è da parte delle istituzioni, non c'è da parte delle Associazioni. Si rimane piccoli, purtroppo. Altrimenti non ci troveremmo di fronte a cose come queste.

Concludiamo pratici, come al solito, con proposte concrete.

Se siete veterinari
: rilasciate al proprietario, senza che ve la debba chiedere lui, una cartella clinica. Personalmente, il mio database mi lascia introdurre le mie annotazioni, e poi le stampo come documento pdf. Ormai il cartaceo è ridottissimo. Lo invio via email e amen, meglio ancora di un foglio che poi magari si perde.
Farete bella figura ad un costo zero, dimostrerete la vostra correttezza in ogni situazione. Potrete anche sbagliare, ma almeno dimostrerete che il lavoro lo avete affrontato correttamente.

Se siete proprietari:
chiedete al veterinario, da subito, dalla prima visita, di rilasciarvi una cartella clinica del vostro animale. Ditegli "Dottore, per me questo animale è importante e vorrei riasumermi i dati salienti della sua salute, non posso poi ricordarmi tutto a distanza di anni", e sono sicuro che nella maggior parte delle volte otterrete una risposta positiva. Dimostrerete da subito l'importanza per voi del vostro animale, e migliorerete il servizio. Non è essenziale che ci siano annotate anche le inezie, ma i fatti importanti si.

Se siete preoccupati per le proposte di legge: state tranquilli, mi sembra che sia la proposta sia le risposte abbiano una grande predisposizione all'inconcludenza, malattia molto diffusa, forse non pericolosa. Tutto rimane come prima, ma questo è peggio.

1 giugno 2009

A cosa serve la tecnologia spicciola. E non solo.

Parlavo in questi giorni con una bella ragazza, e lei mi diceva di un suo capriccio, dell'essersi invaghita di un bel tenebroso. La ragazza non sapeva come creare in qualche modo un gioco di corteggiamento, e io, che non è che poi ci tenga a fare Donna Letizia, ma così, per parlare, le ho suggerito di iniziare ad inviare qualche sms discretamente ammiccante. Poi magari il fortunato avrebbe risposto anche lui ammiccante, e da cosa nasce cosa..
Solo che il tizio, che evidentemente non ha 16 anni, ma nemmeno più del doppio, non può rispondere "perché non sa scrivere gli sms".

Questo è l'esempio migliore di cosa potete perdervi se non usate la tecnologia. Soprattutto la tecnologia spicciola.

Tutti abbiamo letto che il Presidente Obama non ha voluto rinunciare al suo smartphone, un BlackBerry.

Due estremi, due situazioni ovviamente diverse, ma un senso comune: la tecnologia spicciola, quella implementata negli oggetti di tutti i giorni, è molto importante. Potete rinunciare all'ultimo modello di auto, ma forse non vi conviene rinunciare alla tecnologia spicciola di un telefono, qualcosa che vi può servire, e molto, nella vita e nel lavoro di ogni giorno.

Soprattutto negli oggetti comuni come un telefonino le tecnologie implementate sono enormi. Tra un telefono, che serve per telefonare, ed uno smartphone, che legge le email, si collega ad internet, scatta, invia e pubblica foto, cambia molto. La domanda più ricorrente è "cosa me ne faccio di leggere le email? Le leggo poi in ufficio, o a casa". Non è vero. Se siete un professionista, gestire le cose più velocemente e fare più comunicazione può essere importante ed economicamente premiante.

Oltretutto adesso esistono molti abbonamenti dati convenienti ed economici, che con pochi euro vi fanno usufruire di un grande scambio dati in modo economico.

Quali sono le caratteristiche più interessanti di uno smartphone? Innanzitutto la tastiera estesa, simile a quella di un computer. Poi la presenza di un programma per leggere le email e un browser per navigare su internet. Generalmente presenti programmi per file di Office, sia per la creazione che lettura e file di Acrobat (pdf). Molto spesso un navigatore satellitare, con ricevitore GPS integrato e mappe. Soprattutto, su uno smartphone potete installare programmi di vostro piacimento e collegarlo al computer per salvare i dati della rubrica, modificarli, inviare messaggi tramite PC.

Riguardo alla facilità di configurazione, è aumentata notevolmente. Soprattutto con gli account più evoluti, come Gmail, è questione di pochi minuti

Pensateci. Se non vi interessa la tecnologia, magari vi interessano le belle ragazze. Non perdete entrambe, sarebbe un peccato non poter peccare perchè vi manca la tecnologia..

19 maggio 2009

Twitter, Zannel, Facebook & co. Che ci faccio?

Avrete visto, già da un po' di tempo, sulla colonna di destra del blog, qui a fianco, una casella "cosa sto facendo" e il link a Twitter. Che cos'è, che significato ha? Chi conosce Facebook ha già un'idea di cosa sia la domanda "a cosa stai pensando?" che troneggia sulla propria pagina, e gli aggiornamenti di stato delle risposte relative a tale domanda.
Facebook ha integrato questo microblogging nel proprio sistema, ed in effetti ha grande successo.

In sostanza il microblogging risponde alla domanda "cosa stai facendo?", che è la classica domanda tra due persone, due amici, che si sentono al telefono. In 140 caratteri, quelli di un sms, twitter permette un aggiornamento minimalista su questi argomenti con frequenza enorme e facilità di uso. Un sms (in Italia, un sms diretto all'estero, comunque un costo limitato) consente l'aggiornamento della propria pagina su Twitter.

Ma, come un gioco di specchi, l'informazione si può diffondere da twitter ad altre pagine web. E' semplicissimo integrare Twitter con Facebook, vale a dire che io scrivo, posto su twitter e twitter aggiorna automaticamente, nel giro di pochi secondi, la mia pagina di facebook.
Ancora, è molto facile integrare Twitter con una pagina web o un blog, ed è appunto quello che io ho fatto nella colonna di destra del blog. Il codice vi viene fornito semplicemente da Twitter, e non dovete fare altro che incollarlo nell'html della vostra pagina, un lavoro di cinque minuti.

Quindi Twitter in un colpo solo, un post, un sms, vi aggiorna sia il blog che facebook.

Io personalmente ho aggiunto ancora un componente. Siccome Twitter lo aggiornate solo via sms o tramite web (anche dal telefonino, comunque), ho scelto un sistema che permette l'aggiornamento via email: Zannel. Dal mio telefonino, e da moltissimi altri, mandare un email è semplice come mandare un sms e mi costa meno.

Insomma, come in un gioco di domino, dal telefonino invio una mail a Zannel, ad un mio indirizzo specifico. Zannel aggiorna Twitter, che a sua volta aggiorna sia Facebook che questo blog.

Va bene, direte, ma che senso ha? 140 caratteri sono anche troppi per una stupidaggine come "sto mangiando la pasta che mi ha fatto la mamma" (48 caratteri), ma possono avere molti significati.

Ciascuno trova in Twitter, in tutti i suoi cloni (centinaia), il senso che crede. Certo è un modo di fare comunicazione molto rapido, veloce, economico, pratico.

Francamente, all'inizio, avevo pensato a Twitter come ad un modo commerciale per avvvisare i miei clienti della presenza in una zona geografica: se il cliente vede che sono ad Alessandria, può contattarmi se sono vicino a lui, lui ha una visita in tempi brevi, io ottimizzo gli spostamenti. Andando avanti, questo discorso mi ha interessato meno. Ora mi piace di più l'uso come citazione, commento, aggiornamento, notizia, in un lampo di testo. Chi legge "La Stampa" ha presente il breve, pungente commento di Barenghi , "La jena". Ecco, come un haiku non ritmato, un aggiornamento del blog, della pagina Facebook.

Potrete dirmi "chi se ne frega", ma in realtà la comunicazione NON è una cosa, è un complesso di cose, di comunicazioni. Se guardate la vostra automobile, e vi chiedete a che cosa serve la vostra ruota destra posteriore, state ovviamente sbagliando. La vostra macchina comunicativa è un tutt'uno, blog, facebook, twitter. Non potete separare le componenti.

Questo mi pare il concetto essenziale, ma come qualcuno ha scritto, non esistono due modi uguali di intendere Twitter. Ne esistono molti altri, e vale la pena di esplorarli.

Provate a usarlo, e fatemi sapere. o seguitemi su Twitter!

25 aprile 2009

Festa della liberazione. Dal conformismo. Con questa gente qui non ce la faremo mai..

www.Tu.tv
Vivificare cose vecchie con spirito nuovo a me sembra sempre un'operazione interessante. Così potrebbe essere per la Festa della Liberazione, che ammettiamolo un po' subisce l'ingiuria del tempo. Per molti di noi è un giorno di festa, non una ricorrenza. Poi, ci si accapiglia "se è una festa tua o mia", qualcuno va ai cortei, fischia, applaude, fa cosa vuole. Resiste, non resiste, scelga lui cosa fare.

Ma indubbiamente la giornata non è così presente nel nostro immaginario, riconosciamolo. Io vorrei che festeggiassimo la liberazione come cambiamento. In fondo il concetto di "liberaci, non ne possiamo più" è un archetipo della mente umana. Nel Padre Nostro, la preghiera che anche un ateo come me può guardare con ammirazione (è densa dei concetti primordiali, basilari, dell'uomo. Leggete cosa ne scrive Ceronetti), si dice "Liberaci dal male", come richiesta di aiuto, come riconoscimento dell'esistenza del Male.

Da qualcosa abbiamo sempre bisogno di essere liberati. Io dico "Liberaci dalla resistenza al cambiamento". Insomma, se l'Italia non adotta ogni possibile evoluzione, modernizzazione, non ce la farà mai. Dico, parafrasando Moretti, "con questa gente qui non ce la faremo mai".

Non ce la faremo mai con chi resiste al cambiamento.
Con chi non è curioso per il nuovo.
Non cerca di usare costantemente, ogni giorno, ogni minuto, ogni nuova tecnologia per migliorare la propria attività.
Con chi si trova meglio nella via vecchia che in quella nuova. Sa quel che gli rimane, ma non sa cosa perde. Maledetto proverbio.
Con chi vede nel conformismo, nell'abitudine, nella consuetudine, nel luogo comune, una propria forza, il proprio piccolo, meschino piccolo potere.
Con chi "non s'insegna ad un cane vecchio un gioco nuovo". Mica vero.
Non potremo mai migliorare con chi è affezionato "alla carta", "alla firma", "al timbro". Con chi è vecchio, ma non di anagrafe. E' nato così, è cresciuto così, morirà così. E vorrebbe che tutti rimanessero fermi.
Con chi si affida a "norme", "leggi", "circolari", "interpretazioni", al "rispetto delle regole". Intendiamoci, non sto negando queste, ma dico che queste cose vanno adeguate, migliorate, cambiate. Sennò sono morte.

Facciamo sì che la Festa della Liberazione riviva. Oggi, liberaci da una vecchia e noiosa abitudine. Che ciascuno di noi ne scelga una. Fate cosa volete, ma celebrate la Festa liberandovi dal male, facendo una scelta positiva, scegliete voi.

Una proposta per i i liberi professionisti: iniziate a fare le fatture usando il computer, smettete di farle in cartaceo, inviatele al vostro cliente via posta elettronica. E' possibile, economico, conveniente. Ne parlerò ancora, ma iniziate a pensarci.

Oggi, liberatevi dal male che è dentro di voi: il conformismo. Che sia la nostra festa. Buona giornata.

21 aprile 2009

Gli studenti. E i professionisti.

Ero nella Biblioteca universitaria della Facoltà di Veterinaria e Agraria di Torino in questi giorni. Un buon servizio, niente da dire. Cambiato un po' dai miei tempi, ora lontani. Uso di smart card, postazioni internet per la consultazione delle riviste.

Ovviamente qualche impaccio, essendo la prima volta. Ad un certo punto mi avvicino ad uno studente, era lì da mezz'ora su un computer, gli chiedo "Scusa, sai come si consultano le riviste online con questa smart card?"
Lui era impegnato su Facebook, mi guarda pure un po' stranito. "No, non ne ho idea".

Ho pure guardato la cronologia delle pagine consultate.
La più professionale che ho potuto trovare era lamotosega.com

Altro che Equine Veterinary Journal.
Mi ha risposto "Non ne ho idea". E' questo che mi lascia lì. Non che consultasse il social network. Ma che non vedesse altro.
La disaffezione verso il proprio lavoro, anche futuro, è una delle prime strade storte che si possono intraprendere.

Non imboccatela mai, cari studenti. E Colleghi, purtroppo. Anche se sembra affermazione deamicisiana, è uno dei primi trucchi della professione. Deve piacervi, dovete coccolarla, dovete pure distrarvi. Non potete sempre solo visitare cavalli, magari interessatevi anche della politica veterinaria, scrivete un blog, fate qualsiasi cosa. Ma mantenete viva la vostra passione.

25 marzo 2009

Farmaco Veterinario. Cambiamo gioco.

Un gentile lettore mi chiede, in suo commento ad un mio post, di parlare di un articolo di Alberto Mondellini, Presidente AISA, pubblicato su 30 giorni, pagina 30.

Molto semplice. Un compitino.
Nel senso che il documento AISA individua delle responsabilità che sono minime. Ma minime davvero. E non bastano.

Dice che le industrie devono "garantire scientificamente qualità, sicurezza ed efficacia del farmaco", e che "lo stringente percorso di ricerca, produzione e immissione sul mercato di un farmaco veterinario, è di per sé una garanzia sufficiente dell'adeguatezza del prodotto".

Ovvio, ma non basta. Le industrie della produzione e commercializzazione non devono inoltre produrre e/o commercializzare farmaco in nero. Qui, o facciamo esercizio di sincerità, o lasciamo perdere. Come è possibile che esista una mole di farmaco veterinario in nero come c'è in Italia? Da dove viene fuori? Che ci siano i veterinari prescrittori, può pure darsi, ma non basta. Che l'industria prenda una posizione decisa contro il farmaco in nero, e faccia la sua parte.

Poi, che gli allevatori NON comprino il farmaco in nero. E che se lo fanno, paghino duramente.

Che i veterinari NON collaborino a distribuire il farmaco in nero, a comprarlo, a favorirlo.

Che il servizio pubblico controlli i distributori, gli allevatori, i veterinari in modo serio e non burocratico.

Che si modifichino profondamente gli armadietti. Passiamo alla ricetta informatizzata, almeno per queste situazioni. Se un veterinario intende operare per un'azienda che vuole la scorta, che si doti dei necessari programmi e la ricetta venga emessa di volta in volta, su animale esattamente identificato, ed inviata sia al farmacista (o grossista) sia all'ASL per via elettronica. Manterrei la scorta, nel senso di una minima dotazione in azienda, ma al posto di un registro dei trattamenti in azienda, una serie di ricette molto più controllate inviate presso le ASL. Non più una scorta che in realtà viene usata liberamente e poi "giustificata" a posteriori, ma un normalissimo uso ed un controllo a priori. Certo, sarebbe una ricetta "a tavolino", ma intanto lo è già, e almeno questa sarebbe controllabile realmente.

Che lo Stato semplifichi le norme, le renda facilmente interpretabili, non confusionarie, non pasticciate, ma poi eserciti la sua funzione di controllo non burocratico.

E che chi sbaglia paghi.

Dovremmo ripensare il farmaco veterinario, in modo serio, e tutti. Purtroppo siamo ancora impegnati in una confusionaria melina di centrocampo.
Per adesso, solo una brutta partita.

9 marzo 2009

Blog professionali. Perchè no?

Per tutta la vita ho sentito, e sento ancora, i veterinari dire che "i clienti non capiscono l'importanza della loro prestazione". Questo a livello privato, professionale, mentre a livello pubblico la lamentela si converte in "l'opinione pubblica non comprende l'importanza della veterinaria", oppure "i politici decidono senza ascoltarci" o cose simili.

Qui mi occupo del versante privato, poi farò un altro post sulla parte "di categoria". Se fate una ricerca per blog veterinari su Google, trovate ben poco. Alcuni interessanti, e li segnalerò, ma molti altri giocati sul tono della comunicazione del "veterinario amico degli animali", "foto curiose" o giù di lì. Manca un'informazione fatta dai veterinari, di livello tecnico, che spieghi ai proprietari l'importanza della visita veterinaria. Sarebbe semplice, non costosa, facilmente praticabile, molto efficace.
Se sto zitto, non posso pretendere che gli altri mi capiscano. Nemmeno mi possono ascoltare, figuriamoci capirmi.

Eppure i veterinari continuano a non dire niente e a lamentarsi. Anche i siti veterinari (non i blog) sono fondamentalmente miseri. A livello mondiale le cose migliorano, anche se manca comunque un'informazione estesa.

Per intenderci, manca una cosa come equidblog, che fornisce informazioni di buon livello con un livello di comunicazione discreto, che dà consigli sensati e corretti.

Anche nelle altre professioni non è che ci sia molto di più, ma qualcosa si vede. Pure i commercialisti o gli avvocati hanno qualche blog professionale, che fornisce informazioni, talvolta di discreto livello. Qualcuno a me fa sorridere, ma è comunque espressione di un certo impegno e dedizione.

La veterinaria ha una particolare scarsità. Perché? Quali i motivi? Alcuni sono sensati, altri ci indicano una disfunzione. Qualcuno ha un risvolto personale:
- non ne ho voglia. In fondo comprensibile, no? Lavoro tutto il giorno, anche nel tempo libero devo pensare al lavoro?
- non ne ho tempo. In realtà si spreca molto tempo in cose non utili. Un'informazione di questo genere avrebbe invece una forte utilità ai fini della professione, perché no, del reddito.
- eh si, io gli dò il consiglio gratis e così perdo una visita. Questa una stupidaggine, in realtà. Il cliente meno informato è proprio quello meno attivo, che ricorre all'aiuto professionale solo quando è nelle grane fino al collo. Non ha saputo conoscere i sintomi di malattia, ha lasciato aggravare la situazione, pensava che il cavallo si rotolasse dalla contentezza ed invece era una colica. Informarlo significa sensibilizzarlo.
- con il consiglio a distanza si corre il rischio di sottovalutare una situazione e farla aggravare. Meglio vedere il caso. E' vero, il consiglio a distanza richiede più attenzione, sensibilità e competenza. Ma questo viene percepito dal proprietario, garantito. Se date un giusto consiglio, in più, viene percepita la vostra eticità. L'animale prima di ogni altra cosa.

Altri motivi sono più generali, fanno parte della percezione del proprio ruolo. Nel caso dell'Italia secondo me abbiamo anche una colpa storica degli Ordini professionali, che hanno avversato la "pubblicità", includendoci anche Internet, e vedendola come disdicevole o non decorosa.

Esiste una ritrosia ad "esporsi", mentre in realtà è proprio quello che un'impresa, un'attività economica deve fare: esporsi, spiegare il proprio ruolo, proporlo con criteri di corretta ed aperta competizione.

Il blog professionale potrebbe essere un'ottima occasione per la categoria veterinaria. Stimolerebbe l'attenzione sui temi animali e della cura, farebbe crescere la consapevolezza de proprietari.

Pensateci su. Alcuni consigli:

- usate il blog. E' la modalità migliore, più semplice, aggiornabile, moderna, interattiva, economica.
- prestate attenzione alla comunicazione. Scrivete in modo semplice, non rifugiandovi nei paroloni o nei termini tecnici. Siate diretti, concreti, non fumosi.
- consultate un esperto di grafica
- se potete, effettuate un lavoro di gruppo. Io penso (e francamente, sto già iniziando a ragionarci) ad un blog dove scrivono una decina di veterinari, esponendo i casi e facendo divulgazione.

Non è così difficile. Basta provarci. Iniziate a pensarci su.

21 dicembre 2008

Natale ed Auguri. Commerciali?

Ci sono momenti in cui le cose dello spirito, l'etica, devono prevalere sugli interessi. Poi magari si capisce che possono essere magari interessi coincidenti, che chi ci mette più etica guadagna pure di più, ma questo è un altro discorso. Natale è uno di questi momenti.

A me Natale piace da matti, ci trovo il senso di una vita, dell'anno. E' la vera festa. Quest'anno, poi, non so perché, ma me la godo come un matto, la sento veramente mia, profonda.


Quindi vi consiglio di fare gli auguri ai vostri clienti. Non per fatto di marketing, ma perché nel mio mondo ideale la gente a Natale si fa gli Auguri, e li vive come un bel momento, non come una scocciatura.



Da anni mando una cartolina, una lettera, di auguri, ai miei clienti. E' una cosa che mi piace, ma ha pure un risvolto di marketing. Ve ne parlo, ma ricordate: NON vivete gli auguri come un fatto commerciale. Sbagliereste, peggio che Scrooge.


  • se potete, fate una cartolina personalizzata, non una "generica" cartolina di auguri. Prima le facevo in mio, di proprio, con il pc, magari una foto spiritosa o poche frasi dedicate al mio mondo, condiviso con i clienti. Da qualche anno mi rivolgo a Simona Vitali, grafica preziosa e che mi ha saputo dare alcune soluzioni bellissime. E' diventato quasi un rito: l'ideazione delle cartoline, la stampa, il pomeriggio che trascorriamo a Gavi Ligure. Se trovate il consulente grafico giusto (dovreste già averlo), siete già a metà dell'opera.

  • oltre alla cartolina, aggiungeteci una lettera, un foglio, una o due pagine. Le potete stampare voi, con la vostra normalissima stampante. Vi consente di aggiungere due notizie interessanti, auguri magari un po' più profondi e meno generici, specifici per il vostro settore, e anche un piccolo suggerimento commerciale o notizia. Magari avete inaugurato un nuovo servizio per i vostri clienti, e loro non lo sanno, avete acquistato una nuova macchina che fa una cosa nuova. Quale migliore occasione per dirlo? Questo, scrivetelo voi. Un tono giusto, non solo commerciale, ma amichevole. E' per questo che vi dico che queste cose non potete fingerle. Dovete sentirle.

  • i tempi. Se potete, quindici giorni prima. Per l'affrancatura, con una piccolissima aggiunta, negli uffici postali più grandi, vi affrancano loro le lettere. Attenzione, una volta sono andato in un ufficio postale principale e me li hanno spediti dieci giorni dopo. Se potete, assicuratevi della spedizione. Cercate uffici non piccolissimi (non ce la farebbero) ma nemmeno principali. Magari riuscite ad interagire direttamente con un impiegato e allora è perfetto.

  • imbustare. Se siete in due, per circa 250 lettere, ci mettete al massimo due ore. Se siete soli, vi diventa molto più faticoso. In due scambiate qualche parola e vi passa molto meglio. Prendete i fogli, li accoppiate con la cartolina, piegate in tre e imbustate. All'inizio vi spaventa ma come vi ci mettete vedrete che è semplice

  • firmate. Una firma in originale, sulla lettera o sulla cartolina, è doverosa, dà il giusto senso di augurio, non di circolare

  • gli indirizzi. Ovviamente, dovete usare un computer. Sennò è praticamente impossibile. E non è "freddo". Anzi, una fredda macchina vi consente di essere più calorosi.

  • l'email. NON è la stessa cosa. Questa sì, che rischia di essere fredda. L'email può essere usata per gli auguri SOLO se è veramente personale e personalizzata. Ma per davvero. Sennò è proprio fredda. Allora non avete proprio afferrato il discorso. Idem, e peggio, per gli sms. E tra l'altro, se vi capita di inviare per sbaglio, la combinate grossa. Un anno avrò mandato a cinquanta persone l'sms "Come stanno i tuoi cani?". Ovviamente era solo per una..L'email può andare bene solo oltre la lettera.

  • la telefonata. Certo, per auguri personali, può andare bene. Ma in generale, a tutti noi, piace ricevere gli Auguri per posta, e per Natale. Piacciono le consuetudini, le scansioni direi quasi rituali del nostro tempo. Mandate per posta.

  • a chi, a quali dei nostri clienti, mandare gli auguri? Ovviamente a quelli attivi, secondo me, nel mio lavoro, a quelli con cui siamo stati in contatto negli ultimi tre anni. Personalmente ho il sistema di rating che mi aiuta. Può essere utile anche inviarli a quelli che sono un po' più datati, magari non hanno più il vostro numero di telefono, ma qui dovrete un po' valutare caso per caso.

  • attenzione agli errori, alle gaffes. Se sapete che un cliente ha avuto un lutto, magari mettete due parole personalizzate. Se gli è morto il cavallo, una parola di vicinanza, e non "auguri per Furia" che non c'è più.

In conclusione, fare gli auguri vi costerà poco economicamente, al punto che uno solo dei clienti, che apprezzi, vi ripagherà della spesa, e un giorno di lavoro, che però vi renderà migliori, ed anche più allegri. Non lasciatevi scappare questa occasione. Viene solo una volta all'anno. Ed è adesso!

18 dicembre 2008

Le razze sofferenti. Un concetto da imparare. Oltre a quello di podcast.

Ho più volte dichiarato la mia stima e apprezzamento per il Collega Pasqualino Santori. Ha sempre esposto concetti di cui gli altri parlano dopo dieci anni, se va bene. Ma anche allora non li capiscono.
Ora approccia (in realtà diffonde, ma è da molto che ne parla) un concetto per molti ignoto, ma importante: le razze sofferenti.
I cani soffrono. E spesso soffrono a causa di chi li alleva, e magari con inconsapevole crudeltà li fa soffrire. La selezione genetica fa esplodere le sofferenze genetiche.

L'argomento è enorme, ed importante, e perchè no, pure interessante per il parallelismo in medicina umana. Ne trovate qualcosa su tgcom, che riprende un articolo del Corriere. Vorrei far notare come un commentatore del Corriere dica "Era ora".
La formazione, la sensibilità, la preparazione, l'interesse dei veterinari per la Bioetica, sono pressochè nulli. Molte volte confondiamo la Bioetica con una nostra "morale", cosa ben diversa. I nostri clienti dicono invece "Era ora".
Pasqualino Santori ha secondo me il grosso limite di essere refrattario alla "tecnologia", al nuovo che ormai non è nemmeno più così tale. Io lo vedo come persona ideale per scrivere su un blog, ma non lo farà mai, purtroppo. Anche i testi del Comitato, che comunque consiglio, sono limitativi per lui. Ce lo vedo molto meglio a scrivere con costanza, magari per piccoli post, ma che affrontino un argomento con completezza. Ma non accadrà, purtroppo.
Ieri, con un convegno in Vicolo Valdina, si sono celebrati i 10 anni del Comitato Bioetico per la Veterinaria, parlando appunto di razze sofferenti. Spero che almeno Radio radicale poi diffonda in podcast il convegno, ma non so.
Mi auguro che il convegno sia proficuo, ma penso che sia anche il momento che le istituzioni veterinarie utilizzino di più e meglio le nuove tecnologie per dare diffusione agli argomenti. Podcast, dirette web, chat con gli iscritti. Sono cose semplici, di grande efficacia, nessun costo, enormi vantaggi.
Altrimenti anche il convegno di oggi rimarrà un convegno. Ormai ne abbiamo visti tanti. Spero vivamente che non sia così. Sarebbe molto semplice mettere gli mp3 degli interventi sul sito FNOVI, consentirne l'accesso a tutti. Basta un registratore che costa 100 euro, nient'altro.
Ah, dimenticavo: per chi si occupa del Comitato Bioetico: cambiate il sito!! I testi sono addirittura riportati come immagini, per cui Google nemmeno li indicizza, i contenuti sono minimi, modesti, non utili.
Non basta produrre le idee, bisogna anche saperle diffondere. In questo il Comitato è purtroppo carente. Auguri per un miglioramento, che darebbe vantaggi a tutti.