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31 maggio 2017

Il prezzo del farmaco, non solo in Italia. Ordinari momenti di distorsione del mercato..

Non solo in Italia i prezzi dei farmaci sono distorti da meccanismi poco chiari. Negli Stati Uniti è in discussione una proposta di legge che permetterebbe agli americani di importare stessi farmaci più economici da altri stati, come ad esempio il Canada. Inoltre si parla di imporre un limite massimo di otto mesi affinché la FDA approvi le licenze per farmaci generici.


Nella foto, Bernie Sanders, Senatore, terzo incomodo nella campagna presidenziale USA 2016, mentre mostra le differenze di prezzo tra USA e Canada.

Il meccanismo lobbistico dell'industria farmaceutica è potentissimo, in USA come nel resto del mondo.
Nella foto, una rappresentanza dell'associazione farmacisti incontra i legislatori. 

Cosa cambia dagli Stati Uniti all'Italia? Sicuramente la maggior commistione tra potere, informazione e rappresentanza dei cittadini, poi un atteggiamento più supino del nostro popolo, che accetta maggiormente dichiarazioni ideologiche piuttosto che affermazioni concrete da parte dei politici, ed ovviamente una politica solo apparentemente puritana dell'America, ma che produce maggior trasparenza ed azione.

In quanto al farmaco veterinario, l'Italia patisce la presenza dell'industria dei grossisti, della mancanza di una distribuzione diretta da parte dei veterinari, di un Ministero che non agisce incisivamente per migliorare questo stato di cose, insomma, un ritardo secolare di uno stato borbonico. Purtroppo, con la fiammata conservatrice in atto, il prezzo dei farmaci veterinari sembra destinato a restare distorto per molto tempo ancora....

3 luglio 2015

La FNOVI che nemmeno nel 1700 sarebbe stata al passo con i tempi...

Una nota della Federazione degli Ordini Veterinari lamenta la "mancanza di linee di indirizzo per la telemedicina veterinaria" in merito ad "applicazioni web che pubblicizzano una sorta di telemedicina veterinaria" (notare il sottile dispregio insito in "una sorta").

Cosa è successo? Un Collega ha realizzato un'iniziativa in cui per un compenso di dieci euro si può videotelefonare e ricevere una consultazione relativa ad un proprio animale. Vedi il servizio cliccando qui. Notare bene che migliaia di veterinari tutti i giorni fanno la stessa cosa gratuitamente, ricevendo richieste di consigli da parte di pazienti già conosciuti o meno "di persona". In questo caso invece ci si rivolge a pazienti non necessariamente già presenti nella propria clientela. A me sembra che nessuno possa essere così cretino da pensare che un caso affrontato "de visu" sia uguale ad uno per videotelefonata. Chiunque capisce che le possibilità diagnostiche sono diverse, e se non lo capisce fa parte della schiera dei rimbambiti, e non mi starei a preoccupare per lui (o lei): ogni secondo ne nasce uno.

Ma una marea di veterinari, che fanno molto i professionisti, ma se gli parli di concorrenza si mettono a piangere come vitellini, si è messa a frignare, indignarsi, lamentarsi, sui social network, i luoghi più codini del mondo. Apriti cielo, anche la FNOVI ha voluto far sentire la propria indignazione e il desiderio di tutelare la clientela, il pubblico, invocando "la tutela della salute pubblica, dei pazienti e dei clienti" (notare che tante altre migliori occasioni vengono invece tralasciate...). Insomma, tutti sulle barricate contro "strumenti innovativi" verso la quale la FNOVI "non ha preconcetti", avendo realizzato "il primo strumento di geolocalizzazione delle strutture veterinarie" (una cosa ridicola. Cosa c'entra?). Da scompisciarsi dalle risate.

Per la FNOVI evidentemente il Dott. William Cullen è cosa ignorata. Questo eminente clinico inglese, vissuto nel 1700, avviò un floridissimo servizio di consultazione medica tramite lettere, che gli venivano inviate dai pazienti o da suoi colleghi, con risposte comprendenti anche prescrizioni mediche, dietro pagamento di una cifra normalmente di una guinea, casi complicati tre.

Di tutti i casi il Dott. Cullen tenne un archivio preciso, che ora è oggetto del Cullen Project, un'operazione culturale evidentemente troppo sopra ai concetti FNOVI (notare il mio sottile dispregio), che probabilmente vede questi "strumenti innovativi" troppo avanti con i tempi. Nemmeno nel 1700 si era così indietro da pensare cose simili.

Clicca qui per il Cullen Project e ridere anche tu di posizioni così retrive.


Di per sé l'operazione del Collega a me sembra ne più ne meno che una prova, un Lab, un esperimento da usare in una sandbox, perché no? In fondo, è far capire al cliente che il tempo di un professionista si paga, non mi sembra poi una cosa negativa. E comunque l'atteggiamento dei Colleghi, che ripete lo schema "io non faccio niente, ma se tu fai qualcosa mi incavolo perché magari fai più di me", a me fa dannare più di quello del videoveterinario, che almeno a smuovere le acque ci ha provato, no?

Insomma, il consueto stile conservatore e attaccato come una cozza alle forze più retrive della professione veterinaria, mai un briciolo di innovazione, sempre dietro alla coda del maiale. E dietro alla coda del maiale si sa cosa si trova...

Accomodatevi, io rimpiango e sogno il Dott. Cullen, innovatore di 250 anni fa, leggendo le sue interessantissime lettere di consulto....

26 gennaio 2015

Le porte chiuse. Ma non per tutti? Chi specula sul farmaco veterinario?

Certamente l'azione più incisiva e moderna sul tema del farmaco veterinario è stata realizzata nel corso dell'ultimo anno dal SIVeLP, e bisogna dare atto dopo al suo Segretario Nazionale Angelo Troi di aver colto nel segno molte volte, attuando una strategia efficace.

Il settore è purtroppo dominato dalle lobbies farmaceutiche, sia a livello nazionale che europeo, e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti (clicca)

a parità di principio attivo il farmaco veterinario italiano costa 3,4, 8,10 volte di più che non quello umano o quello europeo. Un vermifugo per cavalli costa in Italia più di venti euro, all'estero lo acquistate per dieci. 

Le confezioni sono inadeguate, talvolta sproporzionate, giustificate solo dal voler vendere più farmaco ad un prezzo più alto. Non si capisce perché a uguaglianza di prodotto, uno umano e uno veterinario, non si possa somministrare un prodotto umano e non uno veterinario, tanto più quando si parla di animali non destinati alla macellazione. 

I veterinari rischiano pesantissime sanzioni cercando di fare il corretto interesse del proprietario dell'animale, prescrivendo a parità efficacia il prodotto più economico. Addirittura è stato modificato anche il codice deontologico che in una versione di circa una decina di anni fa obbligava il veterinario a scegliere, in condizioni di eguaglianza, il prodotto meno costoso.

Il grosso problema è che qualcuno sta giocando anche con le istituzioni veterinarie, con la FNOVI e con gli Ordini.

Si è svolta recentemente una riunione esplicitamente "a porte chiuse" per parlare di questo problema nella sede della Federazione degli Ordini. La cosa strana è che non sia stato presente il Sindacato dei veterinari, tanto meno rappresentanze del movimento che in questo ultimo anno ha protestato contro lo stato di cose del farmaco veterinario, e che non si abbia nessun resoconto dettagliato di chi ha detto che cosa in questa riunione.

A giudicare da un intervento televisivo di ANMVI, associazione che ha un suo forte peso in FNOVI, si può ben temere che si voglia fare l'esercizio del Gattopardo, affermando di voler cambiare tutto perché non cambi in realtà niente. Si arriva alla solita richiesta di abbassare l'IVA sulle prestazioni veterinarie o sul farmaco veterinario, quando si dovrebbe sapere che verosimilmente questa richiesta non verrà accettata, che in altre nazioni l'IVA sul farmaco veterinario è addirittura più alta (in Francia il farmaco ha un'IVA normale del 19% esclusi i farmaci destinati alla riproduzione che pagano l'IVA al 10%), quand'anche questa richiesta venisse accolta creerebbe un ulteriore danno ai veterinari, derivante dal fatto che i veterinari possono dispensare il farmaco unicamente come "prestazione veterinaria", quindi con IVA al 22 + 2% di cassa previdenziale.

In competizione con i grossisti e i farmacisti, i veterinari partono svantaggiati proprio per questo motivo acquistano: acquistano il farmaco con l'Iva del 10% e devono rivenderlo con il 22 + 2%, lottando quindi ad armi impari

Quello che non si capisce è 

perché una lotta storica dei veterinari italiani, che hanno sempre affermato di voler vendere il farmaco come tutti i loro colleghi stranieri non venga portata avanti in questo momento.

Perchè tutti gli intervistati, dalla rappresentante del famoso "gruppo farmaco" della FNOVI al presidente ANMVI, non dicono una cosa molto semplice, e cioè che fare "vendere" e non "dispensare" il farmaco dai veterinari consentirebbe un abbattimento dei costi?

Esiste una forte pressione da parte di frange della professione veterinaria per costringere all'obbligatorietà dell'uso del farmaco veterinario, mantenendo la norma già in atto adesso. L'idea che queste frange hanno è che in tal modo si restringa il mercato e quindi la distribuzione tramite i veterinari se ne avvantaggi, traendone un reddito. Visione molto miope, soprattutto non funzionante, anche considerato il momento storico, in cui i proprietari hanno una grande attenzione al risparmio e quindi cercano sempre la fonte più economica.

Un altro brutto sospetto che viene è che le industrie farmaceutiche, fortemente sostenitrici di FNOVI e ANMVI tramite la pubblicità, esercitino una pressione per mantenere lo status quo, opponendosi a ogni riforma.

Le proposte invece che dovrebbero essere portate avanti, sentite dalla categoria, sono quelle di

- libertà di prescrizione tra farmaci umani e veterinari
- libertà di prescrizione di principio attivo
- possibilità per il veterinario di vendere il farmaco con Iva paritaria a quella dell'altra distribuzione (grossisti e farmacisti)
- libertà del veterinario di poter frazionare la confezione vendendo al proprietario unicamente la quantità necessaria alla terapia

La speranza è solo che la categoria smetta di abbeverarsi alle fontane dei facili slogan e luoghi comuni nella quale qualcuno cerca di spingerla e che soprattutto nessuno cerchi di giocare con le istituzioni veterinarie, togliendole dallo Stato di immobilismo e conservatorismo, con anche qualche dubbio peggiore, in cui versano adesso.

24 gennaio 2015

La clinica romana di serie A? (Secondo la FNOVI?)

Una clinica romana ha presentato un conto di € 18.000 a una signora che presentava vaghi dolori addominali, per un ricovero di un giorno (una notte di degenza) e alcuni esami e visite, probabilmente anche superflui (una visita oculistica?), senza peraltro addivenire ad una diagnosi.

Probabilmente una modalità del genere, che è arrivata agli onori delle cronache come truffa in sanità, è forse ritenuta invece espressione di buona medicina da parte della Vice presidente FNOVI, la dottoressa Carla Bernasconi, che in un suo articolo ha diviso la veterinaria in serie A e serie B, caratterizzate la prima da un'alta qualità e un alto prezzo, mentre la seconda dai parametri opposti.

Nulla dice invece la Vice presidente sulle spremiture che in molti casi sembrano essere effettuate dalle grosse cliniche veterinarie, magari non con modalità eclatanti come quelle della clinica privata romana, ma in ogni modo gravi. 

Una buona risposta è giunta da un collega veronese contro cui la FNOVI si è scagliata per la scelta dell'anonimato (quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito), risposta che potete leggere cliccando qui.

Si resta comunque 
stupiti dal fatto che un ragionamento così superficiale e direi anche rozzo come "costoso è bello" sia presentato su una rivista ufficiale di categoria. 
Addirittura leggiamo che poca spesa uguale poca dedizione, come se invece tanta spesa fosse uguale tanta dedizione, cosa totalmente infondata.

L'hanno capito tutti che non è obbligatoriamente così, che il ragionamento è sempre più complesso e articolato, che troppo spesso un alto costo nasconde una bassa qualità della prestazione e una situazione vicina alla truffa. Gli Ordini professionali non sembrano invece aver colto la situazione.

Diciamocela tutta: l'impressione è che alla collega milanese non interessi molto il discorso della qualità ma piuttosto quello della concorrenza sul prezzo, fatto per cui le grandi strutture veterinarie stanno soffrendo enormemente. Questa è l'impressione, francamente assai fondata: non abbiamo sentito una parola di proposta verso altri fattori che sono decisamente importanti nella valutazione della qualità della prestazione veterinaria, come la scelta dei collaboratori, il loro pagamento, la regolamentazione dei rapporti di correttezza delle strutture più grandi quando ricevono un paziente di quelle più piccole, e cose simili.

In assenza di tali proposte, è inevitabile che i proprietari, i clienti, scelgano a favore del minor costo, pensando che almeno si eviteranno la bidonata sui soldi, ragionamento che rischia di essere rinforzato addirittura da posizioni come quelle prese dalla Vice presidente FNOVI, istituzione che come al solito continua ad ignorare la domanda di trasparenza che le viene ripetutamente posta da anni: ma come li spendete tutti questi soldi?

14 maggio 2014

Berlusconi ed il veterinario gratis

A me personalmente non desta molto scandalo il fatto che Berlusconi cerchi veterinari disposti a lavorare gratis per gli iscritti al suo partito, piuttosto dovremmo interrogarci, come categoria professionale, sul fatto che li trovi, e sono sicuro che se cercasse bene ne troverebbe molti.

Li troverebbe perché questi sarebbero convinti di averne un vantaggio economico finale, in altri termini, penserebbero di attirare clientela con un iniziale prezzo gratuito. Insomma, farebbero concorrenza, e fin qui non sarebbe nemmeno grave.

Il problema è che i veterinari non sanno fare altra concorrenza che non quella sul prezzo, per tanti motivi.

Certamente fondamentale in questo stato di cose è una scarsa educazione commerciale. Saper curare un animale non vuol dire conoscere i meccanismi fondamentali della vendita della propria professione. Alla base abbiamo la scarsa educazione finanziaria-economica degli italiani in generale, come pure la carente istruzione in questo settore da parte delle facoltà universitarie, ma anche il fatto che la concorrenza sia stata sempre vista come "tabù" da parte degli Ordini e quindi, anche una volta liberalizzata, vengano viste come disdicevoli le iniziative realmente promozionali, mentre sono ritenute in fondo ammissibili quelle che agiscono sulla leva del prezzo, malgrado in realtà non siano le più potenti.

A me sembra che in questo senso siano state estremamente deleterie iniziative patrocinate dalla Federazione degli Ordini o da ANMVI che hanno promosso il "Mese del cucciolo" o altre cose simili quando invece si doveva scegliere un meccanismo diverso. Non lo dico per critica verso le due entità, ma a scopo direi "pedagogico".

I prezzi sono visti come "paracarri" del valore delle cose. Per essere più chiaro, se io venissi a sapere che, anche per tempi limitati e in zone geograficamente molto distanti dalla mia, un'automobile di lusso viene venduta a un quarto del suo prezzo, il valore percepito dell'automobile verrebbe drasticamente limitato anche negli altri periodi dell'anno e per chiunque venga a conoscenza della riduzione di prezzo. Oltre tutto la grande e veloce diffusione tramite web delle informazioni tra rende la conoscenza degli sconti immediata a tutti i consumatori



Si può dire quindi che la prima botta al valore percepito della visita veterinaria è stata data da queste iniziative. Se so che uno stesso servizio viene venduto da qualcuno a 100 e da qualcun altro, anche per un periodo limitato, o una particolare contingenza, a 10, il ragionamento che mi viene mente e "ma quello che vende a 10 mica ci rimetterà, no?", per cui la percezione del valore si abbassa immediatamente.

Come se non bastasse, ci si aggiunge il potere devastante del prezzo "gratis". Il prezzo gratis è praticamente un ossimoro,  una pratica molto sofisticata in mano ad operatori esperti, mentre operatori poco accorti possono creare dei veri e propri disastri, come è avvenuto nel caso della veterinaria.

L'utilizzo del prezzo gratis è una fortissima distorsione del mercato che deve essere poi canalizzata nei mezzi giusti, affinché si crei un rapporto con il cliente. In mano a chi non sa utilizzare i meccanismi commerciali, il rischio è che si abbia unicamente un effetto di momentanea attrattiva seguito da una diminuzione drastica del valore percepito.

Per comprendere il potere della parola "gratis", sono stati fatti molti esperimenti che confermano la capacità di un'attrazione del genere, anche a discapito della razionalità economica. Un esempio: se vi venisse proposto di ricevere a vostra scelta un buono sconto del valore di dieci euro per il vostro supermercato preferito, consegnatovi gratuitamente, oppure un buono sconto del valore di venti euro, per il quale dovreste invece pagare sette euro, quale scegliereste?

Statisticamente, la maggioranza, soprattutto se coinvolta in un meccanismo che non consenta un grande ragionamento (ad esempio la rapidità, la velocità nell'indicare la propria scelta) sceglie il buono da 10 euro regalato, mentre il calcolo economico farebbe invece scegliere quello da venti, che contiene la maggiore utilità. 

Perché? I motivi sono molti e qualche studioso li ha individuati nel contesto legato "alla paura di perdere qualcosa". Se chiedete a qualcuno che aderisce ad un'offerta gratuita perché lo fa, questi vi dirà "perché non rischio nulla, mal che vada sono come prima", anche se questo è spesso un ragionamento distorto.

Secondo me, avere introdotto operazioni gratis nella dinamica della veterinaria ha scatenato un virus sia tra i clienti (ma questo sarebbe il problema minore) che tra i veterinari stessi, che riescono a concepire quindi di poter operare gratis

Non è così, soprattutto in tempi di crisi, ma ormai i veterinari sono in trappola e di fronte a qualsiasi Berlusconi che arrivi a proporre loro un'iniziativa di visite gratuite promozionali, loro non si tirano indietro, proprio perché la FNOVI e ANMVI ci hanno detto che lavorare gratis può portare un successivo reddito, noi non abbiamo esitazioni a farlo, purtroppo sbagliando drasticamente e peggiorando il circolo vizioso.

Notare bene che sarebbero molto preferibili iniziative di prezzo scontato per un periodo limitato, come quelle che sono state fatte ad esempio su Groupon, aspramente criticate invece dal sistema degli Ordini. Ma quelle iniziative erano invece corrette dal punto di vista commerciale e della trasmissione del valore della prestazione veterinaria: si riferivano ad un ambito estremamente limitato, ad un'iniziativa ristretta come numero di adesioni e come possibilità. Il cliente capiva benissimo che si trattava di un'occasione particolare, di un'iniziativa promozionale, mentre nel caso della visita gratuita si perde completamente il senso del valore di quello che si sta acquistando: se lo acquisto a zero, anche solo per un momento, vorrà dire che in qualche maniera il veterinario non ci rimetterà mica, no? Non si è mai visto in ambito commerciale, e non si vedrà mai, un'iniziativa in cui vi viene regalato un televisore in cambio di niente. Ve lo danno se comprate altro, se comprate un salotto, se spendete in altra maniera, ma altrimenti il massimo che potrete avere sarà un piccolo gadget regalato, non certo un bene importante.

Dispiace che questa ignoranza fondamentale dei meccanismi di valutazione del valore e formazione del prezzo sia condivisa da chi dovrebbe essere la classe dirigente della veterinaria italiana, invece di saper diffondere una giusta cultura economica applicata.


Il consiglio pratico per i veterinari è quello di non aderire a iniziative del genere ma piuttosto di effettuare una sana concorrenza basata sulla prestazione offerta e sulla comunicazione del valore, piuttosto che sul prezzo. Per i proprietari il consiglio è invece diverso: cercate di bidonare tutti e due, sia chi vi chiede il voto che chi vi offre la prestazione gratuita. Cercate di ottenere il meglio dalla prestazione gratuita e poi non votate chi vi chiede il voto. Tutti e due si devono prendere una lezione, in fondo se la sono cercata.

"Datemi un uomo disposto a lavorare gratis, e vi darò uno stronzo buono a nulla"
Charles Bukowsky, "Panino al prosciutto", ed. Guanda, pag. 212.

10 marzo 2014

Alcuni dubbi sulla normativa sul farmaco veterinario. A vantaggio di chi?

Lo scandalo dell'Avastin, farmaco destinato alla cura oculistica ma per cui l'Agenzia Italiana del Farmaco prevedeva l'uso di un prodotto identico nella composizione ma molto più costoso, non è che uno dei tanti scandali che abbiamo avuto nel corso degli anni a carico del Ministero della Salute soprattutto nei risvolti dell'attività destinata al farmaco.

In veterinaria ci sono anche altre situazioni di spreco di denaro, questa volta privato, che non riusciamo a capire, e che alla fin fine producono un vantaggio per le industrie farmaceutiche. Eccone due esempi:

1) i farmaci veterinari sono spesso confezionati in un flacone multidose, con un tappo perforabile di gomma che ne consente il prelievo in frazioni separate. Ad esempio il flacone è da 50 ml, io ne uso 10 per volta, prelevo tranquillamente le mie cinque dosi da un flacone.

In Italia, che mi risulti l'unico paese al mondo, se io prelevo 10 millilitri da quel flacone devo utilizzare il restante flacone entro 28 giorni. 

Allo scadere dei 21 giorni dovrei buttare il flacone. Il Ministero giustifica una norma del genere con un possibile inquinamento batterico o una perdita di efficacia del prodotto. Invece la perdita di efficacia non esiste, nessuno ha mai rilevato problemi legati ad un possibile inquinamento batterico, questa regola non ha alcun senso pratico.

Paradosso estremo, la stessa norma si riferisce anche al farmaco utilizzato per le eutanasia. In altri termini, se utilizzo 5 ml di questo farmaco per un'eutanasia, farmaco contenuto in un flacone da 50 ml, allo scadere del 28º giorno io dovrei buttare tutto il flacone se non lo avessi utilizzato interamente. 

Il farmaco funziona invece normalmente anche dopo 28 giorni, e mi pare il ragionamento più idiota del mondo pensare che possa essere un problema l'eventuale presenza di batteri in un animale che deve purtroppo essere comunque sottoposto ad eutanasia: l'infezione, mi dispiace, non potrà più fargli del male.

Perché una norma del genere? In questi giorni si sente parlare di lobby delle ditte farmaceutiche. Qualcuno può garantire che non è questo il caso? Eppure, ne risulta un vantaggio indubbio del consumo, aumentato in maniera abnorme. Ovviamente, anche usando confezioni più piccole, questo vantaggio aumenta ancor di più, perché i prezzi sono proporzionalmente maggiori.

2) esistono farmaci che hanno identica composizione ma diverso nome e mercato, destinati all'uomo o agli animali. Io sospetto anche che escano dalla stessa officina di fabbricazione, che il principio attivo venga acquistato dallo stesso produttore, e ricevano poi due confezioni diverse, una destinata al mercato veterinario, l'altra a quello umano. In ogni caso il farmaco è lo stesso, identico.

Molte volte c'è però una differenza di prezzo, più volte denunciata dai veterinari, anche di quattro o cinque volte, e quello veterinario è sempre più caro, con grande danno per i consumatori.

La legge impone però al veterinario di prescrivere il farmaco veterinario e non quello umano. Quali i motivi?

Anche qui, il sospetto di una regalia fatta alle industrie del farmaco è alto. In questo caso esiste anche un'altra dinamica, appoggiata anche da associazioni veterinarie: il veterinario può dispensare al proprietario dell'animale il farmaco veterinario, ovviamente non quello umano. Questo fa sì che un obbligo di questo genere, comporti un guadagno scorretto da parte delle aziende farmaceutiche e "corretto" da parte del veterinario, che certamente non ha colpa in questo spreco così stupido sempre ai danni del proprietario degli animali.

Ci sono anche altre stranezze, a dire il vero. Ad esempio, periodicamente, sulle riviste di settore o in incontri con i veterinari, vengono fuori lamentele destinate alle ridotte segnalazioni di effetti avversi da parte di farmaci veterinari, la cosiddetta farmacovigilanza.

In altri termini, se un veterinario rileva che un farmaco produce effetti indesiderati, oppure non funziona bene, magari è dannoso per l'animale, lo dovrebbe segnalare tramite un apposito sistema che coinvolge il Ministero, destinato all'analisi di questi effetti indesiderati

Ora pensateci bene: qual è il fine di un sistema del genere?
Ovviamente, impedire che questi effetti vadano oltre, che si interrompa la somministrazione da parte dei veterinari di questi farmaci, che hanno dato luogo a problemi nel loro uso. Ma basta leggere il sito del Ministero della Salute per capire che non è così: se il fine fosse questo, che cosa farebbe una persona dotata di buon senso? Ovvio, in qualche modo avviserebbe gli altri professionisti per fare interrompere o modificare questa somministrazione potenzialmente pericolosa.

Ma il sito è chiaro su questo argomento: niente relativo alle segnalazioni o alla conclusione dell'istruttoria, all'esito definitivo, viene pubblicato. Niente. Ma proprio niente! In altri termini, si annulla il fine primario, quello di prevenire un danno all'animale e in fondo al suo proprietario. Niente verrà comunicato al proprietario dell'animale morto per effetto indesiderato, niente verrà comunicato a tutti i professionisti. 

Perché? Forse per non danneggiare le aziende farmaceutiche come affermato al Ministero della Salute durante una riunione Assovet? (clicca qui)

Poi ci si lamenta del fatto che il veterinario, utilizzando il tempo proprio, non ricompensato da nessuno, debba mettersi lì a fare tutta la segnalazione e invece non la faccia. E per che motivo? Nemmeno potrà essere di aiuto ad altri colleghi, che senso avrebbe?


Non è la prima volta che scrivo di queste cose, già avevo suscitato le reazioni di AISA e Ministero della Salute a proposito della questione Unisvet, ricevendo generiche affermazioni a difesa. Anche Assovet aveva protestato. contro il considerare "farmaci" e non molecole nella normativa, mossa a vantaggio dell'industria farmaceutica.

Arriverà prima o poi il momento in cui qualcuno si interesserà di questi fatti? Attendiamo davvero con la schiena diritta..

2 marzo 2014

Una grande lezione da Google per l'Università italiana, di veterinaria e non.

Una cosa che dico spesso a giovani laureati o studenti è che "nessuno vi pagherà perché siete veterinari".


Molto spesso chiedo loro "perché un non laureato non dovrebbe essere pagato per fare una vaccinazione?" ed il più delle volte mi viene risposto "perché è un abuso di professione, è vietato", un appiglio legale, senza molto costrutto con la realtà. Nessuno che mi richiami le sue maggiori capacità di comprensione, valutazione, comunicazione. Unicamente un cavillo, in fondo.

Un articolo del NewYork Times mi sembra però grandioso per far capire come la cosa importante non sia "avere la laurea", ma piuttosto "saper fare le cose". Nell'articolo si dice che stanno diminuendo i laureati assunti a Google, e si spiega quello che viene ricercato da una delle aziende più importanti al mondo nel suo personale di alto livello:

 - un'abilità cognitiva generale, ben diversa dal quoziente intellettivo. L'abilità di imparare. Quella di ragionare velocemente, mettendo insieme i pezzi disparati di informazione

- la seconda è la leadership, ma non quella tradizionale, quella che punta a cercare di essere "il presidente, il capo", a Google non interessa se ho avuto delle posizioni dirigenziali, in quanto tempo lei raggiunte, ma piuttosto capire se, come membro di un team, quando deve confrontarsi con un problema, sai fare il passo indietro per far raggiungere alla tua squadra il successo.

- umiltà e senso di appartenenza sono altre due doti ricercate. Vuol dire sentire il senso di responsabilità, di appartenenza all'azienda, per impegnarsi per risolvere un problema, avendo l'umiltà di cambiare le proprie posizioni per adottare il punto di vista di qualcun altro. L'obiettivo finale è il risultato collettivo, risolvere i problemi grazie al lavoro di squadra. Non si tratta solo di umiltà nel lasciare spazio agli altri, ma è un umiltà intellettuale. Senza umiltà, non potrà imparare. Questo è il problema per cui molti laureati fuoriusciti anche da buone scuole non riescono a raggiungere livelli di eccellenza. "La gente di successo prova raramente l'esperienza dell'insuccesso, in tal modo non riesce a imparare dagli insuccessi". Sembra uno scioglilingua, ma è invece un aspetto estremamente importante. Pensare che se succede qualcosa di buono è perché io sono un genio, mentre se succede qualcosa di negativo, e perché qualcun altro è un idiota oppure non avevo le risorse sufficienti oppure il mercato è cambiato…

- la qualità meno ricercata da Google è l’esperienza. Addirittura sembra essere un ostacolo. Se assumi qualcuno che ha una grande abilità cognitiva, è curioso in modo innato, vuole imparare e ha delle doti di leadership moderna, se lo paragoni a qualcuno con l'esperienza, sottoponendogli un problema, la risposta che ti darà l'esperto è "ho visto questa cosa già 100 volte, questo è quello che capiterà", mentre il "principiante" il più delle volte ti darà una risposta identica a quella dell'esperto (a volte non ci va tanto) ma quando poi inizia a lavorare spesso verrà fuori con una risposta nuova, e questo è un valore enorme per un'azienda innovativa.

In conclusione, il talento può venire fuori in molte forme differenti, soprattutto al giorno d'oggi, ed essere costruito in modi non tradizionali, oltre "il buon nome della scuola frequentata". Anzi, quando vai a cercare gente che non è andata a scuola però ha raggiunto buoni livelli nella società, molto spesso trovi persone eccezionali. E Google cerca soprattutto persone di questo tipo.

 "Troppe università non realizzano quello che promettono ai loro studenti. Creano solo un mare di debiti, e gli studenti non imparano le cose più utili per la loro vita. È solo un'adolescenza più estesa". Non è che avere buoni voti, oppure una buona laurea, non sia utile, ma Google dice: "attenti!. La vostra laurea non ha rapporto con la vostra abilità di fare effettivamente un lavoro. 

23 giugno 2013

Luoghi (e persone) già morte. In veterinaria e non.

Dice Ugo Cornia, simpatico e stralunato filosofo modenese, che "non producendo più futuro sono già morti, anche se per un po' esisteranno ancora, sono completamente in mano ai morti". Si riferisce ad un paesino in decadimento, ma io estendo il ragionamento alle persone, agli Enti, alle istituzioni, alle categorie, financo alle persone nella loro attività. E non parlo di prolificità,ma di creazione di spazi, ragionamenti e meccanismi nuovi, innovativi. Essere conservatori, aggrappati a schemi passati, è il primo modo per morire. Il futuro va progettato ogni giorno, con il coraggio di cambiare. Ma cambiare davvero,  non solo imbiancare le pareti.
Come ci manca questo spirito, per il Paese, per le categorie professionali. Purtroppo.

Consiglio i libri di Cornia, una scrittura semplice ma che ci affascina per la profondità. E magari ci fa sperare in un futuro possibile per l'Italia, anche in un momento in cui diventa difficile sperare..

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5 giugno 2013

Ancora sul canile ENPA. Approfondiamo la questione.

A me pare comunque che la vicenda del canile di Torino presenti anche degli spunti interessanti a prescindere dalle considerazioni già espresse sulla sua natura, che a me sembra più di malgoverno che di innovazione.

Al di fuori di questo, notiamo che ci sono alcuni aspetti interessanti. Che cosa fa ENPA?

- si fa pubblicità. In una città metropolitana, in un'area a forte presenza sia di clienti e di animali come Torino, cercheremmo invano sui giornali o altro mezzo qualche pubblicità di attività veterinarie. Niente. Come è possibile? A Torino sono presenti fior di veterinari, strutture tra le più competitive in Italia, catene di veterinari, università, centri di risonanza magnetica, TAC, strutture di eccellenza, insomma, non siamo certo in una zona sperduta!

Perché i veterinari non si fanno pubblicità? Molte le risposte, ad esempio potrebbero non trovare l'investimento redditizio, e questa sarebbe ancora la più accettabile delle motivazioni, oppure preferiscono usare mezzi diversi, magari meno "nobili" come praticare lo sconto sottobanco, e anche questa mi potrebbe pure star bene.
Ma io sono convinto che il motivo fondamentale sia perché "si vergognano" a farsi pubblicità. Abituati da troppi anni di "statalismo ordinistico", che diceva loro che farsi pubblicità era vietato e di disdicevole , la categoria non riesce a scrollarsi di dosso quest'idea balzana, antiquata e dannosa. Ci vergogniamo di farci pubblicità, siamo convinti che il proprietario dovrebbe venire da noi attratto dalla grande fama di luminare che ci dovrebbe accompagnare, impressionato dai resoconti di miracolose guarigioni diventate leggendarie, attratto dagli infiniti diplomi di partecipazione appesi negli ambulatori, stupito per il nostro prestigioso curriculum scientifico, ma non per un riquadro letto sul giornale che ci faccia conoscere commercialmente: per noi significa "essere commerciante" e non "sanitario".

La nostra idea di professione sanitaria è almeno ottocentesca, avvolta da reminiscenze letterarie, farcita di grande rispettabilità sociale esibita in marsine e pince-nez, come negli sceneggiati televisivi.

Non è così, non è più così, il mondo è cambiato: mentre in tutto il mondo i veterinari si fanno pubblicità, noi rimaniamo legati a schemi arcaici.

Non è così per ENPA, gestita da un laico che giustamente conosce il valore del far conoscere la propria attività per adesso con una pubblicità-informazione, successivamente potremo attenderci anche di meglio. In un panorama in cui i professionisti non si fanno pubblicità ovviamente una pagina come quella di La Stampa ha un effetto deflagrante.

Ancora troppi veterinari non fanno pubblicità, non hanno un sito Internet, non fanno la seconda cosa che fa ENPA, e cioè

- comunicazione. Correttamente ENPA comunica, sia con la pagina dell'articolo che con il suo sito Internet, ad esempio. Nella pagina dell'articolo dà al cliente delle informazioni essenziali, incluso un indirizzo di posta elettronica per avere approfondimenti. Ancora troppi veterinari, per non dire tutti, non fanno comunicazione, non hanno un sito Internet, non hanno una newsletter, non danno materiale informativo ai clienti, interpretano la loro attività come finita quando il proprietario dell'animale è uscito dall'ambulatorio. Non è così, occorre mantenere un contatto, una comunicazione. ENPA lo fa e siamo sicuri che la utilizzerà giustamente a proprio vantaggio, come pure ENPA fa anche

- concorrenza. In modo anche leale, aperto, almeno sotto il punto di vista della presentazione ENPA si immette sul mercato e dichiaratamente cerca di attrarre clienti da altri veterinari, di sottrarre clientela alla concorrenza. Lo fa sia utilizzando argomenti che a me paiono un po' a doppio taglio (il prezzo basso) che pubblicizzando anche la qualità, il livello della prestazione. Questo argomento fa parte anche del punto precedente: ENPA afferma con orgoglio di aver comprato "l'anestesia gassosa e un ecografo" per una cifra di € 20.000. Quanti veterinari hanno le stesse attrezzature e ovviamente anche molto meglio, hanno magari una grande organizzazione, un grande livello di professionalità, ma non la mettono sul mercato, non dicono ai proprietari che cosa hanno? Perché il veterinario non rivendica con orgoglio di avere anche lui la radiologia digitale, l'ecografia, il laboratorio, eccetera? Secondo me sempre per la paura della concorrenza, ritenuta disdicevole, sembrerebbe un "vantarsi".
Tutto questo mentre qualcun altro invece giustamente lo fa notare ma non solo.

ENPA fa non solo pubblicità ma anche informazione, comunica in modo aperto e trasparente, con poche parole, la propria semplice strategia tariffaria: una tessera, il costo del vaccino, altri costi favorevoli rispetto al mercato. Per carità, espone secondo me un argomento da poco, però lo espone. Comunica e informa sul proprio prezzo, mentre i veterinari nascondono il tariffario. Addirittura il Presidente dell'Ordine di Torino sostiene che pubblicare o affiggere le tariffe è "assolutamente inutile e riduttivo perché è un modo con il quale le appiattiamo e le rendiamo quindi paragonabili".

Se non ci apriamo a concetti di trasparenza e concorrenza saremo morti, e nemmeno in tanto tempo. Non aver afferrato questi concetti ai nostri tempi è peccato mortale, significa non aver capito i meccanismi fondamentali.

ENPA inoltre utilizza anche una
- forma innovativa di vendita in veterinaria. Non usa più il classico metodo "vieni, visito, paghi ed esci" ma utilizza un prezzo ribassato a chi è socio. Molto probabilmente esistono anche motivazioni legali e fiscali a questa modalità, ma in ogni caso è una forma di vendita diversa da quella tradizionale, cosa che invece i veterinari non riescono ancora a fare, sempre ancorati al modello tradizionale del "pago per una prestazione". Molto probabilmente occorrerebbe ragionare sul come ampliare e sviluppare le forme innovative di vendita nella nostra professione, ma anche qui decenni di immobilismo ci hanno paralizzato e non riusciamo a concepire un modo diverso di lavorare, che invece esiste eccome. Notare bene che la tessera fidelizza anche il cliente e crea un "legame" tra ENPA ed il suo cliente.

In conclusione, oltre al fatto che ENPA riceva contributi e possa quindi praticare dei prezzi artatamente scontati, la categoria non sa proporre un'innovazione dei servizi offerti e non sa pubblicizzare ciò che fa, rendendo doppiamente forte l'iniziativa ENPA, sia perché si presenta in modo eclatante che perché appare innovativa agli occhi dei proprietari.

Il vero problema è che i veterinari torinesi rischiano di perdere clientela a favore di ENPA non perché questa sia meno costosa, ma perché sia ritenuta più nuova, più moderna, più innovativa, in definitiva meglio, della concorrenza. E se perdi un cliente per il prezzo lo puoi ritrovare, se lo perdi per la qualità non arriverà mai più. Queste mi paiono riflessioni urgenti da fare e approfondire, cosa che invece non vedo da nessuna parte.

11 maggio 2013

Perchè l’economia fallisce al Bar. Interessante articolo di Nicola Porro.

Non avete idea di quanto questo articolo di Nicola Porro attenga anche alla veterinaria..

Aggiungo anche una cosa: le norme dello Stato tra l'altro non funzionano nemmeno poi così bene dal punto di vista tecnico. In altri termini: non è per niente detto che poi garantiscano l'igiene, o il funzionamento, a volte fanno pure peggio (vedi norme sul farmaco veterinario).

Da manuale, da leggere e meditare...

16 ottobre 2012

Ascesa e caduta di Groupon. Un'interessante infografica,

Proprio mentre da parte di un Presidente di Ordine si invoca l'argomentazione che il basso prezzo costituirebbe indice di poca qualità della prestazione professionale (e FNOVI plaude), Allison Morris, di Creditscore.net mi invia un'interessante infografica su quella che viene definita la "fine della bolla di Groupon".

Queste considerazioni coincidono a dire il vero anche con il mio esperimento personale di adesione al sito degli sconti: dopo essere andato in uno o due ristoranti, aver comprato qualche altro servizio e in fondo nemmeno averne usufruito in maniera completa, non trovo più molto interesse nel seguire gli "affari del giorno".
Leggiamo queste considerazioni che sono espresse molto chiaramente e comunque traduco qui di seguito.
(Ho dovuto ridurre le dimensioni dell'infografica che trovate più chiara alla pagina http://www.creditscore.net/death-of-the-daily-deal)


Si riprende sostanzialmente la storia di Groupon e altri siti similari di "daily deal", che aprirono nel 2008. 

L'incasso di quell'anno fu per il sito maestro di $ 94.000, mentre nel primo trimestre del 2011 la crescita fu tale che Groupon venne definita la società a crescita più veloce di tutti i tempi: 645 milioni di dollari. Anche le società concorrenti ebbero nell'anno scorso una buona crescita.

Google si offrì di acquistare Groupon nel 2010  per sei miliardi di dollari, offerta declinata probabilmente con un enorme errore strategico: attualmente la compagnia vale 3 miliardi di dollari, la metà dell'offerta.

Sempre nel 2011, Groupon ha registrato un numero record di lamentele dei clienti, ha perso la metà del suo traffico Internet, la sua quotazione in Borsa è scesa dell'82%.

Analogamente è avvenuto per il resto dei siti che propongono sconti: solo negli ultimi sei mesi del 2011, 798 di questi hanno chiuso i battenti e al momento attuale un terzo di loro è fallito. Anche una potenza come Facebook ha lanciato una pagina che proponeva sconti, raggiungendo 900 milioni di persone, ma la pagina è durata unicamente quattro mesi, a causa di una mancanza di redditività.

Cosa avrebbe fatto scoppiare la "bolla" degli sconti?

Innanzitutto ci sono troppi sconti: il 63% dei consumatori riceve delle e-mail da almeno due siti di sconti al giorno.
I produttori, i fornitori di servizi non sono così contenti: su 10 dollari di un'offerta il venditore, calcolati i costi e la percentuale di Groupon ne riceve circa 2,50, e non è detto che riesca a compensare con l'incremento delle vendite: aumentano, ma non sono vendite "premium".
Su 10 fornitori "small business" partecipanti alle offerte Groupon, sette affermano di "odiarlo".

La conclusione dell'infografica di Creditscore.net è che "se i clienti sono stanchi di Groupon, e i fornitori lo odiano, la fine di questo sistema potrebbe essere molto vicina".

Vorrei trarne una conclusione dedicata alla veterinaria.Da parte dei nostri Ordini si continua a ripetere da anni il solito argomento sul prezzo basso e sospetto di poca qualità della prestazione, dimenticando alcune verità fondamentali:

- il prezzo alto non costituisce nemmeno garanzia di qualità. Conosco moltissimi Colleghi che fanno pagare il prezzo della loro inefficienza economica (acquisti sbagliati, strategie errate) ai loro clienti
- proprio l'Ordine dovrebbe essere la tutela del consumatore. Affermare genericamente "attenzione a chi fa pagare poco" è meccanismo buono al mercato degli ortaggi (senza offesa). La realtà è un po' più complessa e dinamica
- la FNOVI (quella che non pubblica il suo bilancio e spende migliaia di euro al giorno) criticò a suo tempo il sistema Groupon, e mi pare rimanga sulla stessa falsariga. L'infografica di Creditscore.net dimostra come l'economia, soprattutto legata ad Internet, non sia un fatto statico ma estremamente dinamico, e come le analisi debbano essere sempre attualizzate.

I professionisti, i veterinari pure loro, sono stati abituati ad un contesto statico, sono cresciuti in un paradigma in cui i soldi arrivavano da soli. Ora occorre essere più proattivi, più svegli, e probabilmente l'azione degli Ordini, che vorrebbe rallentare la dinamicità economica, si ritorce contro loro stessi.

Intendiamoci, plaudo anch'io nobilmente all'azione dell'Ordine di Grosseto, che almeno si muove sul territorio. Ci piacerebbe trovare una maggior vitalità, questo si, un'iniziativa che magari la fiducia del cliente la coltivi, non faccia solo da spauracchio. Qualcosa che crei qualità, non si limiti a dispregiare senza costruire. Ma forse questo è compito troppo difficile per gli Ordini, da sempre abituati a orticelli, più che ai grandi spazi aperti dell'economia. Magari ne scriverò in un prossimo post.

Grazie ad Allison Morris e a Creditscore.net per il grande apporto.

27 aprile 2012

Sticazzi. Alla faccia della tempestività. La FNOVI e l'ambulanza veterinaria.

La FNOVI annuncia che  il camper veterinario che sterilizza gli animali non è autorizzato, è una struttura abusiva. Peccato che lo stesso camper giri dal 2004 e ne abbia già fatte 2600 solo nei primi due anni, di sterilizzazioni. probabilmente il camper è quasi da cambiare, o comunque minimo deve rifare la frizione, in otto anni che gira.
Nel paese del "io non c'ero, e se c'ero dormivo" la Federazione è comunque in buona compagnia: l'ufficio regionale pugliese scrive, in perfetto stile Nicki Vendola, che non mi risulta, non ne sapeva niente,comunque dovevamo farlo noi, casomai vi faremo sapere qualcosa. Tra l'altro lo stesso centro che gestisce questa struttura mobile tiene pure corsi ai veterinari pubblici. Che dovrebbero essere quelli che controllano situazioni di abusivismo.

Al di fuori della facile ironia mi sembra che manchi una fondamentale e serena riflessione sui fatti. La FNOVI mi pare agisca soprattutto per compiacere i veterinari che (legittimamente) operano sul territorio e si vedono scavalcati da iniziative simili.

Penso che dovremmo invece fare una riflessione serena a partire da alcune domande:
- cani e gatti possono essere tecnicamente sterilizzati all'interno di strutture mobili come questa? Se no (ma bisogna anche contestare i numeri prima enunciati), che le si proibiscano in modo deciso ed esplicito. Se sì, che vengano approvate per tutti
-operazioni simili sono realmente efficaci contro il randagismo? Che si faccia una valutazione con numeri e parametri. Se la soluzione è ottimale diffondiamola ovunque sia necessario, altrimenti che sia decisamente proibita.

La realtà è che la FNOVI sembra agire più per calmare "la pancia" della professione che non per fare questi ragionamenti. Peccato.

3 ottobre 2011

L'Europa, assente o presente?

Nella lettera BCE inviata al Governo italiano e svelata dal Corriere della Sera, si richiama il nostro Paese sulla necessità di:

-" piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala". Traduzione applicata alla veterinaria: maggiore ruolo dei liberi professionisti e diminuzione del carrozzone pubblico.

- "il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi.". Traduzione veterinaria: non ce n'è bisogno, ci arriva chiunque guardando le pagine "Operazione trasparenza" dell'odiato (dai dipendenti pubblici) Ministro Brunetta.

-" Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali
sulle spese discrezionali.". Traduzione: chiunque proponga di spendere soldi, o meglio sputtanarli, in nuovi laboratori, ambulatori pubblici, assistenzialismi, università, in caso di deficit veda ridotto il proprio budget. Drasticamente ed immediatamente. Chiunque proponga campagne "sanitarie" veterinarie deve anche rendere conto dei soldi spesi in raffronto con le possibili alternative. Costa di più vaccinare i cani da parte dei dipendenti o è meglio affidarsi ai liberi professionisti?

-" Andrebbero messi sotto stretto controllo l’assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali".

- "Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione
dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese.". Basta vedere gli allevatori come esseri demoniaci che vorrebbero pure guadagnare dal loro lavoro, per intenderci.

- "Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione).".  Orco se è giusto. Aggiungerei che la valutazione deve essere esterna, non autoreferenziale.

- "C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province).". E le Facoltà inutili no?

Insomma, le soluzioni le conosciamo anche noi, non è che ci andasse molto. E la Veterinaria, come molti altri settori, è specchio di questo stato di cose. Vedremo come andrà a finire, ovviamente (o purtroppo).

1 ottobre 2011

Le liberalizzazioni e il farmaco veterinario

Io rimango sempre perplesso quando vedo che le associazioni veterinarie, i nostri rappresentanti, non approfittano del momento favorevole per chiedere una liberalizzazione importante: quella sul farmaco veterinario, per cui si dice spesso che dovrebbe essere venduto anche dal Medico Veterinario, come avviene in tutti gli altri Paesi del mondo. Io ho già espresso le mie perplessità, e non sono così favorevole a questa vendita, ma ne riconosco comunque alcune possibilità di applicazione.

Si parla in questi giorni di liberalizzazioni, sono reputate necessarie da parte dell'Unione Europea, siamo in un momento strategicamente favorevole per chiederla. Eppure niente, non lo chiede la FNOVI, non lo chiede nessuno. Perché?

Molte le possibili risposte, dal fatto che la cessione del farmaco da parte del veterinario è già possibile per la prosecuzione terapia, e quindi ci si accontenta di questa soluzione, seppure imperfetta, alla generica avversione per le liberalizzazioni di cui non si riesce a vedere il valore positivo. Magari anche la volontà di non rompere un fronte comune (che tra l'altro non mi pare nemmeno esista) con l'Ordine dei farmacisti?

Ognuno cerchi le proprie risposte, ma secondo me occorrerebbe evidenziare il fatto che la vendita diretta del farmaco da parte del Medico Veterinario comporterebbe una diminuzione dei costi per le aziende, per i proprietari di animali e per i consumatori, una migliore efficienza del sistema, perché no, un aumento della concorrenza, mito oggi estremamente accettato dall'opinione comune.

Forse proprio l'aumento della concorrenza è un fattore deterrente: il veterinario avrebbe dalla propria l'estrema facilità di distribuzione, ma occorrerebbe una certa organizzazione ed efficienza, forse cose faticose da ottenere.

Che sia questo il motivo?

24 agosto 2011

Riflessioni sui soliti, inutili, intoccabili Ordini professionali.

Una perversione del sistema. Parliamo dei fatti terribili della Clinica S. Rita di Milano, dove i giudici hanno sentenziato una condanna al risarcimento dell'Ordine dei Medici per 200.000 euro, che dovrebbero essere destinati alla promozione di corsi e convegni. Ovviamente non saranno ancora stati pagati, come vedo dal bilancio, che contrariamente a quanto fanno gli Ordini dei Veterinari, almeno sono pubblicati chiaramente. Probabilmente nemmeno vedranno mai un euro, calcolato il fatto che il primario è nullatenente

Ma in ogni caso mi sembra una perversione giuridica o logica. A parte che le vittime prenderanno meno dell'Ordine (80.000 contro 200.000) e già qui mi sembra una presa per il culo. Ma poi il primario, che ricordo praticava disinvoltamente e consapevolmente interventi inutili per avere rimborsi dal SSN, se la cava con 5 anni di sospensione, peraltro comminata dal giudice, non dall'Ordine. Sentenza decisamente mite. E a distanza di più di un anno, con la solita scusa che "si deve attendere la condanna definitiva" (cosa non vera), solo una sospensione, insomma, un buffetto.

Il risarcimento andrebbe dato non all'Ordine, che francamente non sembra aver svolto la sua funzione di garanzia dei cittadini, ma piuttosto ai cittadini stessi, no?

L'inutilità degli Ordini è palese, quotidiana, evidente. Eppure i paladini dell'inutilità, tra cui purtroppo si annovera il nostro Presidente Mancuso, si lanciano in difese parlamentari  molto disonorevoli. Gli Ordini sono inutili per i cittadini, ma servono per far pagare i professionisti stessi. E poi ci si lamenta se questi ultimi non partecipano alla vita ordinistica...

14 luglio 2011

La casta, la manovra, l'ENPAV e gli Ordini Professionali. Tutti insieme maledettamente.

La reazione alla norma che abolirebbe gli Ordini (mai creduta da parte mia) coinvolge anche le Casse Previdenziali, tra cui l'ENPAV ed il suo Presidente, On. Gianni Mancuso.
Io la trovo una grande confusione di ruoli. Attualmente esiste un automatismo per cui ogni iscritto agli Ordini lo è anche alla propria cassa previdenziale. Un meccanismo comodo, che fa da "rete acchiappa pesci" per cui non c'è evasione.

Gli Ordini provinciali fanno quindi da ufficio segreteria dislocato per l'ENPAV, ma secondo me si potrebbe facilmente trovare un sistema sostitutivo.
Che il sistema ordinistico faccia le sue rivendicazioni, che l'Ente altrettanto. Confondere i ruoli fa veramente "casta", come giustamente il Corriere denuncia.

Immagino che Gianni Mancuso sia stato sottoposto a grandi pressioni, come è accaduto per gli avvocati onorevoli che hanno ricevuto una lettera perentoria da parte del Consiglio Nazionale Forense, ma sinceramente questo mi pare il modo peggiore di fare politica, guardando piccoli orticelli e non progettando il futuro.

Senza un grande cambiamento questo Paese non ce la potrà fare...

2 luglio 2011

Aboliamo gli Ordini! No, non aboliamo gli Ordini. Puff..

Non ho creduto nemmeno un attimo alla norma che avrebbe abolito gli Ordini professionali, ed infatti è nata già abortita, feto di un Governo che ha perso ogni sia pur minima forza di cambiamento, ormai allo sbando tecnico. Più che norme tecnicamente deficienti non si vedono. Come ha scritto la Jena, Barenghi, su La Stampa, "Un sogno finito in mezz'ora". Ma nemmeno ci sognamo più, su certe cose.

La cosa strana degli Ordini è che la maggioranza degli iscritti è favorevole alla loro abolizione, la maggioranza dei cittadini anche, ma resistono solo per uno sparuto manipolo di cugini della casta che è affezionata non dico alla loro poltroncina, ma al loro piccolo puff.
Non si vede un ruolo, non una politica, un'idea, un'intelligenza, una novità. Niente. Puff..
Come la norma del Governo, appunto..

Puff..

6 settembre 2010

Chiamparino e la veterinaria. La Stampa

Su La Stampa di domenica 5 settembre, Luca Ricolfi, mente tra le più lucide rimaste in circolazione, commenta il libro - intervista di Sergio Chiamparino, dove ci sono riflessioni del politico che mi sembra si adattino bene al mondo ordinistico italiano.
"......ha poca prospettiva. Che non significa che non si possa gestire anche dignitosamente un declino magari fatto di alti e bassi. Ma il segno rimane quello di una forza che si difende fin che può, fino a consumarsi,"

Questo è il panorama degli Ordini, che senza una capacità riformistica, progettuale, sono destinati alla logica prosecuzione dell'agonia culturale attuale: l'estinzione. Continuare a difendere l'esistente per negare il possibile, continuare a negare l'evidente in nome di una bandiera ormai logora è espressione di una pochezza che non fa ben presagire. Occorre anche dirlo: anche tra gli iscritti agli Ordini non è che ci sia grande spessore culturale, ma nell'ultimo anno qualche segno di vivacità pare esserci stato. Vedremo..

5 agosto 2010

Questo è marketing!

Ho già scritto che secondo me l'angolo della vendita dei mangimi non è così redditizio per i veterinari, e io me ne asterrei. Anche perché prima o poi verranno fuori anche in Italia marketing come questo, che vende prodotti "solo naturali" per cani, con grande scelta e segmentazione del mercato (chi li vuole li paga anche qualcosa in più, si ricerca il cliente che sceglie, non quello che vuole risparmiare).

Mi piacciono i nomi, molto all'americana, non tristi e gufanti come i nostri (i nostri si chiamano rene, fegato, e non sono gli ingredienti, ma le malattie a cui si riferiscono). Qui si chiamano "La porchetta" o "Bistecca e zucchini", con una bella scatola, allegra, serena, commerciale, perché no.

Intendiamoci, anche indicare nei nomi la destinazione d'uso (cane adulto o cucciolo o cane anziano o simile) è una buona scelta, ma il discorso fondamentale è che i veterinari non li vedo molto portati per il marketing commerciale. A dire il vero, nemmeno in quello professionale, purtroppo...

9 gennaio 2010

Se queste sono le riforme...

Mi scrive una gentile lettrice, chiedendomi "Perché ce l'hai con la FNOVI?", e mi sembra utile chiarire quanto già scritto. Io non ce l'ho con la FNOVI, o con il suo Presidente Penocchio. Ce l'ho con la politica, con il progetto (secondo me un non-progetto) che esprimono.

Colgo lo spunto di un articolo sulla deprecabile rivista della Federazione, la nostra Pravda, per riaffermare queste cose, non per "combattere la FNOVI", cosa che non mi interessa, ma per sperare che da qualunque parte le menti possano aprirsi e possa realmente nascere quello di cui hanno bisogno le professioni e l'Italia: un progetto di riforme avanzate.

E' illuminante un articolo a firma di Gaetano Penocchio sul numero di novembre di 30 giorni , "L'autoriforma della veterinaria".

Già una volta Ferruccio Marello, persona moderata ed equilibrata, ha individuato quello che secondo me è uno dei tratti peggiori di questa presidenza, l'essere sloganistica. Roboanti affermazioni, slegate da ogni costrutto. Scriveva allora Marello del programma per le elezioni FNOVI, e diceva grossomodo che se non si sapesse per sicuro che Penocchio è veterinario e da tempo, verrebbe da dire che la veterinaria non la conosce.

In questo nuovo articolo, ritroviamo i soliti slogan, che io francamente mi eviterei. "Questa volta le sirene dell'Antirust faranno molta fatica a incantare il legislatore e la politica", oppure che "si rassegnino gli autori de L'onorata società", nuovo trito pamphlet contro gli Ordini..", insomma, un piemontese, popolo moderato per definizione, direbbe "pisa pi curt", anche solo per scaramanzia. Frasi ad effetto, forse destinate più al convincimento, personale ed altrui, che non all'analisi.

Ma andiamo alla proclamata "autoriforma della veterinaria", affermazione relativa alla proposta di legge Siliquini, che qui trovate brevemente commentata da me. La faccio breve. Ritorno ai minimi tariffari, limitazioni alla pubblicità. Aggiungiamoci esclusione dalle regole di contabilità pubblica per gli Ordini e il quadro è quasi completo. Insomma, l'autoriforma è più una controriforma che altro.

Ecco, io non ce l'ho con la FNOVI. Sostengo che senza un'innovativo progetto di riforma che modernizzi le professioni e gli Ordini, si è destinati alla morte per inanizione.

Se mi si spaccia per autoriforma una pura difesa di norme ormai morte e decotte si manifesta esplicitamente la mancanza di progetto, direi pure anche quella di idee.
Non è con i tariffari minimi che si risolverà la crisi dei professionisti, nemmeno con la limitazione della pubblicità. Ma questo è altro argomento.

Essenzialmente, auspico che si crei nell'ambito delle professioni un movimento nuovo, non più ancorato a slogan o luoghi comuni, ma che elabori idee nuovi, nuovi progetti, non conformisti. Solo così si potrebbe arrivare da qualche parte.

Tutto il resto, sono slogan. E prima o poi gli altri se ne accorgono.