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29 dicembre 2013

Anche io sto con Caterina. Ma con un po' di disagio.

La vicenda di Caterina Simonsen ci pone delle riflessioni in modo urgente, e forse questo è un problema, perché invece queste stesse riflessioni avrebbero dovuto essere fatte con altri tempi e modi, più pacatamente, in modo più profondo.

Riassumiamo la vicenda: Caterina, studentessa di veterinaria, affetta da diverse malattie rare, posta su Facebook una foto dove appoggia la sperimentazione animale, facendo notare che senza questa lei non sarebbe viva attualmente. Si scatena una bagarre in modo totalmente non rispettoso, con auguri di morte nei suoi confronti, maledizioni, insulti, tutto meno che un confronto sereno. Anche Matteo Renzi dichiara in modo esplicito "io sto con Caterina", aumentando ancora la risonanza di questo discorso, che ripeto mi sembra estremamente importante, tralasciato per troppo tempo e ora portato all'attenzione in modo certamente eclatante.

Facciamo così: io dichiaro immediatamente che anche io "sto con Caterina", ma devo anche tirare fuori qualche disagio.

Spiego subito la mia posizione sulla sperimentazione animale: io penso che l'uomo da sempre utilizza gli animali, li plasma, li crea, li modifica, a seconda del suo bisogno. A me questa cosa non scandalizza: se l'umano non avessi avuto bisogno degli animali, non avesse avuto l'intelligenza di plasmarli sulle proprie esigenze, gli animali sarebbero già estinti da un pezzo. Oppure si sarebbe estinto l'uomo, a seconda di come i rapporti tra le categorie umana-animale sarebbero evoluti.

L'intelligenza da parte dell'uomo è stata quella di allevare gli animali, è iniziato tutto lì: al posto di cacciarli e ucciderli, allevarli e ucciderli. Il fine non cambia, ma si aprono in mezzo molte finestre che portano degli sviluppi estremamente interessanti, tra le quali una conduce al rispetto degli animali e alla comprensione delle loro esigenze e soprattutto allo studio di questo rapporto umano-animale. In sostanza, tutto il moderno rispetto dei diritti animali nasce comunque dal fatto che noi abbiamo con loro un rapporto, un progetto. Il fatto è che questo progetto è troppo inconsapevole e poco meditato. Mi spiego meglio.

Quello che non mi piace della posizione di Caterina, ma anche di chi difende la sperimentazione animale, è che non pone come primo aspetto il riconoscimento "senza se e senza ma" dell'enorme debito che noi abbiamo verso gli animali. Io penso che in ogni città, in ogni paese, vorrei quasi dire in ogni casa idealmente, noi dovremmo innalzare dei monumenti verso gli animali, verso i loro sacrifici che ci hanno consentito di prosperare come specie, di crescere e svilupparci, di migliorare e allungare la nostra vita.

Noi usiamo gli animali, li abbiamo sempre usati, se non lo avessimo fatto e non lo facessimo probabilmente ci sarei estinti noi e con noi anche gli animali, almeno nella versione in cui li conosciamo. Tutti gli animali domestici sono il risultato del lavoro dell'uomo: il cavallo non sarebbe così come lo conosciamo, il cane non esisterebbe, probabilmente nemmeno il gatto. Passeremo tutta la giornata a cercare di ammazzare qualche animale per sfamarci, anche sprecandone: la razionalità non è nel cacciatore ma piuttosto nell'allevatore, non coltiveremmo campi e non ce ne fregherebbe niente dell'ambiente: tutta l'evoluzione dell'uomo è iniziata quando è iniziato l'allevamento.

Abbiamo quindi un'enorme debito di riconoscenza verso gli animali, inclusi quelli utilizzati nell'aspetto tristissimo, doloroso, tragico della vera sperimentazione animale, quella in cui animali vengono sacrificati per studiare gli effetti di prodotti o pratiche da parte degli umani.

Ecco, io non vedo mai da parte di chi difende la sperimentazione, inclusa (superficialmente, non ho letto quello che ha scritto, la eleggo a paradigma) Caterina, il riconoscimento di questo enorme debito della specie umana verso quelle animali. Non leggo mai una cosa come "tragicamente, dolorosamente, ringrazio gli animali e gli sperimentatori per il fatto di essere ancora in vita".

Anche io sto con gli sperimentatori E con gli animali. Solo, mi pare che come al solito si affronti un discorso in modo "tifoso", come essere pro o contro la Juve, volendo portare punti al proprio argomento, in qualche caso al proprio interesse, molto concreto.

È un discorso molto profondo, che andrebbe affrontato con grande serenità e senza spunti politici, senza verità predeterminate. Implicitamente, Caterina mostra un amore e una riconoscenza verso gli animali, possiamo presumere, per il fatto di essere studentessa di Veterinaria. In realtà vediamo i primi segni di debolezza di questa presunzione esaminando la situazione proprio nelle facoltà di veterinaria, dove non esistono corsi di etica veterinaria, dove i corsi di medicina legale, come tutti gli altri, sono superficiali, inconcludenti, sfornando maree di altri tifosi che ragionano per preconcetti. Arriviamo alla fine a professionisti che dovrebbero occuparsi di benessere degli animali e invece non capiscono nemmeno la natura del rapporto che noi abbiamo con loro.

Anche peggio capita con il mondo dell'allevamento, della scienza, peggio che mai della politica e dell'animalismo. Troppo portati a semplificazione di un'ignoranza e banalità atroci. Come è possibile?

La prima colpa della veterinaria e non aver saputo affrontare per tempo questi temi. Bisognava parlarne con accuratezza, con lentezza, delicatezza e attenzione, non sui social network, luoghi di caciara, non di ragionamento, più adatti a menti piccole che a grandi pensieri. Un piccolo esperimento c'è stato ai tempi del Comitato bioetico per la veterinaria, ancora presente ma probabilmente troppo debole e con grandi debolezze strutturali che lo rendono poco efficace. Ma niente si vede da troppi anni, in una Veterinaria ignava.

In conclusione, anche io sto con Caterina. Ma sono, come spesso mi accade in questo mio scorcio di vita, a disagio. Vorrei di meglio. Ma so che questi sono tempi duri per il meglio. Si tira a campare...

Ah, se volete allontanarvi un minimo dalla superficialità, dalle frasi fatte, iniziate leggendo Armi, acciaio e malattie. Fondamentale. Per il resto, ragionateci su. E' la cosa migliore.

23 giugno 2013

Luoghi (e persone) già morte. In veterinaria e non.

Dice Ugo Cornia, simpatico e stralunato filosofo modenese, che "non producendo più futuro sono già morti, anche se per un po' esisteranno ancora, sono completamente in mano ai morti". Si riferisce ad un paesino in decadimento, ma io estendo il ragionamento alle persone, agli Enti, alle istituzioni, alle categorie, financo alle persone nella loro attività. E non parlo di prolificità,ma di creazione di spazi, ragionamenti e meccanismi nuovi, innovativi. Essere conservatori, aggrappati a schemi passati, è il primo modo per morire. Il futuro va progettato ogni giorno, con il coraggio di cambiare. Ma cambiare davvero,  non solo imbiancare le pareti.
Come ci manca questo spirito, per il Paese, per le categorie professionali. Purtroppo.

Consiglio i libri di Cornia, una scrittura semplice ma che ci affascina per la profondità. E magari ci fa sperare in un futuro possibile per l'Italia, anche in un momento in cui diventa difficile sperare..

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6 settembre 2011

Libri. Successe alla Bassa, di Alberto Schianchi. Il difficile è trovarlo, più che leggerlo.

Io dico spesso che per fare il veterinario deve piacerti la gente, vivere in mezzo a loro, ascoltare le loro storie. Se poi sei un affabulatore quelle storie le ricrei, diventano tue, diventano la tua vita raccontata attraverso le vite degli altri. Il libro "Successe alla Bassa" del Collega Alberto Schianchi è questo, e anche un po' di più. Giustamente Gaetano Penocchio, nella prefazione, coglie tutti gli elementi del libro: le storie della vita veterinaria, la scrittura iperbolica dell’Autore, il legame con la propria terra.

La simpatia per il libro in me nasce subito, a partire dalla dedica che richiama un libro a cui io sono molto affezionato, che ho già ricordato, "La storia della Veterinaria", di Valentino Chiodi. A parte la mia simpatia, secondo me esistono in questo libro dei veri meriti letterari. Molti veterinari hanno scritto libri, proprio perché l'intreccio fra le nostre vite, quelle dei pazienti e soprattutto quelle dei proprietari costituisce un terreno fertilissimo dove crescono e si possono raccogliere, volendo, quelle finestre di vita dei proprietari. Ma in molti casi il risultato letterario è modesto. Non è così, e non lo dico per piaggeria, nel caso di Alberto Schianchi: non è solo un libro che descrive scenette gustose o comiche, ma anche che rende onore alla letteratura.

Si dice che l'incipit di un libro sia tutto, ed in questo senso le prime sette righe rivelano completamente le fondamenta del libro: lo spirito umoristico ("assorbendo cocaina") ed iperbolico, la scrittura allegra, arrotata e descrittiva, l'ironia come stile di vita e scrittura, il territorio come Mondo su cui riflettere.

"..esistono in questo libro dei veri meriti letterari.."

Le figure modeste, in fondo banali, di Ottaviano Curt ed Pela, Pighel, Scava Scava o Minchietta diventano giganti dell'umorismo quando sono avvolte dalla scrittura di Schianchi, che le ricopre di particolari per poi successivamente svelarle nella loro piccola, comica e tragica, magari anche meschina, umanità. Si trasformano in figure grottesche, insaziabili, smodate, rese con un linguaggio molto emiliano, con giochi di parole continui, in una vertigine di parole a rendere atmosfere e situazioni al limite del surreale.

"Bevitori illustrissimi, e voi, Impestati pregiatissimi (perché a voi, non ad altri, sono dedicati i miei scritti)": potrebbe essere un estratto del libro, ed invece no. Si tratta di Francois Rabelais, padre della letteratura francese. Non paia presuntuoso l'accostamento, è ovviamente più facile scrivere come Schianchi dopo che c'è stato Rabelais, ma Schianchi ne porta bene i panni, le sue figure sono i piccoli Gargantua e Pantagruele della Bassa padana, abitata da "ipocriti, idropici, mangiapaternoster, gattemorte, sanctoroni, bigotton, eremiti" (Rabelais"). Tra le due scritture, lo stesso guardare quegli esseri enormi per voler descrivere gli uomini nella loro piccola, infinita deformità.

un Rabelais della veterinaria

Le avventure della leggenda metropolitana del veterinario violentato, quella della "balena ogni due anni" o quella dei veterinari ASL all'opera sono spassosissime, condite di piccole riflessioni sull'odierno che sanno bene creare il ritmo e il piacere di leggere il libro.

Dal punto di vista veterinario il libro è anche una formidabile presa in giro del comportamento piccolo, a volte meschino, di qualche veterinario pubblico dipendente, irriso fino alla gogna, senza limiti, prendendo ampio spunto dal piccolo vissuto quotidiano del periodo dei condotti e della loro diffusa arroganza, periodo che purtroppo qualcuno ancora non capisce debba finire. Correttamente Gaetano Penocchio dice che "qualcuno si risentirà", ma si sappia che si risentirà chi si riconoscerà.

Un solo difetto del libro: non saprei dove consigliarvi di andarlo a comprare: è stato pubblicato dalla Fatro e distribuito in poche copie. Bella anche la veste editoriale, e ovviamente apprezzo il ricordo del padre di Alberto, Mario. Su una cosa la mia opinione è contraria a quella dell'Autore, quando dice che non ha raggiunto i risultati letterari che probabilmente avrebbe raggiunto Mario. Questo no, Mario era uomo di sintesi, di poche parole, e probabilmente non avrebbe raggiunto la godibilissima scrittura fiorita di Alberto, forse dono della madre, maestra più volte teneramente ricordata nel libro..

Insomma, se riuscite ad avere il libro, leggetelo. Mostra qualità insospettate e vi divertirà piacevolmente.

15 luglio 2011

Leggere come sfida. Jonathan Safran Foer. "Se niente importa.Perché mangiamo gli animali". E la veterinaria.

Sulla questione del video trasmesso dal TG1 riguardante la situazione negli allevamenti dove il Collega Enrico Moriconi descrive gli animali come imprigionati in lager hanno già scritto sia la FNOVI che il SIVeLP (che ne riprende un comunicato) e ANMVI. Più o meno le reazioni sono state simili, di negazione, avverse.

Intendiamoci, ci sono molte ragioni: chi è Enrico Moriconi? Chi rappresenta? Con che diritto? Su che cosa si basa per le sue affermazioni? Con che fini? Politici? Perché Enrico Moriconi a me pare più titolato a parlare come politico che come veterinario.

Sul chi rappresenta, direi che questo è un vezzo italiano, quello di creare un'associazione, sempre molto personale, e poi iniziare a presentarsi in nome di questa associazione, senza badare a qual'è la sua percentuale di rappresentanza numerica, se al suo interno si svolgono democratiche e rappresentative elezioni oppure l'associazione è unicamente un'emanazione del dirigente. In conclusione, direi che secondo me Moriconi rappresenta se stesso, innanzitutto, e comunque può essere già abbastanza, trattandosi di un consigliere regionale piemontese, per molti anni (forse ancora adesso?) consulente dell'Onorevole Annamaria Procacci, la "mamma" della legge 281 sul randagismo. Insomma, ha un suo spessore.

Non conosco personalmente Moriconi, e calcolando che conosco invece moltissimi veterinari torinesi, qualcosa già vuole dire: non è che nella categoria abbia un grande seguito. Una curiosità. Conoscevo invece il padre, per molti anni stimato e conosciuto cronometrista nei concorsi ippici, una figura di grande simpatia che ricordo volentieri.

Certamente occorrerebbe un pochino più di trasparenza, tanto più se ci si presenta come veterinario, e soprattutto se si è un politico, onde non ingenerare il sospetto di presentarsi come un tecnico ed essere invece un politico. Sono cose diverse.

Vorrei comunque affrontare la questione da un punto di vista diverso da quello delle reazioni di cui abbiamo detto. Se anche uno sciocco dice che domani si alzerà il sole al mattino, non per questo dice una sciocchezza. 
Esistono allevamenti lager, esistono situazioni non corrette, ma descrivere malamente la totalità delle strutture non è giusto. Affrontiamo il discorso più serenamente.

Prendiamola come una sfida, e vorrei partire un pochino da lontano, parlando di un libro che ho letto circa un anno fa.

"Se niente importa" di Jonathan Safran Foer, autore tra l'altro in questi giorni in Italia con la moglie, anche lei una scrittrice. Il sottotitolo è "Perché mangiamo gli animali?".

Vorrei narrare prima un aneddoto. Mi trovavo in una Facoltà di Veterinaria con un amico, anche lui veterinario, e sua figlia, che all'epoca doveva scegliere il corso di studi di laurea e si era recata lì per "fiutare un po'" l'ambiente. La ragazza, intelligente, sveglia e vegetariana, era presente mentre io e il Collega chiacchieravamo con un docente, che a titolo di battuta diceva "Come test di ammissione dovremmo mettere la domanda "L'animale è buono?" e accettare solo quelli che rispondono "Sì, arrosto". Il collega mi raccontò che la figlia non era sbottata unicamente perché ero presente io, altrimenti sarebbe saltata per aria a quella frase. 

Se sei veterinario sei cresciuto in un ambiente in cui certe cose vengono ampiamente date per scontate: che gli animali si allevano, che si mangiano, che il veterinario sa tutto di quello che riguarda l'animale. Pochi dubbi e molte certezze, le stesse che evidentemente ritroviamo nelle reazioni di cui sopra, come la classica "il veterinario opera per il benessere dell'animale, perché un animale che sta bene produce di più". È un ragionamento molto comune, ma con un grande limite logico. Nessuno può dire che non potrebbe stare meglio fino a quando non prova un nuovo comportamento. Quante volte pensiamo "Toh, avevo paura di cambiare la mia schiuma da barba ma questa è meglio di quella di prima"?
Inoltre mi pare che questo sia un ragionamento legato al benessere inteso come assenza di patologia, un concetto medico-fisiologico, molto diverso da quello etico che invece viene richiamato da chi combatte gli allevamenti intensivi.

Ho letto quindi il libro di Jonathan Safran Foer un po' come una sfida, anche colpito dalla fascetta di copertina "Tre edizioni in due settimane". Una sfida, ma anche un confronto: un libro è diverso da un quotidiano, che leggi unicamente per trovare le tue idee riscritte sulla carta. Un libro può contenere delle idee che non hai ancora, o che senti come contrarie alle tue, e il confronto è sempre interessante.

Nel suo libro JSF parla degli Stati Uniti, ma non necessariamente dice cose non adattabili alla nostra realtà. Qualche volta esce dal seminato, scrive delle esagerazioni ma probabilmente non delle falsità. Alcuni temi sono indubbiamente interessanti, e io penso che possano essere di stimolo alla crescita del settore dell'allevamento.

Viene affermata chiaramente la responsabilità del consumatore, con la corretta affermazione che il prezzo del cibo non è aumentato negli ultimi trent'anni. In rapporto a tutte le altre spese, il prezzo delle proteine è rimasto fermo ed in conseguenza di questo l'allevatore è stato costretto a produrre sempre di più ad un costo inferiore. Questa responsabilità etica non si può tacere e probabilmente deve essere affermata come prima cosa da parte degli allevatori.

JSF è vegetariano, anche se non cerca di fare proselitismo sfrenato, ma piuttosto racconta il percorso di questa scelta, accompagnata da alcune domande interessanti, ad esempio "perché il gusto, il più rozzo dei sensi, è dispensato dalle regole etiche che governano gli altri sensi?".

Si affrontano poi anche le responsabilità etiche dell'allevatore, secondo me ineludibili. "Mio padre non poteva permettersi di perdere un animale. Oggi parte dal presupposto di perdere il 4% senza fare una piega". Vero, troppo spesso l'allevatore ragiona sul fatto "se gli conviene curare un animale", basandosi su un calcolo individuale, legato a un animale e non alla totalità dei capi allevati, secondo me svicolando così dalle proprie responsabilità etiche, in un pensiero "contrario ai principi cristiani, vigliacco, indecente."

Allevare animali vuol dire anche prendersi cura di quella percentuale che deve essere curata, e non può essere sacrificata in nome di una semplice somma aritmetica. È vero che "sono i consumatori che dicono agli agricoltori che cosa devono far crescere", forse la chiave di volta di tutto il discorso, ma ciò non diminuisce la responsabilità degli operatori. Dobbiamo anche chiederci come professionisti se è vero che "I veterinari non lavorano più per la salute ottimale, ma per la redditività ottimale" e trarne le debite conseguenze.

Nel libro si afferma che "L'allevamento intensivo cesserà prima o poi per via della sua assurdità economica. È completamente insostenibile.". Non so se sia vero, l'umano è attualmente carnivoro, e forse lo resterà ancora per un tempo lungo. Probabilmente mangiamo anche più carne di quella che sarebbe sano mangiare, ed è vero che attorno alla bistecca ci sono tantissimi interessi, più o meno dichiarati. Ma la carne pare ancora un pilastro dell'alimentazione, anche se meno saldo che trent'anni fa.

In conclusione, penso che non si possa continuare a negare la questione, o a fare muro contro muro. Esiste una forte componente dell'opinione pubblica che la pensa, forse anche in modo superficiale, come Moriconi, e secondo me con questa componente bisogna confrontarsi su una base etica. Il confronto deve coinvolgere in primis gli allevatori, ma ovviamente anche la categoria dei veterinari, che dovrebbero aprirsi a ragionamenti più filosofici che non "tecnici".

Io penso anche che esista una buona percentuale di consumatori disposti a pagare di più una bistecca "etica", proveniente da un animale non solo "allevato bene", ma anche rispettato nei suoi diritti fondamentali. Io mangerei più volentieri carne se sapessi questo.

Il mondo allevatoriale può crescere su questa nuova sfida, oppure ignorarla e lasciarla crescere, con il forte rischio di essere poi travolti. Non so se ne valga la pena, e comunque i veterinari dovrebbero e dovranno sempre più confrontarsi su questo territorio, quello etico.

Leggi "Se niente importa. Perché mangiamo gli animali", di Jonathan Safran Foer. Dai un'occhiata anche ai commenti di recensione della pagina IBS, mi paiono interessanti. Possiamo evitare il confronto? Io penso di no, che a questo punto bisognerebbe iniziare a ragionarci su. Inizia a farlo.

13 luglio 2011

Libri. Armi acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi 13.000 anni. E veterinaria.

Perchè certi popoli sono più ricchi degli altri? Perché gli europei hanno conquistato buona parte del mondo? Esiste una risposta scientifica, non razzista, a queste domande, in un libro molto importante, "Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni",

Alcuni capitoli sono molto illuminanti. "Dall'uguaglianza alla cleptocrazia. L'evoluzione del governo e della religione", o "Le zebre ed il principio di Anna Karenina. Perché molti mammiferi di grossa taglia non sono mai stati domesticati" insegnano moltto, ci fanno capire alcuni meccanismi fondamentali dell'evoluzione culturale ed antropologica dell'uomo.

Cosa dice ad esempio Jared Diamond sulla formazione della classe politica? Una cosa fondamentale. Che esiste un bisogno oggettivo di una classe amministratrice, e che questo bisogno viene soddisfatto nelle socità quando si crea una ricchezza dufficiente a pagare dei politici professionisti. E' una semplificazione brutale, ma rende l'idea.

Proprio quest'idea è quella che me la fa collegare alla veterinaria, sempre consigliandovi la lettura, sicuramente interessante, del libro.
Il numero dei veterinari è cresciuto a dismisura, e questo fatto fa si che si sia creata una piccola ricchezza di denaro. Insomma, se ci sono 1.000 veterinari anche se gli fai pagare 150 euro a testa non è che ci tiri fuori uno stipendio, se i veterinari sono 20.000 le cose sono diverse.

La "classe politica" veterinaria (tra virgolette perchè in realtà sono di piccolo cabotaggio, altro che dirigenti) non ha nessun interesse a ridurre il numero dei veterinari. Lo ammettessero, almeno. Macchè, taglierebbero il ramo su cui sono seduti. Solo che i veterinari non lo capiscono. Leggete questo libro, vi farà bene.

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20 maggio 2009

Sventrate intere famiglie

oggi

lunedì di intensa macellazione.


Una vacca ha partorito un vitello


negli occhi la paura di nascere


il foro in mezzo il nostro contributo


a tranquillizzarlo.


Ivano Ferrari, mantovano, ha lavorato per alcuni anni nel mattatoio comunale. Non un'esperienza innocua. Il "Macello", così si intitola la raccolta di Poesie pubblicata da Einaudi è "la grande sala dove si esibisce la morte", dove animali sopraffatti entrano nella Poesia in modo diretto, non romanzato, tra tenie e trippe, in un ambiente di uomini induriti dalla necessità della sopravvivenza, o forse dell'esistenza stessa.

Animali che assurgono al ruolo di attori della grande tragedia che è la Vita, la Morte, il legame crudele con l'umano:

Dalla vasca d'acqua bollente

emerge un enorme maiale

bianco come uno spettro


che oscilla impudico fino a quando


dal finestrone il sole


accende quintali di luce.


Se siete veterinari, leggetelo. Vi ricorderà la natura delle cose di cui vi occupate, indubbiamente metafisica.
Se non lo siete, leggetelo. Uno dei più bei libri di poesia che potrete mai sfogliare. Vi ricorderà il debito che accendiamo tutti noi ogni giorno con gli animali, un debito che forse non pagheremo mai. E loro nemmeno ce lo rinfacciano.

"Macello" di Ivano Ferrari su IBS

13 maggio 2009

Storia della Veterinaria. Giovan Battista Ercolani su Google libri

La Storia è importante, ti dà una coscienza diversa di cosa sei, ti fornisce una visione in un contesto di secoli, non solo del breve oggi.

La Storia della Veterinaria è una materia importante ma negletta. A me dispiace sapere che molti studenti odierni non conoscono il nome di Bruno Micheletto se non, molto superficialmente, perché a Torino frequentano lezioni in un'aula a lui intitolata. Eppure è stato uno degli ultimi autori di testi specialistici e di grande levatura in Chirurgia Veterinaria. L'economia, le moderne leggi del mercato, fanno uscire dal catalogo un importante testo come il suo.

Ben venga quindi la disponibilità di testi elettronici, ed ecco la prima recensione di uno di questi, su Google libri.


Leggetelo, godetevi l'aria di altri tempi, certamente più modesti dal punto di vista scientifico, ma importanti.
"si mescoli prima l'assungia con la pece, si allunghi poscia il miscuglio coll'essenza, e quindi si incorpori il calomelano".
L'assungia penso sia la sugna, e la "formola" viene consigliata per una micosi, mi pare di capire.

Sapore di altri tempi, anche eroici, in cui le prove biologiche gli scienziati le facevano prima su di sé e poi su altri. Stupenda la pagina 50:
"in sul finire dello scorso aprile avendo ricevute croste dell'erpete tonsurante del bue dal sig. Sacchero esercente la veterinaria a Racconigi le fregai sulla faccia esterna del mio avambraccio sinistro. Lo stesso fece l'allievo Desilvestri che a caso trovossi in mia casa quando facevo la ricerca.". Ovviamente i due si contagiano, ma soprattutto entrate in quell'aria di un pomeriggio in cui lo studente va a trovare il Professore e (immagino si dessero del lei o del voi) "Si sfreghi anche lei con queste croste, le ho appena ricevute.."

Perfino comiche, perfino folli, ma fa niente. Leggete il libro ed entrate in questa Storia, vedete cosa facevano i nostri avi (se siete veterinari) professionali.

"Decisi curarmi, e ricordando l'azione letale degli alcoli sulle muffe, volli tentarne l'azione sulla mia erpete..". Insomma, mica desiste...

Siamo nati da loro, e non dobbiamo dimenticarli. Grazie a Google per la possibilità che abbiamo.

29 marzo 2009

Il sistema dei pizzini e la veterinaria.

Ve ne siete accorti? No? Probabile.
Non sto parlando dell'arrivo della primavera, quello anche nel famoso racconto di Buzzati ve ne accorgete.
No, sono stati rinnovati gli Ordini Provinciali, e tra una settimana si rinnova la FNOVI. la Federazione degli Ordini.

Come funziona, innanzitutto?
Io lo chiamo "il sistema dei pizzini", i foglietti che Bernardo Provenzano mandava ai suoi fedeli. Insomma, proprio in queste ore ci sono frenetiche telefonate e litigate per decidere la lista che dovrà essere poi "eletta" alla FNOVI. A qualcuna di queste scene ho partecipato, in altri anni, e mi pare interessante che si conoscano i meccanismi, anche se sono intuibili.

Grandi padroni di casa sono ovviamente ANMVI e SIVeMP, anche se a dire il vero in quest'ultima tornata sono apparsi piuttosto defilati. In realtà, quando mi trovai all'Hotel Bernini, dove si svolge l'assemblea preliminare, c'erano tutti e due, il Segretario SIVeMP e il Presidente ANMVI, a fare le ultime opere di convincimento sui Presidenti ancora non convinti.

Come funziona? Questo lo chiamo invece il sistema del cuculo. C'è uno spazio di tempo, tra le elezioni degli Ordini Provinciali, terminate a dicembre o al massimo gennaio, e le elezioni FNOVI, in cui le calcolatrici friggono. Ci si mette a fare i conti e si contano i voti. Ogni Ordine Provinciale vota in base al numero degli iscritti. Un voto ogni 200 iscritti, mi pare.
Ovviamente, gli Ordini più interessanti sono quelli delle metropoli, e comunque dei capoluoghi regionali.
In questo lasso di tempo avviene un'opera di convincimento, di avvicinamento, se necessaria. Insomma, anche se quella Provincia non ti è "amica", puoi sempre convincerla. Le associazioni più forti economicamente e più radicate sul territorio, come ANMVI e SIVeMP ovviamente riescono meglio in quest'opera. Hanno contatti, possibilità di organizzare incontri ed eventi pubblici e privati, possono blandire direttamente i Presidenti e farseli amici. Il cuculo. Gli altri fanno le uova e lui usa il loro nido.

Esiste poi il meccanismo delle Federazioni Regionali degli Ordini, che ricordo sono un'invenzione fuori dalla legge istitutiva degli Ordini, un meccanismo particolare, che si presta anche meglio al convincimento dei non allineati, o alla loro esclusione. Insomma, è più semplice contattare un gruppo di Presidenti che non farlo singolarmente. Nella Federazione Provinciale inoltre i più riottosi vengono meglio convinti ad un voto "di gruppo" e si annacquano eventuali rivendicazioni di singole Province. Sempre un po' con la pressione dell'argomento che "uniti si è più forti". Mentre non è proprio così, almeno in questo caso.

Comunque, arriviamo poi alla definizione della lista, e qui si scontrano diverse masse: quella del Presidente uscente e dell'organizzazione consolidata, quella dell'ANMVI, appunto, del SIVeMP, dell'Università, e di chiunque abbia la forza di avere qualche voto che serva.

Frenetiche telefonate, litigate telefoniche, riunioni e candidature si intrecciano. Il tutto in un meccanismo coperto, semi-segreto.

Per addentrarci meglio in questo periodo, veterinaria liberale coprirà l'argomento con speciali, post, interviste. Una settimana a tamburo battente. Restate in contatto.

Leggete Dino Buzzati. Merita.

17 febbraio 2009

Irene Tinagli. Talento da svendere. E la Veterinaria.

Perché in Italia la selezione funziona molto spesso al contrario, e nelle organizzazioni avanzano i peggiori, i più ambiziosi o comunque le mezze calzette? Perchè non ci possiamo meritare di meglio dalla "politica", intendendo in senso lato qualsiasi esercizio del governare, ad ogni livello? Esiste un motivo strutturale che ci condanna a questa situazione o siamo vittime di qualcuno?

Queste domande partono dalla lettura del libro di Irene Tinagli "Talento da svendere". Chi è Irene Tinagli? Direi che è stata la personificazione del motto di Nanni Moretti "mi si nota di più se vado o non ci vado?", perché la sua popolarità è aumentata notevolmente quando si è dimessa dal direttivo, dal gruppo progettuale, del Partito Democratico, con giuste motivazioni: in un anno nessuno mi ha chiesto niente. Ha mostrato una buona dote di preveggenza, come vediamo in questi giorni.

Nel suo libro Irene Tinagli si pone delle domande importanti. Personalmente non condivido totalmente le sue risposte che mi paiono più orientate allo statalismo, ma certo le premesse sono utili ed interessanti.

C'è un convitato di pietra nella lettura di"Talento da svendere", ed è Richard Florida, docente dell'Università di Toronto di cui la Tinagli è assistente europea ed epigona.
Florida è diventato famoso per la sua teoria delle tre T e del loro risvolto sullo sviluppo dell'economia.
Tre T: Talento, Tecnologia, Tolleranza. Florida affermò, con brutale riassunto, che lo sviluppo di una regione, una città, una nazione, è legato alla presenza di Talento, Tolleranza, Tecnologia. Talento e tecnologia tutto sommato poteva essere prevedibile, ma tolleranza che c'entra?

Sempre con un riassunto estremo, si è notato che le nazioni con un atteggiamento più tollerante attraggono di più il talento, e ne permettono lo sviluppo.

Mi pare che Irene Tinagli centri benissimo il punto quando, a pag. 183, cita lo scrittore inglese Tobias Jones, autore di un altro libro molto importante per chi sia affezionato all'Italia. L'Italia "è sempre alla ricerca di un ordine, di una regola......discutiamo all'infinito della forma...piuttosto che pensare ai risultati che dovrebbero raggiungere...si fanno norme che regolano minuziosamente...si creano complicate norme..si creano enti, agenzie, authorities, commissioni e commissari speciali. Eppure continuiamo ad avere abusi, frodi, disfunzioni. Il problema è che accanirsi sulla forma e le procedure serve a poco se non si cambiano le logiche che le animano e se esse vengono svincolate sai risultati e dagli obiettivi finali".
Ecco. Perfetto. Non una parola da aggiungere.

Inendiamoci, non parliamo della veterinaria, che è una piccola pozza, parliamo dell'Italia. Nel settore della veterinaria però troviamo forse il peggio.
Diversi i motivi:
- se a scrivere le regole sono degli avvocati, degli ingegneri, qualche speranza ce l'hai. Se è un veterinario, bisogna dire come D'Annunzio. "L'autore di questi versi è un veterinario, non uno scrittore". E aveva ragione. Manca, per diverse cause, una capacità di scrivere, quindi di pensiero.
- quando un non avvocato ci prova, a scrivere delle regole, si avvita in una serie di codicilli e formalismi che nemmeno il leguleio peggiore ci riesce. Con esiti comici e tragici.
- esiste una folta schiera di figure che non hanno un potere e lo cercano tramite regole che giustifichino la loro esistenza. Così amministrativi o dipendenti pubblici cercano di ritagliarsi un loro piccolo potere tramite la burocrazia o il formalismo, così rappresentanti eletti creano norme senza fondamento. Una volta mi è capitato di sentire in un Consiglio di un Ordine che "abbiamo deciso che non è possibile dare ad un ambulatorio il nome di una via", senza alcun fondamento legale.
- c'è la tendenza a giocare con le regole per ottenere una concorrenza a proprio vantaggio. Notare bene, ed è una verità: chi dice che non vuole concorrenza, è solo perchè la vuole a proprio favore. La fa anche lui, ma la fa sporca. Quella degli altri è sempre scorretta o sleale. Perché non la fa lui.

In veterinaria abbiamo visto il peggio della scrittura ipertrofica, cancerosa, metastatica, di regole insensate. Ci hanno dato dentro con il farmaco, le prescrizioni, le strutture, l'ECM, gli Ordini, la pubblicità, le buone pratiche, i tariffari, la ricetta veterinaria. Abbiamo norme per ogni insignificante comportamento, codicilli per qualsiasi azione, circolari per tutte le necessità. Ci dicono come, cosa prescrivere, come firmare, come dev'essere fatto il timbro. Registri, modelli, moduli, registrazioni, iscrizioni, conformità, visti, certificati per ogni minuzia. Il tutto condito con qualsiasi interpretazione velleitaria possibile ed impossibile.

La veterinaria soffre particolarmente della pretesa da parte di associazioni private di crearsi uno spazio di potere, invadendo illegalmente le istituzioni. Altro che tolleranza. L'impossibilità di dialogo è pressochè totale. Le voci non allineate sono sistematicamente escluse, amministratori vogliosi di un loro piccolo gettone si ritengono al di sopra di ogni critica, esiste un muro di gomma, una piena di facce di bronzo, incredibile. Non vengono selezionati nemmeno gli ambiziosi, che sarebbe anche accettabile. No, passano i vanitosi. Ed è peggio.

Altro che Talento e Tecnologia. Ci fermiamo molto prima.
Senza un confronto, anche forte, sulle idee, si creano solo soluzioni infelici, nauseanti. Sì, i vanitosi arrivano, ma poi quando si tratta di lavorare spariscono, o peggio, creano danni.

Come uscirne? Al solito, la stagione delle riforme deve ancora iniziare. Occorre riscrivere le regole, in una nuova e completa moralità. Attarre i talenti è imperativo, perchè la situazione è bipolare: se non attrai i talenti, selezioni i peggiori.
Se vogliamo un nuovo sviluppo, non potremo farlo senza Tolleranza, Tecnologia, Talento. Le altre sono solo scorciatoie, che non funzionano.
E purtroppo noi non possiamo dimetterci, come ha fatto Irene Tinagli. Siamo vittime obbligate.

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26 gennaio 2009

Libri. Il Trasporto del cavallo. Gianluigi Giovagnoli.

"Molte persone chiamano esperienza il continuare a ripetere sempre lo stesso sbaglio". Trasportare un cavallo sembra una cosa semplice, ma non lo è. Svolgo servizi di assistenza alle manifestazioni equestri da decenni, e so che gli incidenti nascono in momenti ben precisi, come il carico o lo scarico del cavallo.

Trasportare un cavallo è un fatto di competenza, di esperienza, direi di saggezza e pazienza. Ben vengano queste qualità in una persona come Gianluigi Giovagnoli, stimatissimo Collega romano molto noto agli esperti del settore. Per anni collaboratore della FISE e anima dell'ufficio veterinario federale, componente del Comitato Bioetico per la Veterinaria, neurofisiologo, relatore e docente in corsi diversi, tra cui l'unico realizzato dalla Federazione per il rilascio dell'autorizzazione al trasporto, ora collaboratore di un'agenzia internazionale che si occupa del benessere animale.

Il libro si occupa in modo specifico del trasporto del cavallo, della normativa di legge e della tecnica. Si, una tecnica, che è necessaria. Trasportare bene il cavallo vuol dire occuparsi di una parte importante della sua vita. Il cavallo viaggia molto. Perché è un atleta, perché viene commerciato, spostato, curato. Viaggia come noi viaggeremmo in autobus, in piedi. Pensate ad un viaggio in autobus di 100 kilometri. Come ne uscireste? Probabilmente massacrati.

Che siate un proprietario di cavalli, un veterinario che deve occuparsi di cavalli come libero professionista o controllore ASL, un trasportatore, non importa: fate un piccolo investimento e iniziate ad acquisire la competenza, non solo l'esperienza. Questo è il primo passo. Ottima l'idea di Giovagnoli di unificare in un unico testo le leggi e le nozioni che fino ad ora si dovevano riepilogare da testi talvolta problematici da reperire.

Se poi come me conoscete Gianluigi Giovagnoli, sapete che è un garanzia di serietà. Cosa non da poco.

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19 settembre 2007

Ricco perchè laureato. Monsieur Bovary c'est moi.

Uno dei concetti che mi sono sentito dire più spesso, in tutto il tempo che ho passato in riunioni con professionisti, è che un'attività non sia "da laureato", non valesse la pena di impegnarcisi perchè non remunerativa, non per il denaro in sé, ma quasi come segno di dispregio. Insomma, io, laureato, devo guadagnare soldi solo perchè ho la laurea ed esistono attività "da laureato" e altre no.

E' un'ottica centrata sul professionista, che non considera minimamente il cliente, ma pone su un piedistallo il "laureato" e vorrebbe dire "per avere il mio lavoro devi pagare fino a qui".

E' un'ottica che vede il suo spartiacque letterario nella Madame Bovary, di Flaubert, tra l'altro figlio di un medico. Parliamo una volta tanto di Monsieur Bovary, il medico di provincia, che vive una vita agiata, decorosa ma modesta, travolto poi dai debiti della moglie.

Bovary fa una professione modesta, non è un grande clinico, a volte fa consulti, ma anche sbagli clinici. Fa una modesta medicina, contrapposta a quella del Dott. Larivière, che invece "... apparteneva alla grande scuola chirurgica...,a quella generazione ormai scomparsa di professionisti filosofi che, venerando la propria arte con un amore fanatico, l'esercitavano con passione e sagacia".

Qui inizia a cadere il paradigma che vede il medico, il laureato, come persona della classe economica superiore. Qui inizia l'ascesa del commerciante, dell'imprenditore.

In molti non hanno ancora colto questa caduta, il fatto che era solo un sogno dei nostri genitori, dell'inizio secolo, dell'Italia del ventennio, che il laureato divenisse ricco. Sogno che poi con l'avvento dell'istruzione di massa è diventato popolare.

La fortuna economica non è collegata al titolo di studio, ovviamente. Molte sono le abilità richieste per guadagnare soldi:
- comunicativa
- specifica. Capacità diagnostica, nella mia professione, o innovativa nell'industria. A parità di studi o impegno, qualcuno emergerà, altri no
- amministrativa. Se lavorate e poi non avete una gestione efficiente della parte economica sarà difficile guadagnare
- organizzativa.

Ho conosciuto in questi giorni una persona molto ricca, e che i soldi li ha guadagnati, non ereditati. E' un maestro elementare in pensione, che ha iniziato, quasi per gioco, ad attuare delle piccole speculazioni edilizie, sino a raggiungere un capitale invidiabile. Ha tra l'altro un ottimo rapporto psicologico con il denaro e la ricchezza.

Guadagnare soldi non è fatto di "quanto sei in gamba" o quanto hai studiato. E' fatto dall'individuare le migliori opportunità di profitto, dal soddisfare ad un giusto prezzo le esigenze del tuo miglior cliente.

Nessuno ti chiederà il tuo voto di laurea. Tutti vorranno vedere concretizzate le tue capacità, la tua esperienza, la tua intelligenza, in un servizio ottimale. Non stiamo nemmeno qui a ricordare che tra gli uomini più ricchi del pianeta pochi sono laureati.
Non esistono attività "da laureato" o meno. Esistono competenze e capacità che devono essere correttamente retribuite. Non pensate di essere retribuiti per l'appartenenza ad un albo, o perchè le vostre competenze vengono definite per legge. Non funziona, ricordatelo. Prima di capirlo sulla vostra pelle.

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Se vi è piaciuto "Madame Bovary", non perdete "Lo strano caso di Emma Bovary". Non so se avete mai visto "Smoke" ed il suo seguito (che non è collegato) "Blue in the face". Due film bellissimi. Comunque, se avete finito di leggere il capolavoro di Flaubert e vi dispiace allontanarvi da quell'aria di nebbia e fango della provincia francese, leggete questo bel libro, che vi farà restare tra Homais, Lariviere, con lo sfondo di lei, Emma. Suicida? Assassinata? Perché no? Un giallo basato su "Madame Bovary". Ben scritto, leggibile e godibile.