21 febbraio 2007
Il capitano della nave
Abbiamo bisogno di due cose: rinnovamento e confronto. Senza questi, non si va da nessuna parte. Rinnovamento perchè la professione veterinaria è cambiata enormemente, in modo geometrico, negli ultimi anni, ancor di più di quanto non fosse già successo negli anni precedenti. Se continuiamo a stare abbarbicati alle vecchie convinzioni, sfuggendo il cambiamento, non riusciremo a resistere alle nuove tensioni.
Confronto perchè non può essere rappresentata con un solo volto una realtà come la nostra. Non si deve ricercare l' unitarietà, o meglio il percorso è diverso.
Devono essere sviluppati dei meccanismi virtuosi, deve essere aumentata la Qualità della nostra professione, moderata la stortura del nostro attuale sistema: la forza di qualcuno su tanti.
Penocchio è una brava persona, anche competente. Ma in un meccanismo come quello attuale non potrà ottenere niente di diverso da quello che ha fatto D'Addario. E in più ci rimette la faccia. Perchè si stanno sfuggendo le vere riforme. Senza queste si affonda. Anche con il migliore dei capitani.
18 febbraio 2007
Il congresso SIVeLP - Bologna, 25/02/2007
- sui rifiuti sanitari. Quando il leone Nando Quadrelli diceva che era il veterinario che doveva stabilire in concreto la pericolosità dei rifiuti sanitari, tutti gli davano addosso, prima tra tutti la SCIVAC. A distanza di anni ora si fa come lui diceva. Circa dieci anni prima
- sull'ECM. Il SIVeLP ha detto da subito, immediatamente, quella che ora è riconosciuta come evidenza: che l'ECM non si applica ai liberi professionisti. Ma la FNOVI, l'ANMVI, gli Ordini, tutti a dire il contrario. Solo il SIVeLP ha detto immediatamente la cosa giusta.
Sulle strutture veterinarie, sulle buone pratiche, sulla riforma degli Ordini, il SIVeLP ha sempre manifestato lungimiranza e onestà a favore dei liberi professionisti. Prima con la sua rivista, poi con il sito e la newsletter.
Ma domenica si chiude un periodo, quello del gruppo che ha conosciuto Mario Schianchi, il vero fondatore del Sindacato, e non lo dimenticherà mai.
Come si è giunti a questa domenica? Sicuramente si poteva, si può sempre fare meglio, e i limiti umani sono sempre presenti. Ci mancherebbe altro. Ma secondo me era quasi inevitabile. Come sperare di competere con i potentati economici? Come dire la verità quando si è pressati, schiacciati dalla forza del denaro?
Non poteva essere diverso. Poi, colpe di tutti, per carità, da me ad ogni singolo veterinario libero professionista, che ha fatto poco per sostenere chi lo sosteneva. Ma è andata così.
Da parte mia, i ringraziamenti a Gastone Dalmonte, Segretario Nazionale. Hai fatto del tuo meglio, e sei stato sempre prezioso, disponibile, intelligente.
Poi, things happen..
A chi arriverà, buon lavoro. Siate forti, tenaci, aggressivi. Dite sempre la verità, siate sempre onesti intellettualmente e impegnati. Date il vostro meglio. Ne abbiamo bisogno.
Abbiamo bisogno del SIVeLP, uno spazio libero, aperto, indipendente. Io personalmente vorrei anche fosse moderno, aperto, innovativo. Ma so che è difficile sottrarsi al luogo comune, allo stereotipo, alla mediocrità.
Ma io ci spero.
17 febbraio 2007
L'uomo animale economico
Dovete comprare i vestiti nuovi per voi e tutta la vostra famiglia. Allora, è sabato pomeriggio, partite e andate, facendo i 50 chilometri all'andata e 50 al ritorno, alla cittàdella degli outlet.
Dovete poi acquistare la spesa settimanale. Accompagnate vostra moglie e a prima andate in un ipermercato, dove comprate quasi tutto. Rimangono gli alimentari e altre piccole cose, e allora andate all'hard discount.
Tra gli sfizi che vi volete togliere c'è quello di comprare un lettore MP3 per ascoltare la musica che avete scaricato da Internet, essenzialmente l'avete fatto perché comprare un CD costa troppo ed è molto più comodo e economico scaricarla. Tra l'altro, avete fatto un abbonamento internet molto conveniente perché avete scelto tra le migliori offerte di abbonamenti. Comunque, torniamo al vostro lettore. Girate diversi negozi online su Internet e alla fine lo trovate, proprio il modello che volevate voi, ad un prezzo che è circa il 40% in meno di quello che sarebbe costato nel negozio sotto casa.
Avete bisogno di un idraulico, un meccanico per la vostra auto. Chiedete al vostro amico che conosce sempre un mucchio di gente di indicarvene uno "onesto ".
L'uomo è un animale economico, per fortuna. Cerca di ottenere il massimo vantaggio con il minimo mezzo. Cerca di risparmiare. È anche dotato generalmente di una dose di intelligenza che gli permette di distinguere tra basso prezzo e bassa qualità. Ovviamente, esistono prestazioni, prodotti, servizi ad alto e a basso valore aggiunto. Mentre nel primo caso, in cui il valore aggiunto della prestazione è molto alto, si ricercherà maggiormente la qualità, nel caso di prestazioni a basso valore aggiunto, si ricercherà soprattutto il risparmio. Se cerco un idraulico che mi cambi il rubinetto, più o meno lo sanno fare tutti, quindi cercherò il risparmio. Se sono impegnato in una causa giudiziaria che mi vede imputato gravemente, cercherò, se me lo posso permettere, l'avvocato più bravo, non quello che costa meno.
Esistono leggi economiche ben precise, da secoli studiate e codificate, che regolano, forse è più corretto dire descrivono, il comportamento dell'uomo e delle società in campo economico. Queste leggi non sono artefatti, sono la realtà, sono leggi che equivalgono alla legge di gravità.
Una delle leggi principali è quella che dice che il prezzo nasce dall'incrocio tra la curva della domanda e quella dell'offerta. Esistono poi numerose situazioni che si applicano a questa legge fondamentale, e la precisano meglio nei diversi settori. Ma non cambia il fatto che il prezzo di mercato nasce da leggi di mercato. Non cambia il fatto che l'uomo cerca anche il risparmio.
Tutto questo per parlare dei tariffari minimi, che sicuramente trovavano uno dei loro difetti più grandi nel fatto di essere falsi. È illusorio pensare che una decisione di cartello, un accordo di categoria, possa fissare il prezzo di un servizio. Nella realtà moderna, il prezzo non nasce così. Esiste la concorrenza, anche se tutti i nostri codici deontologici sembrano volerla escludere. In realtà la concorrenza c'è realmente, e si manifesta poi nei modi più sottili. Dico spesso che il mondo delle libere professioni è come quello della pallanuoto. Dalla cintola in su, grande correttezza. Dalla cintola in giù grandi calci negli stinchi, se non peggio.
Riguardo ai tariffari, è forse preferibile non avere una fiducia in qualcosa che poi in realtà non funziona, sapendo che il mercato esiste ed esiste anche la concorrenza. La situazione vecchia, in cui qualcuno credeva che i tariffari funzionassero, era sostanzialmente una truffa, perché consentiva ai disonesti di praticare politiche sottobanco perché infrangevano le regole, mentre quelli onesti le rispettavano.
Molto spesso il veterinario che viene cimentato con le nuove norme che vedono la concorrenza come un valore piuttosto che un difetto, protestano che "siamo sanitari, non commercianti ", affermando quindi una superiorità etica dell'essere sanitario sull'essere commerciale.
In linea di massima io sarei anche d'accordo. L'unico problema è che poi questa superiorità etica dovrebbe concretizzarsi in comportamenti che poi chiunque conosca la categoria sa che non esistono. Si vedono fare le cose peggiori, e sto parlando dal punto di vista etico, non commerciale.
Prima di affermare che siamo sanitari e non commerciali occorrerebbe comprendere profondamente le implicazioni che stanno in questa affermazione. Non possiamo essere solo sanitari dal punto di vista economico e non esserlo poi per tutte le altre obbligazioni che ne conseguono.
La difesa dei minimi è comprensibile per altre categorie, come gli avvocati. Gli avvocati d'ufficio vengono, con il gratuito patrocinio, pagati dallo Stato, e per loro il fatto di vedersi non riconosciuti i minimi può significare una decisa riduzione degli introiti. Altrimenti sicuramente non spremerebbero le loro preziose meningi per cercare di difendere le loro prerogative.
Sono avvenuti negli ultimi vent'anni dei sostanziali cambiamenti nel settore sia del commercio che dei servizi. Il mondo professionale, o forse è meglio dire il mondo degli Ordini, sembra voler negare questi cambiamenti, continuando a perseguire obiettivi ormai morti trapassati. Se non produciamo il cambiamento nel modo di fornire i nostri servizi, e tra l'altro la veterinaria non è tra le categorie che possono essere penalizzate maggiormente dalle liberalizzazioni, ebbene, se non se non introduciamo il cambiamento rischiamo probabilmente di trovarci in una crisi strutturale sempre più profonda.
La pubblicità non è solo un fatto negativo, anzi non è negativa di per sé e può servire ad ampliare il mercato, a far sì che si crei un maggior bisogno di prestazioni veterinarie, a far sì che il proprietario comprenda meglio anche lo spirito della Qualità che la veterinaria sana deve portare avanti.
Ampliare il mercato significa anche creare una possibilità economica per i giovani, evitare la stagnazione che da troppo tempo avvolge la nostra categoria. Occorre passare da un approccio degli Ordini di tipo deontologico ad un approccio economico. Occorre che le nostre piccole istituzioni si comportino in modo da agire come promotori dello sviluppo, riducendo la loro carica burocratica, ampliando la loro funzione di promozione della qualità, nell'interesse sia dei veterinari che della collettività.
Questa è la strada sulla quale muoversi, piuttosto che quella di conservazione di un vecchio status quo che serviva a a pochi, probabilmente solo ai peggiori...
Partecipate "previa conferma"
Fin qui, la notizia, di per sé interessante e testimone di un apparentemente meritorio dibattito. O meglio, più che apparente meritorio, apparentemente dibattito.
Sicuramente meritorio è l'impegno dell'ANMVI nell'organizzazione di questa giornata. Quello che ci stupisce è il fatto che tanto la FNOVI, quanto l'ENPAV, due enti che vivono dei soldi versati dai veterinari, non abbiano sentito il bisogno, direi il dovere, di organizzare un evento simile, anche migliore, a casa propria, la casa dei veterinari, non a casa ANMVI, la casa di Cremona.
Ci domandiamo perché questi due enti, in un momento estremamente delicato quale quello seguito al decreto sulle liberalizzazioni, per la FNOVI, come quello che precede il cambiamento della previdenza veterinaria, nel caso ENPAV, non facciano niente per strutturare un vero e proprio dibattito corretto.
Certamente, "previa conferma", tutti i veterinari potevano partecipare all'evento di Cremona, dove saranno stati ricevuti da ANMVI tramite la propria struttura. Ma non è così che si fa il dibattito, tanto più quando è esistito un forte contrasto tra ANMVI e molte altre componenti della veterinaria al momento dell'elezione del Comitato Centrale.
Insomma, andare a litigare a casa di altri non mi sembra il caso. La casa dei veterinari, e ripeto, anche perché pagata da noi, è quella delle istituzioni. Perché non si è fatto niente? Perché si è preferito andare a discutere a Cremona invece che discutere nelle sedi che ben prima di quella prestigiosa sede dovrebbero essere interessate?
Non nascondiamoci dietro un dito: il fatto è che esiste in pratica un'identità, qualcuno potrebbe anche dire una dipendenza, tra ANMVI e le nostre istituzioni. Ormai non c'è più nemmeno una foglia di fico a nascondere questa realtà, e cioè che esiste una pressione dell'ANMVI sulla FNOVI, forse anche sull'ENPAV.
Secondo me il problema è che esiste un conflitto di interessi, essendo tale associazione fortemente legata ad una struttura che fornisce servizi alla veterinaria, quali l'organizzazione di congressi, la vendita di libri, la fornitura di prestazioni diverse. Per carità, gli interessi devono essere corretti, legittimi, trasparenti. Ma non va bene, visto dal punto della collettività.
Quello che chiediamo qui è che o ANMVI fa un passo indietro, evitando di estendere il proprio dominio sulle istituzioni, o le istituzioni devono saper fare rispettare il loro ruolo, non mettendosi alla coda di Cremona, ma rimanendo alla testa dell'Italia.
Diversamente, dovremo dobbiamo avanzare molti dubbi, una seria ipoteca su quelle che dovrebbero essere le nostre riforme. Ci vengono dubbi sulla discussione. Se la discussione si svolge a Cremona, che garanzia abbiamo che sia interessata tutta Italia ? Se la discussione è ristretta, come in effetti è, come possiamo pensare che possa dare esiti che vadano bene per tutti i veterinari italiani?
Bisogna risvegliare una voce di protesta, di opposizione, che riconosca i meriti di chi lavora, ma tuteli anche i diritti di tutti, evitando che si creino delle situazioni poco chiare, addirittura qualche volta anche scure.
È forte e primo compito di chi ha ottenuto il voto come rappresentante nelle istituzioni veterinarie di difendere tutti, di non mettersi in situazione nelle quali non ci sia una limpidezza che è tanto più necessaria in questi momenti, i momenti di crisi, momenti di doverose riforme.
Non occorre, non si deve aspettare di essere invitati alla discussione. Occorre crearla e stimolarla, ospitando i veterinari a casa loro, senza che debbano dare "preventiva conferma".
I Moggi della veterinaria
Luciano Moggi, da Torino, influenzava una serie di persone e vicende sportive, cercando un interesse di parte.
La sua figura può assurgere a metafora, a simbolo. Il simbolo di chi restando dietro le quinte cerca di sottrarre le cose e sé stesso alle regole di tutti, quelle comuni. Luciano Moggi archetipo del moggismo. Il moggismo è la voglia di cercare scorciatoie, di sfruttare i cavilli, le complicità, le "conoscenze ". È la volontà di sottrarsi alle regole del gioco, in qualche modo bypassando il confronto sul campo.
È moggista chi non si espone e, telefonando ai propri conoscenti, cerca di determinare il risultato.
Il volersi sottrarre al confronto elettorale, alla discussione, al confronto. Imporre regole proprie, comunque nate non da una fastidiosa dinamica con contrasti e mediazioni, ma da un decisionismo solista, questo è il moggismo all'italiana, applicato non al calcio ma alle cose della vita.
Esiste un Luciano Moggi della veterinaria? Secondo me, sì. Come il suo originale, sfrutta certamente conoscenze e discorsi privati. Insomma, non ce n'è uno solo.
Da epigono del Luciano nazionale, ritiene che chi la pensa in modo diverso sia qualcuno da escludere dal gioco.
Il nostro Lucianino vede le istituzioni come esercizio di potere, più che come palestra di democrazia.
Basta con le metafore, i simbolismi. Veniamo al nostro modesto campo, la veterinaria.
La FNOVI, la piccola istituzione che dovrebbe rappresentarci, soffre degli effetti del moggismo da tempo.
L'elezione dell'ultimo Comitato Centrale, di cui tutti conosciamo i risvolti, le liti, le discusse presentazioni a Cremona, le opposizioni "ad personam", la conferma finale di un disegno nato tra ANMVI e SIVeMP, la negazione di una qualsiasi presenza che non fosse quella organica a queste due associazioni, ebbene quest'elezione è stata un perfetto esempio di moggismo applicato alla veterinaria. In generale, tutta l'attività della FNOVI degli ultimi anni è stata sottratta ad una franca ed aperta discussione e confronto. Le componenti della professione che dissentivano, o a volte semplicemente esprimevano opinioni diverse, pur sensate, sono state escluse.
Un esempio di figura barbina fatta dalla FNOVI tutta, da Penocchio in prima fila, quella sull'ECM.
Da subito il SIVeLP ha detto quello che era evidente, che il sistema non si applicava legalmente a tutti i liberi professionisti, che la barca faceva acqua. Niente. Negare l'evidenza. Se lo dice il Sindacato, è no. Fino a finire, logica conclusione, nel fango.
Fino a quando si continuerà a ritenere che il confronto, perché no, anche lo scontro, siano negative componenti della democrazia? Fino a quando continueremo in questa logica di esclusione piuttosto che di dialogo e confronto? Perché il Comitato Centrale della FNOVI è composto da Presidenti, che non esitiamo a ritenere stimati, ma di cui non conosciamo assolutamente le idee, perché nessuno di loro ha mai fatto una campagna elettorale, nessuno di loro si è mai esposto a dire che cosa vuole realmente fare della veterinaria italiana, ebbene fino a quando continueremo con questo metodo? Dobbiamo ammettere che questo metodo è stato decisamente applicato e interpretato da ANMVI, che continua a vedere la veterinaria italiana come un giocattolo da utilizzare a proprio piacimento. Nessun confronto, nessun dialogo. Questa importante associazione è stata sostanzialmente sottratta al confronto, alla discussione, da un ristretto gruppo che continua a impostarne le scelte senza lasciare spazio alcuno alla discussione. Tutti i Presidenti, tutti i rappresentanti, devono passare da lì, dai Moggi della veterinaria.
Luciano Moggi, da Torino, è finito abbastanza male. Noi siamo fermamente convinti che prima o poi anche ai vari Lucianino degli altri settori capiterà la stessa cosa. Mentre per il calcio, tutto sommato, non è stato un grosso problema, per la veterinaria, oppressa già da una serie di problemi enormi, rischiamo di affondare tutti insieme al nostro caro Luciano. Occorre un grande sforzo di reazione, una grande incazzatura generale, perché ci si svegli da questo torpore che sta condannandoci a queste sabbie mobili dove siamo finiti.
Speriamo in bene...
Liberalizzazioni o modernizzazioni?
La veterinaria ha probabilmente più da guadagnare che da perdere in un'apertura alle novità. Ci sono delle differenze che dobbiamo esaminare se vogliamo fare dare un giudizio sereno su quello che dobbiamo fare.
Esaminiamo ad esempio la categoria degli avvocati. Il servizio legale innanzitutto è un servizio che è pagato in una certa misura dallo Stato. Il gratuito patrocinio, che comporta l'assegnazione di un legale quando il cittadino non può permettersene uno, è un servizio professionale che lo Stato paga all'avvocato. Ovviamente la tariffa minima è estremamente importante in questo contesto, perché consente agli avvocati di mantenere una tariffa non contrattabile, sulla quale lo Stato deve in ultima analisi cedere. Con il decreto è stata revocata anche la possibilità per gli avvocati di essere pagati, proprio per questo servizio, tramite anticipi ottenuti con il servizio delle poste, che fungeva da cassa per queste esigenze.
Comprendiamo quindi bene il disappunto dei legali di fronte all'abolizione delle tariffe minime.
Notiamo ancora riguardo alle caratteristiche specifiche del servizio legale, come tale servizio non sia espandibile, la domanda sia abbastanza rigida. Non è che ampliando la concorrenza o diminuendo il costo del servizio uno si metta a fare cause ad ogni piè sospinto. Certamente, potranno aumentare le esigenze, diminuendo il costo dell'avvocato, ma non è che uno si metta, allegramente incitato dalle liberalizzazioni, a denunciare il mondo. Tutto sommato, la necessità di un legale è una necessità abbastanza fissa e non espandibile.
Aggiungiamo ancora che i legali hanno da temere molto da nuove forme di concorrenza. Se vi capita di andare in Inghilterra, potrete recarvi in una qualsiasi cartoleria e acquistare ad esempio dei documenti prestampati come il testamento. Trovate il vostro foglio, lo compilate, lo depositate e avete un normale testamento. Questa è ovviamente un'esagerazione, e inoltre anche in Italia è teoricamente già possibile una cosa simile, ma quello che dobbiamo capire è che gli avvocati possono temere fortemente il futuro in cui una consulenza legale via Internet abbassi drammaticamente i costi delle procedure semplici. Questo non varrà ovviamente per argomenti complessi, ma è possibile che in un futuro si formino delle strutture legali operanti anche a livello internazionale e che possano dare un servizio che vedrebbe gli avvocati pesantemente ridotti come importanza, perlomeno nel modo in cui concepiamo adesso un servizio legale.
È realmente evidente come l'esame della categoria dei farmacisti ci dia dei risultati analogamente diversi da quelli della nostra categoria. Innanzi tutto il loro servizio non è espandibile, anche qui la domanda di servizi farmaceutici è relativamente rigida. Abbassando il prezzo dell'antibiotico non mi metto certamente ad acquistarne uno scatolone: se ne ho bisogno lo utilizzo, altrimenti no. La quota di domanda che è flessibile, legata alle farmacie, origina piuttosto non dal farmaco ma da prodotti accessori, ed è ovvio che la cessione del farmaco ai supermercati può incidere pesantemente su questa domanda: mentre la richiesta di farmaco è legata al momento della malattia, la richiesta di prodotti accessori può in effetti aumentare, e comprendiamo anche qui il disappunto dei farmacisti nel vedere che proprio questa quota è stata dirottata ai supermercati.
Riguardo alle tariffe, è poi ovvio che una quota importante dei pagamenti è quella effettuata dallo Stato, dalla mutua, e infatti i farmacisti hanno chiesto e ottenuto assicurazioni dal ministero relativamente al fatto che i prodotti soggetti a richiesta continuino a restare, almeno per ora, entro il canale della loro distribuzione.
Aggiungiamo ancora che anche nel caso dei farmacisti si deve temere un incremento della concorrenza delle farmacie via Internet. Magari non è uno scenario immediato, ma è un'ipotesi di molto fondata quella che nei prossimi dieci anni i canali di fornitura per adesso ancora limitati siano destinati ad espandersi.
Aggiungiamo anche che nel caso della farmacia il parametro della qualità del servizio professionale è francamente poco determinabile. Salvo l'ipotesi che si parli di preparazioni magistrali, la qualità del professionista farmacista è sostanzialmente bloccata. Può esserci la cortesia e l'efficienza nel servizio, ma non possiamo pensare che ci siano grosse differenze di servizio tra le diverse strutture.
Ancora, in questo caso notiamo che i prezzi del farmacista sono fissi, almeno nel senso di un loro aumento. In altri termini, il farmaco può solo scendere di prezzo, non è possibile pensare che ad una migliore qualità della prestazione corrisponda un aumento del prezzo del farmaco.
Veniamo alla categoria forse più forte, quella dei notai . Più o meno, possiamo notare le stesse obiezioni che abbiamo fatto relativamente agli avvocati. Se anche il prezzo della prestazione del notaio diminuisse, non per questo cambierebbe. Dal notaio ci vado quando ne ho bisogno, non è espandibile. Nella vita ci andiamo quel numero di volte e non perché un notaio diventa meno costoso allora ci ricorro tutte le settimane...
E' ovvio come la categoria dei notai abbia più da rimetterci, non tanto con le liberalizzazioni di luglio, ma piuttosto da un clima politico che ne ostacoli il servizio mantenuto in termini quali quelli che conosciamo ora.
Per certi versi, la categoria dei commercialisti deve nuovamente temere molto più dei veterinari le liberalizzazioni. Il servizio del commercialista è anche questo poco espandibile, si svolge in buona parte nei confronti di aziende ed è un servizio che potrà vedere aumentare di molto la concorrenza nel caso si sviluppino grosse società professionali miste.
Veniamo ora alla nostra categoria, e notiamo come la nostra professione abbia dei caratteri assolutamente unici.
Il principio fondamentale è che i servizi di veterinaria sono sicuramente espandibili. La cura degli animali non è ancora così ampia come potrebbe. Quanti animali non ricevono tuttora delle cure di buon livello, adeguate alle loro esigenze? Moltissimi. Moltissimi cani non ricevono ancora le vaccinazioni, figuriamoci se arriviamo alle cure dentali e alle analisi del sangue. Il veterinario viene ancora visto come avente un ruolo nella terapia, ma lo sviluppo di servizi legati alla prevenzione è un settore assolutamente interessante. È sicuramente ipotizzabile il fatto che più animali potrebbero ricevere delle cure veterinarie adeguate. Ritorneremo poi sull'importanza che queste cure vengano comprese e soprattutto praticate dai veterinari. Comprese sia dai proprietari che dai veterinari. Notiamo ancora come la professione veterinaria abbia per molti versi un andamento stagionale, anche se questo aspetto è limitato, anche questo può trovare un riscontro positivo nelle liberalizzazioni. La professione veterinaria ha inoltre delle situazioni legate se non ad una pratica abusiva, almeno ad una pratica impropria svolta spesso dai proprietari.
Aggiungiamo ancora che la concorrenza da parte di non laureati è sicuramente presente ma non può spingersi oltre certi limiti. La medicina veterinaria ha ormai in molti casi dei livelli di specializzazione tali da rendere abbastanza difficile il fatto che un non veterinario la pratichi. Per carità, sono sempre a rischio le prestazioni a basso contenuto scientifico, tipicamente una vaccinazione, sono sempre possibili forme di esercizio abusivo, ma è minore il rischio di concorrenza ad esempio via Internet. Rimane nella nostra professione la necessità fisica di presenza del professionista, rimane anche una certa territorialità che limita le possibilità di concorrenza su scala nazionale o addirittura internazionale.
La medicina veterinaria può trarre vantaggio dalle liberalizzazioni: la qualità della prestazione professionale è determinante, essenziale. I veterinari non sono tutti uguali, hanno ampie possibilità per dimostrare di essere migliori dei loro concorrenti. Certamente esistono anche i veterinari che ingannano il proprietario, il cliente, spacciando una veterinaria di bassa qualità per veterinaria di alta qualità. Per fare un esempio, noi sappiamo benissimo che intervenire con anestesia gassosa o anestesia iniettabile è molto diverso. Il nostro cliente, il proprietario dell'animale, deve essere consapevole di questa differenza, per poter scegliere in modo idoneo e consapevole.
Il grosso difetto dei tariffari minimi era quello che tendevano a far apparire due prestazioni molto diverse come uguali. Non è così. Lo stesso intervento, con lo stesso esito, può avere un contenuto di qualità, e conseguentemente un costo, molto diverso.
Sarebbe stato compito, probabilmente lo è ancora adesso, degli Ordini provinciali far capire questa differenza, fare apprezzare questa qualità. Per tanti motivi non ci sono riusciti. Questa è ora la sfida che va direttamente nelle mani dei medici veterinari: far conoscere ed apprezzare la qualità della loro prestazione. La qualità viene percepita nel caso delle altre professioni basandosi su elementi futili, esteriori, che devono essere ricondotti nel loro giusto ambito tramite un processo di comunicazione e di chiarezza con il cliente.
Dobbiamo riconoscere che la concorrenza non è un disvalore. Lo è se è bugiarda, ma il momento in cui riesce a far conoscere un servizio, farlo apprezzare, metterne in luce gli aspetti qualitativi, ebbene la concorrenza può svolgere un ruolo estremamente positivo. Le liberalizzazioni consentono, aumentando le libertà di iniziativa, un riequilibrio di una situazione che, nata storta, si è evoluta in peggio. Negli ultimi anni in cui la concorrenza è aumentata si sono visti pienamente i limiti del sistema ordininistico, delle nostre istituzioni. Dobbiamo ora affidarci all'apertura, alla modernizzazione, per ottenere il risultato di una valorizzazione della qualità della prestazione veterinaria.
Come con tutte le libertà, ci saranno veterinari che daranno il peggio, e ci saranno quelli che daranno il loro meglio. È a questi ultimi che ci dobbiamo affidare, dobbiamo valorizzarli, apprezzare le nuove iniziative senza rimpiangere un sistema che non si è mostrato capace negli anni di conseguire il risultato del miglioramento della professione.
Il ministro Bersani ha probabilmente sbagliato il bersaglio, o forse la comunicazione. Il termine, il concetto che dobbiamo utilizzare non è quello di "liberalizzare", ma quello assolutamente necessario e non procrastinabile, di "modernizzare ".
È ora di smetterla con il piagnisteo istituzionale e presentare un credibile e funzionante progetto di veterinaria. Se non riescono a farlo le nostre istituzioni, molto meglio affidarsi alle risorse private e consentire a quelli che vogliono dare del loro meglio di lavorare serenamente. Che si smetta con gli ostacoli messi all'ampliamento del mercato, che è ora e deve essere ancor di più in futuro l'obiettivo di tutti noi.
Perchè tanto restii?
A dire il vero, non sono di per sé le novità "commerciali" che preoccupano gli Ordini, ma piuttosto la paura, in realtà abbastanza fondata, che il senso stesso, la struttura degli Ordini venga svuotata dall'interno, collassando e travolgendo tutto un sistema. La paura è sensata, ma la reazione è probabilmente spropositata e non produttiva.
Perché gli Ordini temono di essere svuotati? Chiunque abbia avuto un'esperienza, anche minima, di lavoro all'interno di un Consiglio provinciale lo sa benissimo: il decreto sulle liberalizzazioni tocca praticamente l'80% delle attività di cui si occupava l'Ordine provinciale.
Gli esposti sono in maggioranza legati, o dovremmo dire, erano, fino ad adesso, alla pubblicità, nel senso che il professionista inviava la segnalazione di una pubblicità scorretta effettuata da un suo collega-concorrente.
Abbiamo poi gli esposti riguardanti vere o presunte infrazioni ai tariffari minimi, il lavoro sull'approvazione delle convenzioni, le autorizzazioni relative alla pubblicità in varia forma, dalle inserzioni sugli elenchi telefonici alle insegne pubblicitarie. Tutti questi settori occupano mediamente un Ordine provinciale per il 70% della propria attività. Rimane un 10% legato alle certificazioni (anche qui la legge sull'autocertificazione diminuisce drasticamente questo impegno), e poi ancora un 20% di attività "esterna", come gli esposti dovuti al "pubblico ".
È evidente che il decreto, azzerando le disposizioni normative su tutti questi settori, rende sostanzialmente l'Ordine non più un ente di controllo, ma praticamente il club di Topolino. Intravediamo riunioni del Consiglio in cui ci si girano i pollici, si parla di tutt'altro e si fa un puro esercizio autoreferenziale, ma all'atto pratico non si conclude niente di sostanza.
Questa situazione è dovuta essenzialmente al fatto che nel corso degli anni gli Ordini non hanno saputo stimolare, amplificare, direi anche rispettare, la loro funzione principale, quella di tribunali etici, di stimolo alla deontologia.
Dobbiamo ammetterlo, ricordando però che le colpe non sono solamente degli Ordini, ma anche di tutto un sistema che li ha privati, nel tempo, di una concreta possibilità di azione. La giustizia deontologica è stata troppo spesso male amministrata, gli aspetti etici trascurati e presi sottogamba. Come detto, non per colpa, o non solo per colpa, dei componenti dei Consigli: un sistema di cavilli, di limiti assolutamente burocratici, un malinteso senso di solidarietà di categoria, il meccanismo elettivo stesso degli Ordini, hanno contribuito a determinare questo stato di cose.
Resta il fatto che l'etica è abbastanza lontana dagli Ordini. Purtroppo le riforme andavano fatte con calma e meditazione, ma è mancata la volontà di farle, sostanzialmente. Ci si trova ora in questa situazione e si rischia fortemente di prendere delle strade sbagliate. Quello che occorre fare è avviare un ripensamento, una ricostituzione degli Ordini, su nuove strade. Molto probabilmente gli Ordini dovranno vedere come componenti attive le rappresentanze dei consumatori, (nel caso della nostra professione i movimenti animalisti?), insomma cercare di tornare all'origine, al senso più profondo delle nostre piccole istituzioni.
Ci sono resistenze fortissime, abitudini ormai consolidate che si oppongono a queste riforme. In fondo le regole che sono state più o meno valide fino ad adesso sono quelle che hanno consentito un potere, non tanto da parte dei Presidenti degli Ordini, ma da parte di chi ha cercato di monopolizzare la discussione ed il lavoro degli Ordini provinciali.
Quello che non vorremmo che accadesse è che ora la FNOVI, che tra l'altro ricordiamo è attualmente espressione di parte e non di tutti i veterinari, proponga le riforme senza un confronto vero con tutte le realtà del mondo veterinario. Non sarebbe ammissibile o tollerabile un passare senza confronto, senza discussioni, sulla testa di tutti i veterinari italiani. Ci pare purtroppo che fino ad adesso questa sia la strada che la FNOVI intende seguire: nessun dialogo, nessun confronto, nessuna apertura. Insomma, siamo ad ottobre e niente si è ancora visto, per riforme che dovrebbero entrare in vigore a gennaio dell'anno prossimo.
Il problema è che la paralisi della discussione rischia di produrre dei cambiamenti paralitici o gattopardeschi, questo sì sarebbe veramente una perdita del senso degli Ordini, che si troverebbero ad essere privi di funzione concreta. Quello che occorre è un forte cambiamento, innanzitutto di metodo, di coinvolgimento, di rispetto per chi non abita a Cremona.
Questo ci aspettiamo finalmente di vedere. Altrimenti, meglio mandare in rovina questo sistema. Meglio così che morire lentamente e facendo danni alla categoria.
Il farmaco liberalizzato
Non sto a rivedere tutte le motivazioni che sono dietro questa richiesta, assolutamente legittima e in linea con la situazione dei veterinari in tutto il mondo.
Si è rotto un muro e attualmente la federazione dei supermercati chiede di poter vendere anche il farmaco con ricetta, non solo quelli a vendita libera. Una circolare del ministro Turco stabilisce che possono essere venduti nei supermercati, o comunque negli esercizi commerciali, sempre previa presenza di un farmacista, anche i farmaci veterinari che non richiedono la prescrizione.
Si è rotto un muro ma nessuna voce dalla veterinaria si è alzato per cercare di ottenere un vantaggio dal queste liberalizzazioni, e cioè di poter vendere, distribuire il farmaco veterinario.
I vantaggi per il consumatore sono evidenti: i costi minori, maggiore semplicità, più efficienza. Totalmente in linea con quello che è lo spirito del decreto sulle liberalizzazioni, almeno nella parte che non riguarda gli argomenti fiscali.
Perché nessuno dei nostri rappresentanti vuole cogliere questa occasione? Perché non ci si trova, dopo aver detto per anni ai veterinari che questo sarebbe un passo di miglioramento della professione, dal punto di vista economico e non solo?
Possiamo cercare di dare una risposta, analizzando la situazione. Molto probabilmente si teme di creare un attrito con i farmacisti, rompendo un'apparente integrità del fronte di protesta sulle liberalizzazioni. In realtà questa integrità è apparente, ma non sostanziale. Già da adesso ciascun settore professionale mira a portare a casa i vantaggi per la propria categoria fregandosene di quelle che sono le esigenze degli altri.
Per gli avvocati il discorso dei minimi coinvolge il pagamento da parte dello Stato del gratuito patrocinio, per i farmacisti si sono avviate delle rivendicazioni di settore che hanno portato ad alcuni chiarimenti importanti riguardante la distribuzione del farmaco. Ciascuno è impegnato in una sua battaglia personale, ma dobbiamo riconoscere che in effetti racchiudere sotto un unico ombrello, quello delle libere professioni, tutti gli scontenti del decreto sulle liberalizzazioni è una manovra abbastanza azzardata ed in fondo anche menzognera.
Le esigenze, le necessità di ogni professione si caratterizzano per aspetti specifici, che non riusciamo ad unire. La difesa dei minimi è di importanza diversa per gli avvocati rispetto alle altre professioni, anche alla nostra. La creazione di società tra professionisti di settori diversi non è così importante per i veterinari come lo è invece per i commercialisti. Per la nostra categoria uno dei punti più critici potrebbe essere la libertà di movimento che viene concessa alle società di capitale che impieghino i veterinari. Per essere concreti, potrà capitare che associazioni di protezione degli animali, a volte con carattere politico, utilizzino i veterinari dipendenti per effettuare prestazioni con motivazione politica, di tesseramento. In altri termini, una qualsiasi lega protezionistica potrà praticare nel proprio ambulatorio delle prestazioni in totale libertà, non considerando il reddito che tali prestazioni producono, ma cercando unicamente il tesseramento per fini magari politici.
Che cosa dovremmo fare noi, veterinari, per evitare i pericoli insiti in queste situazioni? Il dibattito deve aprirsi, e deve essere molto trasparente. Una proposta è quella di tutelare e regolamentare molto rigidamente il rapporto di dipendenza del veterinario per una qualsiasi società o associazione di non veterinari. In altri termini, stabilire che la responsabilità è esclusivamente del sanitario e creare dei meccanismi di difesa di questa responsabilità che facciano si che il rapporto sia sempre personale e diretto tra il veterinario e il proprietario dell'animale.
Ogni professione ha una propria specificità. In questo senso, ci sembra che l'esperimento dei Comitati Unitari delle Professioni abbiano un pochino il fiato corto, sia a livello nazionale che provinciale. Abbiamo assistito in questi anni, sia pur con lodevoli sforzi dei componenti questi comitati, a litigate, questioni di piccolo potere, basso cabotaggio. Alla fin fine, i comitati, che pure sembravano promettenti almeno come metodo per portare avanti le giuste rivendicazioni delle categorie, si sfaldano in realtà molto facilmente, non riuscendo a creare una vera proposta di riforma della rappresentanza delle categorie.
In questo contesto, sembra suicida la mossa di non chiedere la vendita del farmaco veterinario affidata ai veterinari. Va richiesta e con forza. Perché è giusta, corretta, perché rappresenta la moderna evoluzione del nostro lavoro. Non possiamo essere sempre e solo gravati da burocrazia, da registri, da una serie di incombenze senza ottenerne qualche vantaggio.
Bisogna chiedere vivamente alla FNOVI, agli Ordini, che vengano avanzate delle corrette e forti rivendicazioni in questo settore. Se qualcuno non ha la voglia o il coraggio di farlo, che lo ammetta almeno apertamente.
ENPAV
Si sono svolte nel disinteresse generale, le elezioni per i delegati provinciali del nostro Ente di assistenza, l' ENPAV. La partecipazione, anche se ci mancano dati esatti, è stata una piccola frazione della totalità, probabilmente saremo al 2-3% degli aventi diritto. Si è conclusa la gestione Lombardi, e inizia quella dell'amico onorevole Gianni Mancuso, attuale Presidente.
Con tutta la massima stima per un amico di vecchia data del SIVeLP, il metodo non va. Non c'è stato nessun confronto, nessuna campagna elettorale aperta (che non dovrebbe certamente preoccupare Gianni Mancuso, abituato a ben altro), nessuna dichiarazione di intenti, niente di niente.
Come al solito, come abbiamo già imparato nel caso della FNOVI, purtroppo, vigono i pizzini, i foglietti volanti che recano le indicazioni, le simpatie dei soliti gruppi. Anche a livello provinciale molti Delegati ENPAV non fanno nessuna campagna elettorale, tutt'al più si limitano a cercare il voto di amici e parenti, non prendendo nessun impegno concreto per la rappresentanza degli iscritti.
Calcolando anche che queste attività non sono più di tipo volontario, o almeno non sono esclusivamente volontarie, in quanto c'è ora un buon rimborso, in alcuni casi uno stipendio, ci sembra che si dovrebbe rispettare di più il sistema elettorale, utilizzando meglio la comunicazione elettorale.
Dobbiamo dare atto al Presidente Lombardi di aver realizzato una buona gestione, compiuto atti importanti, di avere iniziato il rinnovamento. Anche riguardo alla comunicazione l'ENPAV ha in qualche maniera informato i veterinari, ma non in modo totalmente chiaro: segno importante ne sono le sostituzioni dei Direttori Generali, in qualche caso francamente sconcertanti.
Un'istituzione, e soprattutto un'istituzione importante dal punto di vista economico come l'ENPAV, deve rispettare una comunicazione e una trasparenza pari a quelli che devono regolare un mondo economico corretto.
Anche qui, la riforma che è stata fatta non è più sufficiente. Occorre di più, occorre di meglio. Per adesso possiamo solamente far sentire la nostra forte voce di richiamo a questi doveri di comunicazione, ma non mancheremo di richiedere anche in futuro che i diritti fondamentali dei veterinari italiani, che sostengono l'ENPAV, siano ampliati e riconosciuti ancor di più.
Il decoro, questo sconosciuto
È strano come la qualità di decoroso venga riferita essenzialmente agli aspetti economici, piuttosto che a quelli morali, etici, della professione.
La dignità è invece correlata all'etica, non al denaro. Si può essere dignitosamente poveri, si può essere dei ricchi mascalzoni. Sarà un discorso ormai passato, certamente antico, ma comunque non capovolgibile: il decoro, la dignità della professione non sono legati a quanto si guadagna, ma a cosa si fa. Non necessariamente occorre essere poveri per essere dignitosi, non necessariamente occorre essere ricchi per essere dignitosi.
Non è che con questo non vogliamo affrontare il problema dei minimi e del loro riflesso su una professione, su quello che è è il giusto diritto di un lavoratore a veder riconosciuto il proprio operato, anche dal punto di vista economico. Quello che ci stupisce è il fatto che nessuno ha mai fatto qualcosa per il decoro della professione, per la sua dignità, mentre ora tutti si scoprono i paladini delle qualità morali. Il fatto è che sbagliano bersaglio, perché si riferiscono essenzialmente a fattori economici.
Parla per la propria serietà l'operato fatto in tanti anni, più che le parole, di cui è molto facile abusare. Dobbiamo riconoscerlo: gli Ordini sono stati assenti, latitanti, dal discorso che riguarda il decoro della professione e dei professionisti, in tanti anni. Personalmente ho visto i peggiori misfatti in anni di frequenza all'ordine.
Ho visto molestie sessuali, animali sbattuti per terra, comportamenti eticamente scandalosi. Molte volte mi sono scontrato con l'impossibilità di affermare con certezza questi comportamenti negativi, semplicemente perché gli Ordini mica hanno una polizia, manca una forza per poter contrastare il semplice fatto che il sanitario venga lì e dichiari "no, quello che c'è nell'esposto non è vero. Ecco la mia verità... ". Sono situazioni che tutti i componenti di qualsiasi Consiglio provinciale conoscono: trovarsi nell'impossibilità di amministrare la giustizia, perché troppo deboli. Bisogna anche essere spietatamente sinceri: in molti casi si è anche avuta condiscendenza, quasi complicità, ammettiamolo tristemente. La giustizia tra colleghi non è la giustizia migliore, riconosciamolo.
Il rigore viene sempre visto come un'esagerazione, come un "cosa vogliamo fargli a questo, fucilarlo? ".
Le sanzioni sono sempre ridicole. Si va dalla stupida censura alla cretina ammonizione, sanzione che all'atto pratico non esiste, sanzioni totalmente inutili. Anche la sospensione viene spesso ingannata, sia con l'uso di prestanome, sia con i cavilli più degni dell'italiana tradizione. Siamo arrivati al punto che è possibile proclamare una autosospensione e far decorrere arbitrariamente la sanzione dalla data che si sceglie personalmente.
Il rigore è sempre malvisto, in tutti i settori. Lo dice uno che ha ritenuto, e ritiene corretto, che i candidati all'esame di Stato non preparati debbano essere bocciati. Per questa mia posizione mi sono trovato contro praticamente tutti, ma non me ne lamento.
Quello che occorre fare veramente è rivalutare l'etica, rimetterla al centro della nostra professione e soprattutto al centro dell'operato degli Ordini provinciali.
Occorre riformare gli Ordini e renderli veramente efficienti. Dobbiamo occuparci innanzitutto dei loro doveri, dei nostri compiti, e principalmente quello di salvare il decoro della professione, più che occupandoci di prezzi, occupandoci di etica, quella vera.
Come parere personale, penso che occorra introdurre delle figure esterne alla categoria: l'esperienza ci ha dimostrato che troppo spesso la giustizia professionale è una giustizia complice. Non deve essere nemmeno giustizia colpevolista, però non si può essere teneri verso chi offende i valori fondamentali del nostro lavoro. Occorre probabilmente introdurre nella rappresentanza degli Ordini, in qualche modo, delle figure terze.
Gli Ordini vanno innanzitutto salvati da loro stessi. Sono istituzioni antiche, nobili, che rappresentano un alto punto di civiltà, se bene utilizzati. Negli Ordini lo Stato delega una funzione importante come la giustizia deontologica a un comitato di pari. È un beneficio molto importante, che consente di avere una migliore giustizia in un settore estremamente delicato.
Questo beneficio gli Ordini lo hanno guadagnato storicamente e ora devono meritarselo, rispettando il loro compito. Il declino degli Ordini, iniziato soprattutto negli ultimi venti anni, deve essere invertito. Per continuare a crepare lentamente, allora molto meglio chiudere. Non assumersi le proprie responsabilità, i propri compiti, è il primo modo per morire. Non rispettare questi compiti ha anche una funzione dannosa sia sulla categoria che sulla società. Non voglio dire che si rischi la barbarie, ma in ogni caso anche la società ha un danno dal mancato funzionamento degli Ordini. Se vogliamo essere valutati positivamente dalla società non possiamo sottrarci dai nostri doveri.
È stupido, io trovo anche vergognoso, lanciare il piagnisteo sul fatto di non essere considerati e poi non riuscire a produrre un minimo di progetto serio, che non sia di carattere corporativo ma comprenda tutta la società intera.
Dobbiamo veramente salvare il decoro della professione, ma non partendo dai soldi. Il primo passo è l'etica. Non servono grandi riforme, investimenti, convegni. Occorrono dei meccanismi di controllo che obblighino tutti a fare il loro lavoro, nel caso degli Ordini, attività di volontariato essenziale per la categoria, la loro attività di giustizia per il bene di tutti. Il sistema strutturale è a mio parere quello che con esperimento pilota e sottovalutato ha lanciato l'Ordine di Roma con il comitato per la bioetica nella veterinaria. Un comitato dove si ritrovano diverse figure che hanno attinenza con il settore del nostro lavoro. Occorre la partecipazione di filosofi, allevatori, associazioni di protezione degli animali, tutte le componenti della veterinaria, insomma un vero e proprio comitato. Non è facile, è un compito delicato e qui molto dovremmo prendere dall'esperienza dell'Ordine di Roma, esperienza che è stata colpevolmente sottovalutata dalle nostre istituzioni.
Pasqualino Santori, uomo scomodo e di grande intelligenza, che ha tra l'altro svolto prestigiosi incarichi, è stato emarginato dal nostro sistema di democrazia veterinaria semplicemente perché non è persona che si presti a dire facilmente si. La nostra FNOVI, con lui come con altri, con la rappresentanza migliore, con gli uomini della veterinaria migliori, ha approvato una politica di esclusione. Si è preferita quella dell'appartenenza. A determinati gruppi e non a altri. Questo è il vero motivo del declino.
Occorre veramente salvare gli Ordini, ma soprattutto da se stessi. Ci siamo occupati troppo di denaro e poco di etica. Abbiamo fatto parlare gli uomini di scuderia e non gli uomini intelligenti. Chiedo scusa, "hanno fatto "parlare.
Noi, eravamo di opinione diversa.
Le bugie di Penocchio
Penocchio dice le bugie quando, come nella lettera che ha inviato agli Ordini provinciali e che potete trovare qui, traccia un bilancio dei primi 100 giorni.
Dice una bugia sapendo di dirla, perché quando afferma che "questa è una FNOVI voluta da tutti", ci lascia veramente stupefatti. Sono passati sì e no quattro mesi dalla sua elezione quando scrive tale frase, non sufficienti perché si possa produrre un'amnesia di tale portata.
Ma come, ci sono state polemiche a non finire, fino all'ultimo i pizzini hanno imperversato e ci sono state minacce di divisione, polemiche a non finire, si è vista insomma tutta la realtà di questa FNOVI, essenzialmente frutto dell'accordo tra ANMVI e SIVeMP, e ci troviamo questa frase?
Questa FNOVI è un'espressione piena e diretta di quell'accordo, per carità legittimo anche se negativo nel metodo, ma che non ci vengano a dire che rappresenti tutti. Proprio questo è il problema della FNOVI, cioè il fatto che rappresenti una parte, e una parte con interessi che pensiamo non siano condivisi da tanti veterinari.
Il problema nasce alla fonte, sia nelle modalità elettorali delle nostre istituzioni professionali, sia per come sono state forzate, intese, applicate tutte le dinamiche elettorali negli ultimi dieci anni di vita della FNOVI. In altri termini, la FNOVI è stata intesa come un centro da cui cercare di esercitare un potere nei confronti della categoria. Va tutto bene, per carità, ma un conto è esercitare una rappresentanza professionale, compito che la FNOVI dovrebbe avere, altro è esercitare un potere.
Sinceramente, una forzatura della dinamica della rappresentanza.
Non nascondiamoci dietro un dito: questo meccanismo è stato applicato e utilizzato in modo esteso da ANMVI, associazione alla quale riconosciamo tranquillamente dei meriti, oltre a una grande applicazione. Ma non bastano per giustificare quello che è stato fatto. Soprattutto, non riescono a far funzionare un meccanismo che è stato male inteso.
In altri termini, se si considera la FNOVI come centro di esercizio di un potere, è evidente che solo gruppi economicamente concreti, con un'organizzazione diffusa e soprattutto dotata di un certo potenziale economico, potranno utilizzare tale meccanismo per "vincere la FNOVI".
Saremo ancora più chiari per far capire a tutti: in Italia esistono attualmente due associazioni che hanno questa forza economica, e cioè l'ANMVI e il SIVeMP. La prima perchè è essere collegata alla SCIVAC e avere una sua forza economica derivata dal fatto di produrre cultura veterinaria. Il SIVeMP perché è collegato a un meccanismo di prelievo automatico dallo stipendio dei veterinari dipendenti.
Quella che viene lamentata come incapacità delle altre associazioni, incluso il nostro Sindacato, dovrebbe essere invece la realtà strutturale di associazioni senza interessi economici.
In altri termini, la forza economica che deriva da interessi economici dovrebbe stare al di fuori delle istituzioni. Esiste un forte conflitto di interessi tra il proporsi come rappresentante istituzionale di una categoria e avere degli interessi economici che in qualche maniera potrebbero trovarsi a essere discussi nel corso di questa rappresentanza.
Tutte le altre associazioni, che sono culturali pure, magari anche un po' scarse, non avendo una loro forza economica, stanno evidentemente fuori da un meccanismo che non contempla la rappresentanza di tutti. Se uniamo questo fatto alla considerazione che le elezioni degli Ordini vedono coinvolti se va bene il 20% dei veterinari italiani, comprendiamo come esista un grande rischio: che una minoranza prenda delle decisioni per tutti.
Occorre cambiare il meccanismo, non possiamo più continuare ad utilizzare uno strumento che è per forza di cose inadatto. La rappresentanza deve sì essere sempre elettiva, ma deve tener conto di tutte le componenti della professione, indipendentemente da una forza numerica che è troppo spesso economica.
I professionisti della politica veterinaria devono rispettare le istituzioni, non cercando di appropriarsene. Solo a queste condizioni la FNOVI, le nostre istituzioni, potranno essere di tutti, riuscendo veramente a lavorare e non a collezionare una serie di insuccessi come ormai siamo abituati a vedere da dieci anni a questa parte.
Ci rendiamo conto che esistono grandissime resistenze, che i potentati si oppongono a una visione di questo genere, ma il rischio, in questi momenti di crisi, è che si condannino le nostre istituzioni ad una morte per asfissia, per mancanza di dialogo, di attività, cosa che non sarebbe di vantaggio a nessuno
Dove sono iniziate le liberalizzazioni
Il Comitato di disciplina del Bar sospende Bates dall'esercizio della professione per violazione del divieto di fare pubblicità. L'avvocato ricorre alla Corte dell'Arizona che respinge il ricorso, ma la Corte Suprema Federale, con sentenza scritta dal Giudice Harry A. Blackmun, lo stesso di una famosa sentenza abortista, lo accoglie, riconoscendo che esiste un pubblico interesse all'acquisizione e diffusione di informazioni riguardanti un'attività professionale. Sostanzialmente, estende alla pubblicità commerciale il Primo Emendamento (che tutela le libertà fondamentali di religione, stampa, riunione, ecc)
Viene così resa legittima in Usa la pubblicità delle professioni, escludendo quella falsa. ingannevole e fuorviante ("false, deceptive or misleading” ). Sfortunatamente, la sentenza si mantiene sul generico per quel che riguarda la definizione di falsa, ingannevole e fuorviante. Seguono una serie di processi, di questioni che ritrovano coinvolte da una parte le istituzioni professionali, spesso con volontà conservatrice, ed i professionisti.
La sentenza Bates si trova qui ed è affascinante da leggere. In parte perchè ci si trova il processo americano, contesto di tutti i telefilm visibili, ma soprattutto perchè ci troviamo, trent'anni dopo, tutti gli schemi mentali, le argomentazioni, le posizioni, le questioni che ora sono in gioco in Italia.
Perchè capisci che chi in questi momenti parla di questi argomenti non l'ha letta, e rischiamo di ripetere errori che non avrebbero senso.
7305 notti all'Hotel Bates
coggins
Ne guadagna il servizio, il controllo collettivo, senza inutili giri di competenze.
Cosa si potrebbe, dovrebbe fare?
Inviare la richiesta a TUTTE le Regioni richiedendo che tale modalità sia estesa, sia la norma. E' quella che funziona meglio. Spiegare le nostre ragioni e motivazioni.
Invece regna la confusione. E i liberi professionisti stanno alla finestra.
Certo, per svolgere al meglio questa prestazione occorre essere attrezzati, efficienti. Senza un computer che tenga l'anagrafica, che stampi le etichette, come fai a gestire tutti questi prelievi?
Non è possibile competere con il servizio, scarso ma a basso presto, dato dalle ASR, se non sei attrezzato. Un computer fa questo, tiene il registro di scuderia, stampa gli esiti.
E poi, serve disporre del collegamento internet per leggere subito gli esiti, ma quando questo si è reso disponibile, pochissimi Colleghi lo hanno chiesto. Anche se è essenziale.
Milano, 13 febbraio
- l'uso del computer nella pratica mobile
- le nuove regole fiscali.
Se la medicina veterinaria non fa il salto di qualità, l'evoluzione sia tecnologica che di mentalità, allora si rischia il regresso culturale, sociale e professionale.
Dobbiamo dare di meglio ai nostri clienti e pazienti. Ne abbiamo bisogno noi, tanto per iniziare.
Farsi pagare, pagare le tasse, fornire un servizio ineccepibile al prezzo giusto, magari usando la tecnologia e una mentalità nuova per risparmiare sui costi di produzione, perchè no?
Ho visto e toccato l'interesse per l'argomento. Come lavorare meglio. C'è una parte della professione ancora restia, troppo condizionata da anni di ipnosi collettiva, ma qualcuno, qualcosa inizia a muoversi.
Piano, certamente, ma si muove