Ho sempre pensato che quando dici "ve l'avevo detto", è una magrissima consolazione, perché magari hai avuto ragione, ma i fatti ti danno perdente. Sei stato imbarcato a forza sulla nave dei perdenti, e che tu lo voglia o no, sei con loro.
Magari in questa situazione non è proprio così, ma certo leggere della proposta di legge dell'On. Roberto Cassinelli mi fa pensare a quello che ho scritto più volte a proposito della cartella clinica.
Riassumendo i fatti, un articolo su La Stampa parla della proposta di legge che vorrebbe imporre l'obbligo di cartella clinica ed altre questioni alla professione veterinaria.
Come già scritto, l'obbligo di redigere una cartella clinica sarebbe secondo me vantaggioso per tutti, anche per i veterinari, e le motivazioni le ho già dette.
Ma se non riesci a darti delle regole corrette, nel mondo attuale, prima o poi qualcun altro cerca di dartele. Solo che lo fa in modo peggiore.
La proposta dell'On. Cassinelli è superficiale, farraginosa, scritta male e per certi versi fa sorridere. Si rifà all'esperienza nazionale dell'Autore, e siccome è un avvocato, conosce il Consiglio Nazionale Forense, e pensa che esista un Consiglio Nazionale Veterinario, non una Federazione di Ordini come invece è. Si basa su svarioni e pensa di risolvere la questione con un "registro di classe" dell'ambulatorio, chi entra e chi esce, a che ora e perché. Tecnicamente è inadeguata ed insufficiente, se non dannosa. Ripropone gli ambulatori pubblici, soluzione peggiore del malanno, solletica "la panza" del proprietario di animali con obblighi che non sono altro se non espressione rancorosa di un sentimento "antiveterinario", che sembrano voler dire "Tiè, così impari".
Ma il problema sollevato è giusto. Il nodo che la origina ha una grande importanza, e le questioni non sono peregrine.
La carenza di concetti di servizio elementari, come la cartella o l'impegno all'assistenza 24 ore sul territorio, è cosa non da poco, e sentita dai proprietari di animali.
Sono questioni che dovevano essere affrontate dalla categoria in modo non burocratico, con un progetto elevato e sensato, e non trascurate, magari cercando di gabbarle, come fatto sinora.
Mi interessa anche parlare della levata di scudi della categoria. Innanzitutto, notiamo come al solito che siamo costretti a giocare in difesa, ed è inutile cercare di fare il contropiede, non riusciamo ad uscire dalla nostra metà campo.
Già nell'articolo de La Stampa il Presidente del mio Ordine, Cesare Pierbattisti, ciurla un po' nel manico, sostenendo che "di fatto" l'obbligo di cartella clinica esiste già. Quando sostieni che una cosa esiste già "di fatto", vuol dire che in realtà non c'è. Il Veterinario è in effetti libero di non appuntarsi un bel niente, e poi scrivere due balle a fine terapia. Non si dovrebbe discutere dell'obbligo o meno che ci sia la cartella, ma del fatto che debba essere obbligatoriamente consegnata.
Oscar Grazioli, su Libero, dà pienamente, non parzialmente, ragione all'articolo, dicendo che "a questa situazione stanno cercando di porre rimedio..". Che non vuol dire confutare le tesi della proposta di legge, anzi. Sinceramente, non capisco poi cosa c'entri l'argomento "non siamo pagati molto".
L'ANMVI invece usa mezze bugie, dicendo che esiste già il giuramento di Ippocrate per i veterinari (fortunatamente non siamo così stupidi. Sono i giuramenti che vanno aboliti, sono una baggianata senza limite) o che la professione è "più avanti" della proposta, una risposta che ha un suo senso, ma che alla fine si rivela zoppa. Anche qui, non capisco che cosa c'entra il Comitato Nazionale per la Bioetica. Tra l'altro, io non chiederei il rientro "della Veterinaria". Il rientro di Pasqualino Santori mi sembra auspicabile, ma "della Veterinaria" in astratto mi dice proprio poco. Mi sembra più una richiesta di una poltroncina che di vera partecipazione.
Insomma, siamo alle solite. Negare che esista un problema, sentirsi "offesi" dall'articolo, come ho sentito in questi giorni, non mi pare la miglior risposta. Penso sarebbe meglio affrontare il nodo fondamentale, l'esigenza di una responsabilizzazione minima della categoria prima che altri cerchino di farlo dall'esterno.
Prevedere che un veterinario debba tenere una cartella clinica dell'animale non è poi un obbligo terribile. Se te lo impongono dall'esterno magari chiedono che tu ci scriva poi anche un brufolino, mentre se il progetto lo fa un tecnico può impostarlo sui fatti salienti, veramente importanti, della vita dell'animale. Non mi pare ci sia da discutere molto. La cartella può essere poi informatica (un pdf), cartacea, un foglio, una cosa semplice, non è un dramma.
Per tutta la questione, alcuni punti fondamentali.
Emerge la sconfitta, in pieno ed acclarata, del sistema ordinistico. La proposta tutto sommato cerca di normare alcune cose che sono comprese, o dovrebbero essere, nella deontologia e codici collegati. Come tutti sanno, ormai, carta straccia. Non perchè non esista norma, ma per l'ignavia degli Ordini, Tribunali inadempienti.
La mancanza di un grande progetto e di una grande comunicazione della mia professione. Non c'è da parte delle istituzioni, non c'è da parte delle Associazioni. Si rimane piccoli, purtroppo. Altrimenti non ci troveremmo di fronte a cose come queste.
Concludiamo pratici, come al solito, con proposte concrete.
Se siete veterinari: rilasciate al proprietario, senza che ve la debba chiedere lui, una cartella clinica. Personalmente, il mio database mi lascia introdurre le mie annotazioni, e poi le stampo come documento pdf. Ormai il cartaceo è ridottissimo. Lo invio via email e amen, meglio ancora di un foglio che poi magari si perde.
Farete bella figura ad un costo zero, dimostrerete la vostra correttezza in ogni situazione. Potrete anche sbagliare, ma almeno dimostrerete che il lavoro lo avete affrontato correttamente.
Se siete proprietari: chiedete al veterinario, da subito, dalla prima visita, di rilasciarvi una cartella clinica del vostro animale. Ditegli "Dottore, per me questo animale è importante e vorrei riasumermi i dati salienti della sua salute, non posso poi ricordarmi tutto a distanza di anni", e sono sicuro che nella maggior parte delle volte otterrete una risposta positiva. Dimostrerete da subito l'importanza per voi del vostro animale, e migliorerete il servizio. Non è essenziale che ci siano annotate anche le inezie, ma i fatti importanti si.
Se siete preoccupati per le proposte di legge: state tranquilli, mi sembra che sia la proposta sia le risposte abbiano una grande predisposizione all'inconcludenza, malattia molto diffusa, forse non pericolosa. Tutto rimane come prima, ma questo è peggio.
3 luglio 2009
18 giugno 2009
La deriva. Difesa d'ufficio. Perdente.
Confesso che, pur avendo acquistato il libro "La deriva" di Stella e Rizzo, non ero ancora arrivato a leggere le pagine di cui scrive il Presidente della FNOVI, Gaetano Penocchio, nel numero di novembre 2008 di 30 giorni, la rivista FNOVI.
Il tema è una vicenda su cui ritengo di essere titolato a parlare, quella della veterinaria torinese sanzionata per infrazioni tariffarie. La vicenda è nota, ed è quella che ha dato origine all'indagine dell'Antitrust sugli Ordini Professionali.
Sono stato partecipe a molti degli episodi deontologici in oggetto, e relatore nel procedimento disciplinare in oggetto. Ero Vicepresidente dell'Ordine che ha avuto l'unica dimostrazione di piazza mai svoltasi in Italia contro un procedimento disciplinare.
Mi sembra che la difesa di Penocchio sia limitata, espressione di un modo di pensare che dovremmo lasciarci alle spalle, e che dia ulteriormente acqua al mulino di Stella e Rizzo, e bisogna ammettere che "La deriva" ha delle ragioni.
Cosa dice "La deriva" e cosa dice Penocchio? Sostanzialmente, il copione che conosciamo già. Da una parte, "gli Ordini difendono interessi di parte e creano un danno per i cittadini", dall'altra "non è vero, senza un controllo sui prezzi non esiste qualità". Non entro nel dettaglio, il film lo avete già visto molte altre volte. E' quello che è sempre stato detto, scritto, dagli Ordini.
A me sembra che la difesa di Gaetano Penocchio, se pur comprensibile, non sia sufficiente e giusta, e crei più danni che benefici. Perché conferma quello che dicono Stella e Rizzo.
Due le affermazioni che secondo me dovrebbero essere abolite.
Una è "al di sotto di un certo prezzo non può esistere qualità". E' vera, come concetto di base, ma non rende vera invece "controllando le tariffe minime controllo la qualità", che è un'affermazione completamente diversa, slegata dalla prima.
E' un'affermazione retorica debole, non convincente. Il controllo di qualità dovrebbe venire prima, non dopo l'(eventuale) controllo sui prezzi, che non sostituisce il primo.
Controllare i prezzi non vuol dire valutare la qualità. E' evidente. Si può pure fare, anzi secondo me si dovrebbe, un'affermazione di questo genere, ma poi occorre supportarla con concrete posizioni, e queste non le abbiamo mai viste.
L'altra affermazione da smentire è che la pubblicità sanitaria indurrebbe "un bisogno artificioso di prestazioni sanitarie". Nel caso della veterinaria, questa è la solita rivendicazione di uno "status" sanitario contrapposto a quello commerciale. Ho già scritto molte volte di questa rivendicazione a doppio volto ed inefficace.
E' falsa. E se fosse vera, che male ci sarebbe? Le prestazioni a favore degli animali sono pagate direttamente dal proprietario, che quindi può essere legittimamente sensibile alla pubblicità. Se viene a sapere che la sterilizzazione dell'animale è utile, economica, vantaggiosa, può decidere di "comprarla". Perché no? Anzi, dovrebbe essere compito della Federazione degli Ordini stimolare il mercato. E non lo fa, anzi, lo deprime.
Se queste fossero le argomentazioni, meglio lasciarle perdere.
Piuttosto, è vero che le leggi erano quelle, e gli Ordini semplicemente le facevano rispettare. Gli Ordini sono tribunali, e facevano rispettare la legge. Magari sbagliando (anche i giudici possono sbagliare) ma nell'ambito del loro compito. Solo che se si facesse questa giusta, legittima, anche forte, difesa, bisognerebbe poi dire che adesso che le leggi sono cambiate noi ci adeguiamo, e non cerchiamo di opporci alle nuove norme. E questo gli Ordini non lo vogliono fare, desiderosi di un potere che invece la società (e pure gli iscritti) non riconoscono più loro. Questa la realtà e questa la difesa che sarebbe più efficace. Tutto il resto è rivendicazione senza costrutto.
Compra "La Deriva" di Stella e Rizzo su IBS
Il tema è una vicenda su cui ritengo di essere titolato a parlare, quella della veterinaria torinese sanzionata per infrazioni tariffarie. La vicenda è nota, ed è quella che ha dato origine all'indagine dell'Antitrust sugli Ordini Professionali.
Sono stato partecipe a molti degli episodi deontologici in oggetto, e relatore nel procedimento disciplinare in oggetto. Ero Vicepresidente dell'Ordine che ha avuto l'unica dimostrazione di piazza mai svoltasi in Italia contro un procedimento disciplinare.
Mi sembra che la difesa di Penocchio sia limitata, espressione di un modo di pensare che dovremmo lasciarci alle spalle, e che dia ulteriormente acqua al mulino di Stella e Rizzo, e bisogna ammettere che "La deriva" ha delle ragioni.
Cosa dice "La deriva" e cosa dice Penocchio? Sostanzialmente, il copione che conosciamo già. Da una parte, "gli Ordini difendono interessi di parte e creano un danno per i cittadini", dall'altra "non è vero, senza un controllo sui prezzi non esiste qualità". Non entro nel dettaglio, il film lo avete già visto molte altre volte. E' quello che è sempre stato detto, scritto, dagli Ordini.
A me sembra che la difesa di Gaetano Penocchio, se pur comprensibile, non sia sufficiente e giusta, e crei più danni che benefici. Perché conferma quello che dicono Stella e Rizzo.
Due le affermazioni che secondo me dovrebbero essere abolite.
Una è "al di sotto di un certo prezzo non può esistere qualità". E' vera, come concetto di base, ma non rende vera invece "controllando le tariffe minime controllo la qualità", che è un'affermazione completamente diversa, slegata dalla prima.
E' un'affermazione retorica debole, non convincente. Il controllo di qualità dovrebbe venire prima, non dopo l'(eventuale) controllo sui prezzi, che non sostituisce il primo.
Controllare i prezzi non vuol dire valutare la qualità. E' evidente. Si può pure fare, anzi secondo me si dovrebbe, un'affermazione di questo genere, ma poi occorre supportarla con concrete posizioni, e queste non le abbiamo mai viste.
L'altra affermazione da smentire è che la pubblicità sanitaria indurrebbe "un bisogno artificioso di prestazioni sanitarie". Nel caso della veterinaria, questa è la solita rivendicazione di uno "status" sanitario contrapposto a quello commerciale. Ho già scritto molte volte di questa rivendicazione a doppio volto ed inefficace.
E' falsa. E se fosse vera, che male ci sarebbe? Le prestazioni a favore degli animali sono pagate direttamente dal proprietario, che quindi può essere legittimamente sensibile alla pubblicità. Se viene a sapere che la sterilizzazione dell'animale è utile, economica, vantaggiosa, può decidere di "comprarla". Perché no? Anzi, dovrebbe essere compito della Federazione degli Ordini stimolare il mercato. E non lo fa, anzi, lo deprime.
Se queste fossero le argomentazioni, meglio lasciarle perdere.
Piuttosto, è vero che le leggi erano quelle, e gli Ordini semplicemente le facevano rispettare. Gli Ordini sono tribunali, e facevano rispettare la legge. Magari sbagliando (anche i giudici possono sbagliare) ma nell'ambito del loro compito. Solo che se si facesse questa giusta, legittima, anche forte, difesa, bisognerebbe poi dire che adesso che le leggi sono cambiate noi ci adeguiamo, e non cerchiamo di opporci alle nuove norme. E questo gli Ordini non lo vogliono fare, desiderosi di un potere che invece la società (e pure gli iscritti) non riconoscono più loro. Questa la realtà e questa la difesa che sarebbe più efficace. Tutto il resto è rivendicazione senza costrutto.
Compra "La Deriva" di Stella e Rizzo su IBS
14 giugno 2009
Come essere felici sul lavoro.
Un'amica mi segnala questo diagramma, e io ci aggiungo il post originale, che a me sembra molto interessante.Sostanzialmente, il diagramma indica tre aree che devono essere esaminate. cosa vogliamo fare, cosa possiamo essere pagati per farlo, cosa facciamo bene, e le loro intersezioni. Notare bene, l'area "ci pagano per farlo", "lo facciamo bene", ma non fa parte di "quello che vogliamo fare" viene ritenuta una trappola mortale da Bud Caddell: perderete la passione, le migliori persone che lavorano con voi, e smetterete di amare il vostro lavoro. Imparate a dire di no.
In inglese, ma merita un po' di fatica. Ben spesa.
12 giugno 2009
ENPAV. Dove vanno a finire i soldi?
Bisogna proprio avere un po' di tempo, ma secondo me è interessante.
Sono andato a curiosare nei bilanci e documenti dell'ENPAV, che ovviamente dicono le cifre ma bisogna andarsele a cercare. E viene fuori il meccanismo consociativo, di cooptazione, che l'Ente utilizza nel suo bisogno di consenso.
Guardate le borse di studio cliccando qui. Totale erogazioni 153.000 euro, vi risparmio la somma.
Ho letto poi il bilancio preventivo 2008, altra fonte di meraviglie. Il totale a preventivo dei dati è di 300.000 euro. E già qui vuol dire che, a naso, l'ENPAV spende più in borse di studio che in assistenza a Colleghi con problemi. Del resto, lo abbiamo già visto con l'Abruzzo: un'assistenza pelosa. Ma una complessiva generosità con le borse di studio. Perché?
Molto semplice: si crea, con questo meccanismo, benevolenza da parte di Colleghi che così, almeno una volta, e magari un po' di più, vedono entrare qualcosa a fronte di una vita di contributi.
Una benevolenza diffusa: circa 200 iscritti all'anno che così hanno un contentino, il gelato per i figli.
Per le assistenze, invece, il meccanismo è meno importante, perché numericamente meno consistente.
Questo è un meccanismo che in fondo si manifesta in tutte le forme dell'ENPAV, dai delegati che possono fare le vacanzine con la parentela, le amanti o chi più gli aggrada, a Roma o in altre pittoresche sedi di riunione, all'istituzione di Commissioni, riunioni e gruppi di lavori con collegati rimborsi.
Insomma, ti dò il contentino per la tua condiscendenza. Smontando quello che dovrebbe essere uno dei principali meccanismi di equilibrio istituzionale: il senso di difesa, di rappresentanza degli iscritti del Delegato, che dovrebbe essere massimo. Ed invece viene attenuato o azzerato.
In quanto alle borse di studio, secondo me il meccanismo dovrebbe essere profondamente riformato. O abolito. Siamo seri, su...
Tra l'altro, sfogliando i nomi, anche alcune curiosità, ma queste ve le andate a vedere. Non mi metto poi a fare il padano, guardando la distribuzione regionale delle borse di studio, ma questo è un meccanismo che già conosciamo: i voti sono più alti al Sud che al Nord. Tralasciamo l'argomento, non responsabilità dell'Ente.
Mi sembra che in ogni caso il dato più borse di studio che assistenza sia già abbastanza.
Poi, ripeto nei bilanci ciascuno trova i motivi di critica che vuole. Dal milione di euro speso per il CdA, Assemblee e Commissioni (per il personale sono 3 milioni), ai 24.000 euro per riviste (ma che leggeranno mai?) nel preventivo 2009. Insomma, sbizzarritevi. Se vi divertirete o no, dipende da che parte state.
Sono andato a curiosare nei bilanci e documenti dell'ENPAV, che ovviamente dicono le cifre ma bisogna andarsele a cercare. E viene fuori il meccanismo consociativo, di cooptazione, che l'Ente utilizza nel suo bisogno di consenso.
Guardate le borse di studio cliccando qui. Totale erogazioni 153.000 euro, vi risparmio la somma.
Ho letto poi il bilancio preventivo 2008, altra fonte di meraviglie. Il totale a preventivo dei dati è di 300.000 euro. E già qui vuol dire che, a naso, l'ENPAV spende più in borse di studio che in assistenza a Colleghi con problemi. Del resto, lo abbiamo già visto con l'Abruzzo: un'assistenza pelosa. Ma una complessiva generosità con le borse di studio. Perché?
Molto semplice: si crea, con questo meccanismo, benevolenza da parte di Colleghi che così, almeno una volta, e magari un po' di più, vedono entrare qualcosa a fronte di una vita di contributi.
Una benevolenza diffusa: circa 200 iscritti all'anno che così hanno un contentino, il gelato per i figli.
Per le assistenze, invece, il meccanismo è meno importante, perché numericamente meno consistente.
Questo è un meccanismo che in fondo si manifesta in tutte le forme dell'ENPAV, dai delegati che possono fare le vacanzine con la parentela, le amanti o chi più gli aggrada, a Roma o in altre pittoresche sedi di riunione, all'istituzione di Commissioni, riunioni e gruppi di lavori con collegati rimborsi.
Insomma, ti dò il contentino per la tua condiscendenza. Smontando quello che dovrebbe essere uno dei principali meccanismi di equilibrio istituzionale: il senso di difesa, di rappresentanza degli iscritti del Delegato, che dovrebbe essere massimo. Ed invece viene attenuato o azzerato.
In quanto alle borse di studio, secondo me il meccanismo dovrebbe essere profondamente riformato. O abolito. Siamo seri, su...
Tra l'altro, sfogliando i nomi, anche alcune curiosità, ma queste ve le andate a vedere. Non mi metto poi a fare il padano, guardando la distribuzione regionale delle borse di studio, ma questo è un meccanismo che già conosciamo: i voti sono più alti al Sud che al Nord. Tralasciamo l'argomento, non responsabilità dell'Ente.
Mi sembra che in ogni caso il dato più borse di studio che assistenza sia già abbastanza.
Poi, ripeto nei bilanci ciascuno trova i motivi di critica che vuole. Dal milione di euro speso per il CdA, Assemblee e Commissioni (per il personale sono 3 milioni), ai 24.000 euro per riviste (ma che leggeranno mai?) nel preventivo 2009. Insomma, sbizzarritevi. Se vi divertirete o no, dipende da che parte state.
7 giugno 2009
La mafiosità e il mondo delle professioni.
Diventa persino imbarazzante, giuro. Leggo il numero 18/2009 di "Professione Veterinaria", con un articolo di Marco Viotti, responsabile del Practice Management ANMVI. Io ho anche conosciuto il Collega, e mi dispiacerebbe se ne avesse a male, ma penso che la critica anche dura ma serena sia la miglior soluzione.Condivido la parte di analisi dell'articolo che si basa su dati statistici, e parte della soluzione, e cioè che i medici veterinari non guadagnano il giusto a causa della difficoltà a farsi pagare.
Ma allibisco dinanzi alla soluzione proposta. Testualmente: "Se l'utenza trovasse un blocco compatto e non in svendita di professionisti si adeguerebbe a pagare almeno un 30-40% in più rispetto alle nostre attuali parcelle".
Al di fuori della posizione ANMVI, questa è un'idea che sento serpeggiare tra i professionisti, e vorrei scrivere qui perché no. Perché
- è un reato. La legge 287 del 10 ottobre 1990 proibisce, all'art. 2, le intese che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare in maniera consistente il gioco della concorrenza all'interno del mercato. E' ampiamente consolidato, nessuno lo discute, il principio che la giurisprudenza antitrust si applichi alle professioni. Reato. Io penso anche che le leggi siano fatte per essere cambiate, ma non mi pare che questo sia il caso, anche perchè agire diversamente
- è mafioso, proprio concettualmente. E' l'essenza della mafiosità: il prezzo come imposizione. Lo può fare Bernardo Provenzano nei suoi pizzini.
- è becero. E' un ragionamento che non funziona, ma oltre a questo, manca proprio di un minimo di senso, non dico di analisi, ma proprio un senso generale. Insomma, è la prima, ingenua, inaffidabile, concezione di prezzo che un primitivo potrebbe avere: paghi perchè te lo imponiamo come cartello. Bongo bongo.
- è socialmente inaccettabile, è proprio il ragionamento che l'Antitrust ha preso come colpevole da parte degli Ordini professionali. E' una gran botta sui coglioni. Solo da sperare che l'Authority non la legga, sennò altro che ascoltare le lamentele dei professionisti.
- è un ragionamento limitato, che si basa sull'idiozia che "lo facciamo solo noi". Perchè se i prezzi venissero fissati in base a cartelli di organizzazioni, ciascuno di noi ne avrebbe un danno, spenderebbe di più. La società arretrerebbe.
- è falsamente egualitario. Si basa sul presupposto che una visita, o un vaccino, sia uguale per tutti. Invece esistono professionisti più abili, sia tecnicamente che come comunicazione con il cliente, che riescono a trasmettere meglio la loro maggiore qualità, e anche attualmente riescono a farsi pagare di più
-uccide l'intelligenza economica. Se il prezzo venisse fissato dal cartello, cesserebbe ogni ricerca del meglio, del migliore, e la conseguente spinta a migliorare. Un vaccino è un vaccino, e amen. Una sterilizzazione è tale, e non esisterebbe più differenziazione. Tutti ci adageremmo su una falsa sicurezza del prezzo. Anche il ragionamento "incasseremmo di più, e miglioreremmo la qualità", è falso. Perchè migliorare, se intanto il cartello manterrebbe il prezzo allo stesso livello?
In conclusione, un'eresia simile la posso tollerare se sproloquiata dai veterinari nelle loro consuete chiacchere da bar, talvolta purtroppo istituzionalizzate (le ho subite pure all'Ordine). Ma mi sembra terribile che un'Associazione che si presenta come rappresentanza dei veterinari pubblichi cose simili. Mi dissocio, visto il contesto.
La concorrenza non può essere vista come un disvalore, non lo è. E' un valore che la legge tutela, e che può migliorare la nostra attività. Certo, è un gioco che bisogna saper giocare, e magari mi sarei aspettato dal gruppo di Practice Management che si scegliesse di migliorare le capacità di gioco dei veterinari, non quella di voler abolire il gioco.
Se siete professionisti:
- mettetevelo in testa. La concorrenza va accettata. Visto che c'è, giocatela al meglio, non con ragionamenti primitivi, ma migliorando la vostra prestazione, facendola risaltare ed apprezzare anche economicamente
- non sproloquiate di ragionamenti insensati, ma cercate di imparare come fare queste cose senza svendere il vostro lavoro
- è giusto aumentare il vostro prezzo, se corrisponde ad una maggior qualità, se arrivate a questo come esito di un processo di crescita e miglioramento. Se il vostro lavoro vale di più, fatevelo pagare. Ma perchè ci arrivate voi, non "un cartello"
- il sito consigliato oggi è Businessdoctor, molto ben scritto, fatto da un ottimo consulente come Alessandro Meloni. Lo consiglio vivamente, ci troverete idee sicuramente molto più raffinate dell'"esco con la clava e spacco tutto" di cui abbiamo discusso.
- in quanto all'iscriversi al Gruppo di Practice Management, in linea teorica direi di sì, potrebbe pure essere utile. Basta che non vi chiedano di essere presentati dagli amici...
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