23 giugno 2007

Falchi, Colombo, Visco e gli studi di settore.

Bisogna avere una faccia di bronzo, se non peggio, per dire esplicitamente che "chiediamo 100-200 euro al mese in più" per chi non rispetta gli studi di settore. Siamo arrivati al fisco cassiere, non so come dire, quello che prescinde da considerazioni di giustizia fiscale, quello velatamente minaccioso, ma all'italiana, mafiosetto. "Dai, paga 100 euro in più, ti conviene..".

Ormai si è creato il luogo comune per cui il professionista deve guadagnare di più del dipendente. Non è possibile che "il gioielliere" guadagni meno dell'operaio. Ma in realtà c'è una grossa crisi del commercio, dei professionisti, dei "liberi professionisti" in senso lato. Non si può pensare che la concorrenza aumenti, i prezzi diminuiscano, i redditi aumentino. Questo funzionerebbe se fossimo in una fase di espansione dei consumi, ma in realtà non è così, almeno a livello generalizzato.
Se continui a costruire supermercati, mi spieghi come pi pretendi che il negoziante dichiari sempre di più?
Esiste una grossa difficoltà delle categorie a rappresentare questa cosa, secondo me per una sorta di falso orgoglio professionale. Se parli con un professionista in genere sembra sempre di parlare con la persona più occupata del mondo, e molto spesso è vero, perchè occupa molte ore del giorno, certo più di otto, a lavorare. Ma non ne trae un reddito sufficiente.

Sto in questi giorni cercando di organizzare un acquisto collettivo di uno strumentario tra professionisti. La spesa massima pro capite è di 5.000 euro, ma molto probabilmente scendiamo a 3.000. Telefono ai colleghi, e non pochi, e non mi mentono, mi dicono che "sono in un momento che ..". Ripeto, sono totalmente certo del fatto che non sia una balla. C'è difficoltà a fare una spesa anche modesta, e da parte di colleghi affermati.
Anna Falchi in questi giorni ha dichiarato che non si può separare perchè non ha soldi. Il mondo dorato non lo è poi così tanto. Per carità, sono convinto che sia meglio essere "poveri " come Anna Falchi che "ricchi" come me, ma questa è la dimostrazione che non si può "presumere" il reddito.

Questo le categorie non riescono a comunicarlo. Costretti nell'angolo della comunicazione, sempre costretti a fare la parte dell'evasore. Per la mia categoria lo dico io, e a voce alta: esiste una grossa fetta di veterinari che ha un reddito modesto, per cui i 23.600 euro di reddito sono un traguardo, e non è detto che sia così facile arrivarci. Per cui i 100-200 euro al mese in più non sono pochi, e sono profondamente ingiusti.

Visco è stato definito il "Robespierre delle Finanze". Ma non mi sembra che abbia la stessa "nobiltà" di figura. A me ricorda figure molto più volgari, se non criminali.
Io, sto irrimediabilmente dalla parte di Anna Falchi, e non solo perchè sono Colombo. Ci sto e sono sicuro che è con me la stragrande maggioranza degli italiani. Non ho dubbi.

17 giugno 2007

Sorpresa: la meritocrazia è democrazia!

Leggo che gli immigrati chiedono una scuola più severa, più "dura". Il motivo è semplice. Premiare il merito significa diminuire l'effetto dei fattori discriminanti di tipo "sociale". Se sono tutti promossi, allora diventano importanti le conoscenze, il reddito della famiglia, la sua connotazione sociale.

Se premio i più impegnati, i più bravi, invece, lascio aperta la strada per tutti, senza favoritismi sociali. Consento ai migliori, di qualunque colore abbiano la pelle, di emergere ed eccellere. Con vantaggi per tutti. Gli immigrati, la società.

Penso di essere stato tra i pochi che hanno bocciato candidati impreparati agli esami di stato. E per questo ho subito attacchi di ogni tipo. Fino a rientrare, da parte dell'Ordine, alla vecchia solfa: avanti tutti.

Questa è una stortura che non molti conoscono. Esistono Esami di Stato per molte lauree: Medicina, Veterinaria, Farmacia, psicologia, ecc.
Le percentuali degli abilitati sono vicine alla totalità, senza alcuna selezione. L'impreparazione è invece imbarazzante, al limite dello scandalo. Non posso che augurarmi che qualche giornale faccia un servizio sull'impreparazione dei nostri laureati, sull'inefficienza delle nostre Facoltà.

Parlo di Veterinaria. E' vero, molte dovrebbero essere chiuse. Ma non perchè sono "troppe". Perchè sono "brutte". Non dal punto di vista delle strutture, ma dei docenti, dei metodi, dei corsi, degli insegnamenti.In Italia, poche danno un insegnamento non dico adeguato, ma almeno decente.

Agli studenti: non cercate le Università più facili. Non sono quello che vi serve.
Ai docenti: non date agli studenti quello che non vogliono, la facile promozione. Potreste fare di meglio. Nell'interesse di tutti.

Letteratura e selezione della clientela

"Datemi un uomo disposto a lavorare gratis, e vi darò uno stronzo buono a nulla"
Charles Bukowsky, "Panino al prosciutto", ed. Guanda, pag. 212.



Non penso che il denaro sia l'unico metro da utilizzare nella vita o in un'attività economica. E' però un potente catalizzatore di reazioni psicologiche, di meccanismi importanti di cui dobbiamo tenere conto.

Qual'è il nostro miglior cliente, quello con cui ci piace lavorare? Parlo della mia professione, dei miei criteri.


Uno dei criteri che ho scelto, nella mia griglia dei valori, è la presenza di un legame affettivo con il proprio animale. Non mi piace lavorare con qualcuno che non prova questo sentimento. Per il mio cane dico sempre che se non ho soldi non posso spenderli, ma fino a quando ne ho, sono a sua disposizione per la sua salute.


Non mi piace lavorare con qualcuno che non sente un affetto per il cavallo. A nessuno fa piacere spendere soldi per il veterinario: ci sono due componenti negative: la spesa di soldi e la presenza di una malattia, in molti casi. Ma come proprietario so che quella spesa fa parte di un mio rapporto affettivamente importante, sono una mia responsabilità. Posso rinunciare a una spesa per l'auto, per i miei vestiti, ma so che la salute del mio animale è essenziale e doverosa.


Come veterinario ho un grande rispetto per i soldi del mio cliente, cerco sempre, a parità di efficacia, di fargli spendere il meno possibile. Non prescrivo farmaci, soprattutto se costosi, se posso farne a meno. Non pratico terapie inutili o analisi se non sono necessarie. Fa parte del mio rapporto di fiducia con il cliente. Ma nemmeno mi piace avere un cliente che pensa prima al denaro che deve spendere rispetto alla salute dell'animale. Non mi piace, e basta. Voglio trasmettergli, fargli capire, il valore della mia prestazione, del mio impegno, ma se lui continua a stare focalizzato su "cerco di risparmiare", il lavoro diventa molto faticoso, anche sgradevole.


Come fare a evitare sia a lui che a me di imbarcarmi in un rapporto improduttivo, inutile, insoddisfacente?
Ci sono molti accorgimenti, ma intanto so cosa non devo fare: precederlo sul terreno del "risparmio prima di tutto".
Motivo per cui il prezzo, in occasione della prima visita, non deve essere particolarmente invitante. Ragionevole, sì, ma non favorevole. Il prezzo basso, la concorrenza sul prezzo, attrae inesorabilmente i price shoppers, quelli che poi cercheranno di risparmiare un altro euro da un'altra parte, meno disponibili a valutare il nostro lavoro, i primi insoddisfatti, quelli con cui è difficile lavorare bene.


E' molto più produttivo fare uno sconto per la seconda prestazione che non per la prima. Premiare un rapporto che continua rispetto ad uno che inizia. Premiate qualcuno di cui siete sicuri, piuttosto che qualcuno che non conoscete, in fondo. Alla prima prestazione, date un "buono sconto" (anche virtuale) per le prestazioni successive. Oppure riconoscete i vostri migliori clienti e premiateli.
Ma non date caramelle agli sconosciuti. E' rischioso.

14 giugno 2007

Perché i veterinari non dovrebbero vendere il farmaco

La risposta essenziale e anticipata è "perché non sappiamo farcelo pagare ".
Siamo partiti dalla fine ma per chi conosce l'argomento, il mio punto di vista è certamente chiaro.

Qualche parola in più per chi non è pratico della questione.

In tutto il mondo il veterinario svolge, oltre alla sua attività "normale" anche quella di venditore del farmaco, nel senso che vado dal veterinario e questo mi fa la visita e poi mi fornisce i farmaci necessari per fare la cura. E io li pago a lui e non devo andare in farmacia. Addirittura, se devo comprare medicinali veterinari, anche prescritti da un altro, in moltissimi paesi vado da un veterinario e trovo una specie di "farmacia veterinaria ", dove acquisterò i prodotti che mi servono. È certamente una comodità per il proprietario, un miglioramento del servizio per l'animale, che può ricevere subito la cura senza dover attendere dei giorni., un vantaggio economico per il veterinario che trae una notevole integrazione di reddito da questa vendita.

I veterinari italiani hanno ottenuto in tempi recenti, pochi anni fa, che venisse riconosciuto il loro diritto a fornire un farmaco per la prosecuzione della cura. Non vendo quindi il farmaco, ma fornisco una confezione, che inizio in quel momento, e che servirà a proseguire la cura . Se fossero necessarie altre confezioni, queste dovranno essere acquistate in una regolare farmacia, con ricetta.

Sul farmaco mediamente il guadagno è del 40%. La contabilità presenta alcune questioni, ma resta il fatto che il proprietario può uscire dall'ambulatorio veterinario con la prima confezione di farmaco, con vantaggio di tutti.

Partendo da un episodio raccontato da un amico, in cui la prima visita di un cane, i primi controlli, la fornitura di una scatola di compresse contro la filaria, scatola dal costo di 29 euro, ebbene tutta la prestazione più il farmaco sono costati 29 euro in totale, dico che non con queste modalità di lavoro non si riesce a trarre un guadagno non solo dal farmaco, ma neppure dalla propria attività.
Calcolando il costo del farmaco, dell'Iva (la prestazione è stata regolarmente fatturata), dico che per il collega era molto più conveniente fare una sana ricetta, incassare una cifra anche minore, ma avere un diretto guadagno che non complicarsi la vita così. Per niente.

Le pastiglie acquistate regolarmente dal veterinario entrano inoltre nei parametri dello studio di settore del professionista.
Posso comprendere che di fronte all'obiezione eventuale di un controllore fiscale, la situazione sia incomprensibile. Se mi trovassi a giudicare dall'esterno, sapendo che la confezione è costata almeno € 15, che ce ne sono altre cinque di Iva, non ho difficoltà ad accettare che un finanziere chieda se per nove euro lordi il veterinario farebbe una visita al sabato pomeriggio?

È molto più sano dal punto di vista economico non utilizzare il farmaco direttamente ma prescriverlo, far sì che il proprietario separi mentalmente le due spese, quella del farmaco e quella del professionista, e ricavare un guadagno pulito e sensato.

L'altra argomentazione contro la vendita del farmaco è che il margine di ricavo non è in realtà così interessante. Inoltre i proprietari entreranno presto in un sistema competitivo dove anche sul farmaco ci saranno sconti.

In conclusione, o si è in grado di applicare addirittura una maggiorazione sul prezzo del farmaco, facendo pagare il servizio, che tra l'altro è realmente utile, oppure non conviene dare questo servizio ai propri clienti. Soprattutto se per fare questo si abbassa il prezzo delle proprie prestazioni professionali.

Lo stesso dubbio mi coglie parlando della vendita di mangimi e alimenti complementari da parte del veterinario. Qui si aggiungono altre obiezioni, quali quelle che il vicino negozio di animali inizierà a parlare male di noi e della nostra attività, con un antagonismo certamente dannoso. Inoltre il mercato del cibo per animali è già fortemente competitivo, perché è già dominato dai supermercati. I margini si riducono quindi e la vendita a prezzo pieno diventa ancora più difficile.

A queste situazioni esiste un solo rimedio, o per meglio dire tre.
-non vendete il farmaco e vi fate pagare correttamente la vostra prestazione.
-vendete il farmaco e vi fate pagare correttamente, sia per il medicinale che per la parte clinica. Il farmaco è venduto almeno al prezzo di fustella e la vostra prestazione è intera, senza uno sconto "bundle". Calcolate che nel costo del farmaco sono inseriti anche le perdite dovute al fatto che qualche flacone si rompe, qualcuno va perso, ci può essere una scadenza dei prodotti.
-la vendita non viene effettuata direttamente dal veterinario ma o da una segretaria o assistente in sala d'attesa, e in questo caso il veterinario darà il farmaco e la fornitura di cibo eventuale, il pagamento avverrà presso la segreteria.

Una soluzione intelligente che ho visto in questi giorni è l'uso di un distributore automatico, tipo quelli delle merendine. Solo che distribuiva pacchetti di alimento. Il significato è in realtà un pochino diverso, ma mi pare una soluzione elegante alla questione.

Non vorrei si avverasse la mia previsione di un po’ di tempo fa: “I veterinari avranno la vendita del farmaco, ma solo quando non servirà più a niente..”. Ci perderemmo tutti: i veterinari, che non guadagnano, i clienti, che perdono un servizio utile, i pazienti che subiscono dei ritardi nella loro cura..

10 giugno 2007

I vostri migliori clienti. Rating.

Fatelo. E' certamente interessante. Classificate i vostri clienti. I migliori testi dicono di fare tre classi, al massimo quattro. Io ho iniziato a farlo con sei, sinceramente. Dovete però essere molto scientifici, tecnici.

Create prima una griglia di valori, vostri, a cui date importanza. Ad esempio la correttezza nei pagamenti, il rapporto costante e corretto, altri parametri (non metto i miei per non influenzare, se vi interessano scrivetemi). Io ne ho individuato sei, e sostanzialmente dovrebbero riflettere l'aspetto fondamentale della vostra attività economica, i punti su cui volete crescere o non accettate scostamenti. Premetto che io non ho messo tra questi la somma di denaro spesa globalmente nell'anno, perché mi pare falsante, nel mio caso, e penso in molti altri, perché dipende anche da fattori contingenti. La griglia fa sì che la scelta sia omogenea e non "a caso". Dovrebbero essere parametri abbastanza oggettivi, se possibile, direi quasi misurabili.

E' importante il database, ovviamente, e ne parlerò successivamente. Chiedete al vostro consulente di creare un campo "rating" da aggiungere al record del cliente. Con questo metodo potrete estrarre facilmente i dati ed analizzarli.

Io l'ho fatto, e intanto alcune sorprese, a dire il vero non dovrei sorprendermi, sono perfettamente logici. Innanzitutto grosso modo vedo rispettato il principio di Pareto . Poi, logicamente, scorrendo i nomi dei clienti presenti nelle diverse classi, vedo che in effetti tutti quelli che sono presenti in una classe sono omogenei, formano un insieme con caratteristiche comuni. Almeno per quanto riguarda le mie azioni.
Quali sono le mie azioni?

  • Rating 6: lasciarli perdere, se non si tratta di un rapporto addirittura già interrotto
  • 5: se non chiamano è meglio. Se vogliono mantenere il rapporto devono fare qualcosa loro, non voi.
  • 4: fate qualcosa. Sono clienti che meritano, ma o migliora il rapporto, nelle aree che non hanno ricevuto un punteggio sufficiente, o presumibilmente non conviene investire fatica e tempo su questo cliente
  • 3: agite decisamente. Sono clienti a cui probabilmente potete comunicare meglio la vostra attività, o che dovete correggere o incentivare in taluni aspetti, ma meritano impegno, anche perché probabilmente sono numericamente la classe maggiore. Li dovete recuperare o migliorare. E' possibile e dovete farcela.
  • 2: iniziano i vostri migliori clienti, che costituiscono il motivo per cui lavorare, sia come soddisfazione economica che professionale. Riconosceteli, cercate di migliorare quei piccoli particolari, sia dal vostro versante che dal loro, che possono rendere il rapporto con loro fantastico.
  • 1: riconosceteli e premiateli. Sono essenziali, sono importanti. Si meritano, sempre, il meglio e ancor di più. Attenzione: non premiateli con "uno sconto". Sono probabilmente quelli a cui interessa meno. Potete fare di meglio. Loro lo fanno già per voi.

Al di fuori dei numeri della griglia, delle classi, che possono essere più o meno, quello che importa è il principio. Riconoscete i vostri migliori clienti. Le componenti essenziali sono:

  1. raccolta dei dati (uso del database)
  2. analisi (uso del database)
  3. azione! Che sia un'azione basata sui livelli più alti o su quelli bassi, ma differenziate!
  4. non correte dietro ai peggiori, ricordate la legge di Gresham, che si può applicare anche alla clientela: quella cattiva scaccia quella buona

Questo è un primo inizio importante, poi magari restringerete ulteriormente, ma intanto avete iniziato. Fatemi sapere come va.

Una piccola postilla. Nella mia professione esistono e sono importanti i valori etici. Può essere un pessimo cliente, ma se un animale soffre esiste il dovere di dargli la miglior assistenza possibile. Questo non vuol dire che si debbano trascurare i fondamentali economici. Se andate in malora, di animali non ne aiutate più, nè quelli dei clienti di livello 1, nè i peggiori. Si può cercare di conciliare tutto, e riuscirci. Ne scriverò prossimamente.

8 giugno 2007

Agenzia delle Entrate e Provenzano: ambedue scrivono i pizzini.

Un amico mi segnala il comunicato stampa dell'agenzia delle entrate:

Agenzia delle Entrate
SETTORE COMUNICAZIONE ISTITUZIONALE
Comunicato Stampa del 07/06/2007
Oggetto: Studi settore non sono strumento di accertamento automatico
Testo:

Gli studi di settore non sono uno strumento di accertamento automatico e i contribuenti non hanno alcun obbligo di adeguarsi agli stessi se ritengono che non rispecchiano la loro realtà.
L'Agenzia delle Entrate ribadisce che gli studi, come peraltro stabilito dalla normativa, sono uno strumento utilizzabile come punto di riferimento dal contribuente, che adeguandosi può stare più tranquillo rispetto ad eventuali successivi controlli, e per l'Amministrazione stessa, ai fini della selezione delle posizioni da sottoporre a verifica e controllo.
Pertanto tutti i contribuenti che, per qualsiasi ragione, ritengono di non rientrare nei parametri di congruità fissati dagli studi sono liberi di non adeguarsi.


E qui proprio non ci siamo. Non è solo lo stile, volutamente paternalistico e "rassicurante", e comprendiamo perché: giunge in un momento in cui l'indice di popolarità del Ministero delle Finanze è al minimo storico.
Il punto non è se io mi adeguo o no, se sono tranquillo o no. E' la minaccia, nemmeno tanto velata.

Partiamo da un primo dato: il fisco in Italia è incomprensibile, oscuro, complicato, non funzionante. Per capire se potevo dedurre un autocarro o no dalle tasse ho dovuto girare un mucchio, ho avuto risposte discordanti, non sono nemmeno sicuro adesso della risposta. Ho ricevuto due o tre cartelle pazze, che le mie commercialiste mi hanno fatto togliere con fatica ed impegno. Non ho pagato, e sono quindi certo che non dovevo niente, che era uno "sbaglio" dell'agenzia delle entrate.

Motivo per cui nessuno è tranquillo di fronte ad una minima verifica e controllo. Il comunicato stampa è esplicitamente minatorio, e nessuno mi dica "se paghi non hai nulla da temere". Non è vero. Proprio se paghi hai da temere.

L'atteggiamento da tenere, da parte di un'amministrazione civile, è: "Valuteremo serenamente il meccanismo degli SS (nomen omen) e, se li abbiamo alzati troppo, li abbasseremo". Ovviamente non a spese del contribuente.
Non è possibile pensare che il 50% dei contribuenti soggetti allo SS, grazie ai nuovi "indici di normalità economica", sia in posizione di doversi adeguare e pagare più di quello che realmente dovrebbe.
La fiscalità deve essere giusta, non una forma di lotta di classe. Non si può continuare a voler fomentare l'odio di classe "dipendenti contro liberi professionisti". Ogni posizione ha i propri vantaggi e svantaggi. Molti liberi professionisti, artigiani, commercianti, vivono facendo enormi fatiche e non traendone un compenso adeguato. Molti laureati sono dei poveracci, degli sfruttati, dei sottopagati.

Questo i vertici della nostre categorie non riescono a farlo capire all'opinione pubblica in primis. E invece dovrebbero farlo. Questo è il loro compito. Puntualmente disatteso. Vabbè, ora si dedicano alle petizioni...

Precisazione. L'effetto pallanuoto.

Io non sono convinto che la concorrenza sia la regina del mercato. Non sono convinto che sia sempre vantaggiosa. Può avere risvolti negativi.
So per certo che il blocco della concorrenza è dannoso. Soprattutto per chi la pratica, ma anche per gli utenti.

Perchè è una morte economica, ma soprattutto professionale. La concorrenza viene temuta dai peggiori. Sono i peggiori (in termini economici marginali) che ne hanno paura. Se il mio prodotto è forte, è buono, le mie capacità sono valide, la concorrenza non mi farà paura.

Se non ho avuto capacità di migliorarmi, sotto l'aspetto professionale, ma anche manageriale, di comunicazione, allora ho tutto l'interesse a spostare il piano della concorrenza. E purtroppo lo sposterò solo su quello dello sconto, o peggio ancora.

Il problema non è la concorrenza, sono le regole. Che devono essere certe, sicure, efficaci, sensate e applicate.

Il mondo dei professionisti è come quello della pallanuoto, sport che non ho mai praticato, ma mi si dice che dalla cintola in su è tutta correttezza e regolarità e affermazioni di eticità, dalla cintola in giù sono solo calci nelle palle..
Se siete un professionista, iniziate ad amare la concorrenza come metafora sportiva, dello sport migliore, quello non truccato. Vi aumenterà l'autostima, la prima dote, oltre all'entusiasmo, per fare i liberi professionisti e guadagnarci da vivere. E' un utile esercizio. La concorrenza fa bene a voi, innanzitutto, se vi spinge a pensare come poter fare meglio. E perchè no, a guadagnare di più. Pensateci. Questo solo fatto vi farà bene.
Iniziate a pensare che non volete giocare sempre come vi dicono i Moggi della veterinaria.
O di ogni altra categoria, probabilmente il moggismo c'è dappertutto.

7 giugno 2007

Redde rationem. Gli studi di settore secondo Visco.


Il decreto Bersani - Visco contiene, oltre alle norme sulle modernizzazioni, alcune tra le norme più deleterie che si potessero immaginare. Tra queste quelle sugli studi di settore, che si stanno manifestando in tutta la loro malefica potenza in questi giorni, tra le polemiche applicative.

Gli studi di settore sono una norma a doppia valenza: se bene applicati possono essere un utile mezzo di amministrazione fiscale, se utilizzati rigidamente, e soprattutto volendo reintrodurre una specie di minimum tax, sono totalmente antidemocratici, dannosi ed inefficaci, tra l'altro.

Sono antidemocratici, perché non passano all'esame del Parlamento, ma di oscuri ministeriali che non si sa che logica abbiano. Teoricamente dovrebbero nascere dall'accordo con le categorie interessate, ma questa volta non è stato così, e comunque è un accordo firmato con una delle parti che ha una pistola in mano.

Sono dannosi, perché odiosi come meccanismo, e perché incitano alla "lotta di classe". Non sono individuali, ma sono applicati "per categoria". Sono inefficaci, perché, se come pare in questi giorni, la percentuale di contribuenti congrui sarà del 50%, si tornerà ad un aumento del contenzioso e ad un ingolfamento degli uffici di pratiche.

Il fisco dovrebbe essere semplice, economico, certo, efficace. Oltre al costo diretto delle tasse, i costi legati alla difficoltà del rapporto con ilo fisco sono enormi. E' impossibile non avere un commercialista, e questo è un costo che ricade sul Paese, questo sì.

Visco deve essere cacciato. Ma non per quello che ha fatto di "Speciale". Per quello che ha fatto di "normale". Secondo lui. Un ritorno al burocratismo, al formalismo: il repertorio clienti. Un sopruso per migliaia di contribuenti che pagheranno tasse su redditi che non hanno, minacciati dall'incombenza di "accertamenti". Un ritorno al peggior Stato possibile. Purtroppo.

E ancora una volta, l'incapacità dei vertici delle categorie a far capire che non perché si fa un lavoro da laureati si ha un reddito più alto di un dipendente. A dire che i laureati sono molto spesso, soprattutto se giovani, ma non solo, i nuovi paria, in qualche caso i nuovi schiavi.
Tutti a protestare per l'abolizione dei tariffari o per mantenere il "decoro". Ma chi se ne frega, parliamo di cose più serie e importanti, che ne dite?

Dimenticavo, siamo italiani...

Si, ma NIMBY. Piatto ricco mi ci ficco!


L'acronimo è ormai noto: Not In My BackYard, non nel mio cortile. Insomma, sono d'accordo con le cose, fino a quando non mi toccano, o forse solo quando vedo il mio personale vantaggio.



Mi sembra la situazione che si verifica ora che si vorrebbe semplificare il passaggio degli immobili, concedendo anche agli Avvocati la funzione ora limitata ai notai.


Interessante il voltafaccia. Premetto che mi sembra una riforma più che ragionevole, direi auspicabile. Ma gli avvocati, che fino ad adesso erano contro le modernizzazioni, ora auspicano che "lo sviluppo economico del Paese possa beneficiare delle riforme in atto". Insomma, visto che c'è da guadagnare, allora va bene. Quello che sembrava il fronte compatto delle categorie rivela immediatamente la sua labilità. Notai contro avvocati, e viceversa. Affermazioni di competenza, rischi paventati di disastri nazionali, soprattutto "nell'interesse del cittadino". Dichiarazioni in cui si afferma che "gli unici che non evadono le tasse sono i notai". Che sono un po' diverse dal famoso rapporto in cui si analizzava l'evasione fiscale. Soprattutto dimenticando che il valore monetario e fiscale dell'evasione di un notaio è ben diverso da quello di un veterinario (per esempio)


Ma come? Ora che c'è da guadagnare, allora si??


Non ci siamo. Le modernizzazioni sono un processo importante per tutti, soprattutto possono svecchiare il settore dei servizi professionali, rimasto bloccato da 50 anni almeno di politica retrograda.

Continuare a voler pensare ad un mondo dei servizi che non potrà più tornare, perchè è cambiato tutto, perchè la società non è più la stessa, rischia di fare danno in primis agli stessi professionisti. Ma ho già spiegato perchè certe categorie, soprattutto quella dei legali, ha questa posizione.


Una sola cosa dovrebbe essere evitata: il senso del ridicolo. Ma forse è troppo...

5 giugno 2007

Product placement dei servizi professionali

Nel film il nostro eroe sta avviandosi verso la scena decisiva. Tensione altissima, siamo al momento della verità, musica tirata. Cosa fa? Si accende una sigaretta, e la piazza strategicamente verso la camera. Non accende "una sigaretta", accende una marlboro (o altra marca a vostra scelta. Analogamente, usa un computer. Ma non un PC, un Apple. O la bibita, o altro.

Il product placement è la disposizione strategica di un prodotto, a scopo di pubblicità, in un film. E' una forma di pubblicità occulta.

Avete mai letto un articolo di cronaca? Si dice che il sig. XY, difeso dall'avvocato JK, ha fatto questo e quest'altro. Che senso ha che ci sia il nome dell'avvocato? A cosa serve, nel contesto dell'articolo? A niente. E' un product placement dei servizi professionali, che dà visibilità al professionista. Nel caso specifico esiste un tacito accordo tra giornalista e avvocato. Il primo sa che al secondo farà piacere avere il nome esposto, che non lo perseguirà se dirà anche sciocchezze riguardo al caso, che gli sarà "amichevole" in questa situazione e nel futuro.

Il blocco della pubblicità da parte degli Ordini professionali fa assumere importanza al product placement dei servizi. I professionisti praticano il product placement. Se io non posso fare pubblicità e tu vai in televisione, ne avrai un vantaggio. In fondo i servizi professionali sono fatti di notorietà, di "contatto" con il potenziale utente.

Ai giornali fa comodo "l'esperto", ai professionisti fa comodo la visibilità. Da qui gli esperti "prezzemolini", sia sui divani dei talkshow che sulle pagine web. Notare bene, io non sto dicendo che il product placement dei servizi sia da vietare. Tutt'altro. Sto solo facendo vedere l'altra metà della mela, quella già rosicchiata e che non vogliono farvi vedere. Sto dicendo che non capisco perché porre dei limiti a tutto, soprattutto agli altri. Sto dicendo che dobbiamo, devono smettere di raccontarci balle sulla pubblicità e sulla necessità di limitarla. Sto facendo vedere come tutto ciò sia ridicolo.
Questo discorso perché mi arrivano una serie di telefonate, in questi giorni, dai colleghi di Torino che hanno visto nascere un sito di consulenze ed argomentazioni veterinarie da parte del giornale cittadino. A tutti, la stessa risposta: il problema non è questo, non è il product placement dei servizi, che esiste da sempre. E' piuttosto il vostro versante che vi deve interessare. Quello si.