28 novembre 2007

Perchè l'obbligo della cartella clinica sarebbe stato utile a tutti.

Un esempio di come norme etiche possano servire a tutti. L'obbligo di cartella clinica. Nel nuovo codice deontologico, purtroppo minato da difetti alla base che lo rendono inutile, se ne parla all'art. 31:
Art. 31 - Consegna di documenti - Il Medico Veterinario è in ogni caso tenuto a rilasciare al cliente i documenti diagnostici, prescrizioni, copia della relazione clinica e ogni documentazione ricevuta dal cliente, qualora questo ne faccia formale richiesta e comunque al termine della prestazione.
Solito difetto. Cosa vuol dire "comunque al termine della prestazione"? Che in ogni caso va rilasciata una cartella clinica quando finisce la prestazione? Indipendentemente da una richiesta o meno del cliente? O forse che non può essere rilasciata prima della fine della prestazione? Confusione, al solito.

Mi sono confrontato molte volte con i Colleghi su questo argomento. Dobbiamo dirlo. L'obiezione principale riguarda l'evasione fiscale. Se scrivo che ho curato il tale animale, devo fatturare. L'altra riguarda "il tempo che ci devo mettere e chi me lo paga".
Su questa via non si va da nessuna parte, anzi si muore di cachessia. Il principio è che solo la veterinaria di qualità paga e viene pagata. Se accettiamo che il lavoro si avvii alla mediocrità, perdiamo la prima battaglia.

Una medicina di qualità, soprattutto se dedicata agli animali, contempla la cartella clinica. Questa è una cosa talmente ovvia che non sto nemmeno a commentare. Non si può curare un animale senza ricordarne la storia clinica. Fosse pure sommariamente.

La cartella, intesa come obbligo di annotare tutti gli eventi clinici salienti e le emergenze cliniche di un soggetto, sarebbe utile anche alla veterinaria e ai veterinari. Mi spiego. Uno dei difetti principali dei professionisti è quello di sparlare dei colleghi. Ovviamente non per iscritto. Il solo obbligo di scrivere cosa si dice limiterebbe il chiacchericcio, dannoso per tutti.
Analoga protezione ci sarebbe, e tranquillizzante per tutti, in caso di consulto o urgenza tra stutture più grandi e più piccole, una situazione molto delicata. Tutti sarebbero garantiti, incluso il paziente.

Non lasciate che motivi di bassa qualità interferiscano con la qualità del vostro lavoro. Se evadere le tasse limita la vostra prestazione, siate coraggiosi: pagatele, ed incassate il premio. Lo avrete, tranquilli.

Se siete veterinari singoli: fate la cartella. Anche in modo sintetico, semplice, banale. Non è necessario essere certi della diagnosi, anche un solo sospetto diagnostico è utile e valido. Ovviamente un computer vi facilita, anche senza un programma dedicato. Fatela e consegnatela spontaneamente al proprietario, lui afferrerà la vostra qualità e la ricompenserà.

Se siete una clinica di referenza: fatela e consegnatela al cliente e al curante. Aumenterà la fiducia complessiva attorno a voi, la vostra reputazione.

Se siete proprietari: chiedete la compilazione della cartella clinica. Alla prima occasione, chiedete al vostro Veterinario di compilarvi la cartella, la storia clinica del vostro animale. Un foglio, una chiavetta USB, un libretto, un quaderno, cosa volete. Ma fatelo. Migliorerà la salute del vostro animale.

Come aumentare la qualità complessiva, un obiettivo meritorio. Purtroppo ancora poco diffuso.

24 novembre 2007

Le strutture veterinarie. Opera di tartufismo.

Penso che il peggio del tartufismo, della voglia di norme complicate, inutili e cavillose, che ci affligge, si sia espresso riguardo alle norme sulle strutture veterinarie. Ricordiamone la storia.

Soprattutto in un panorama di concorrenza bloccata e di forte presenza di strutture veterinarie, viene data molta importanza al "come mi chiamo". Insomma, se sono un "ambulatorio" veterinario sono reputato di livello inferiore ad un "ospedale" veterinario. Da qui il fatto che, soprattutto se non posso fare pubblicità, chiamarmi ospedale è meglio che chiamarmi ambulatorio: i clienti che guardano sulle pagine gialle, cercando una struttura più qualificata verranno da me e non andranno dal mio vicino che è solo un ambulatorio.

Su questa base inizia una confusione furiosa, anche perchè uno inizia a chiamarsi Centro Veterinario, l'altro Ospedale, l'altro ancora Sanatorio veterinario e via dicendo. Circa quindici anni fa, ormai, inizia la pressione per regolamentare le strutture veterinarie e definire dei requisiti strutturali. Insomma, se io ho il laboratorio posso chiamarmi così, se non ho reparti di degenza degli animali mi chiamo in un modo e non in quell'altro.

Detta oggi, a me sa già di battaglia ridicola, ma all'epoca soprattutto SCIVAC, forse all'epoca non era ancora nata ANMVI, non la pensava così. Anche perchè era (ed è) diffuso un pensiero stupido: aumentare le barriere per ridurre le piccole strutture, i pesci piccoli. Insomma, se occorrono forti investimenti o strutture con determinati e costosi requisiti, il pesce piccolo muore.

Inizia così la storia della normativa sulle strutture, con diversi episodi di debacle. Quello che doveva essere dapprima un decreto ministeriale diventa poi un accordo della Conferenza Stato-Regioni, da recepirsi nelle diverse regioni, su un modello base, certo, ma con variazioni significative.

Come si dice sempre, l'Italia è lunga. Tradotto, significa che ci sono fortissimi possibilità che una clinica in Calabria sia molto diversa da una lombarda. Ma non è solo questo.

Ho già suggerito una volta di leggere il Manuale di stile. Lo riconsiglio a chiunque debba non solo scrivere, ma anche solo parlare. Vi aiuterà a farlo meglio, più chiaramente, a togliervi una volta per tutte il gusto di usare le "parole difficili". Ma a chi ha scritto le norme sulle strutture veterinarie, e sappiate che derivano sostanzialmente dalla FNOVI, anche se d'epoca, occorre dare la medaglia sull'impenetrabilità linguistica.

Alcune chicche. La definizione di "studio veterinario": "struttura dove il medico veterinario esercita la professione in forma privata e personale". Io grosso modo ho presente cosa vuol dire, ma sfido chiunque a sapermi rispondere in modo immediato e sicuro.

Ancora, "In tale struttura non è consentita la degenza di animali.
In deroga al precedente capoverso la eventuale permanenza diurna di animali è limitata:
- agli animali oggetto di prestazioni nell’ambito dello studio medesimo;
- al giorno in cui si sono effettuate le prestazioni"


Linguisticamente, dovete raccapezzarvici. Questo perchè quando le norme le scrivono i politici, non aderiscono alla realtà. Quando le scrivono i tecnici, cercano di scimmiottare i legali e si avviluppano in cose simili. Ma soprattutto, vengono fuori le aree grigie, di poca chiarezza, in cui nascono i cavilli, gli escamotage.
Insomma, la norma nasce già vecchia e piena dei difetti che ci hanno reso un Paese pasticciato. Sono già all'opera gli esperti dei cavilli, che renderanno il tutto un pastrocchio.

Fondamentalmente il difetto di questo approccio è sempre lo stesso: fino a quando i requisiti sono "cosa si ha", rispetto a "cosa si fa", non può funzionare. Ci sono cliniche dove si opera in modo scorretto, e studi dove si opera male. In entrambi i casi sarebbe meglio starne alla larga, come proprietari di animali. Ma le norme sulle strutture non vi aiuteranno a scegliere.

Come veterinari, il consgiglio è sempre lo stesso: comunicate in modo aperto e completo con il cliente, evitando di migliorare la vostra posizione in base a denominazioni, che sono cose ridicole. In quanto agli adeguamenti di legge, non temete. Siamo in Italia. Mi scrive un'amica: "Ho chiesto specifiche per "reparto infettivi "cosa si intende e cosa prevede strutturalmente....mi è stato risposto "basta mettere un cartello con la scritta "infettivi"".

Ma non è una buona notizia.

22 novembre 2007

Anagrafe equina - istigazione all'aborto

Questo asinello, e come lui molti altri animali, non dovrebbero nascere, per l'anagrafe equina. O meglio, l'anagrafe equina contribuisce ad aumentare la confusione sul tema.

Esiste una legge nazionale, la legge 30/1991, e talvolta integrata da leggi regionali, che disciplina la riproduzione animale- Sostanzialmente vietando il fatto che esistano le cosiddette "monte abusive", in cui uno stallone viene fatto riprodurre al di fuori di una stazione di monta pubblica o privata. Che cos'è una stazione di monta? Un luogo dove vengono applicati determinati requisiti strutturali e organizzativi, autorizzato tramite una specifica "licenza" regionale.

Di per non è una norma negativa, perché contiene una tutela per l'utente proprietario di animali. In realtà ci sono diversi problemi applicativi:

  • soggetti senza un libro genealogico, ad esempio un pony (uno shetland) o un asinello. Esistono moltissimi casi in cui un proprietario di questi soggetti li accoppia, in modo inconsapevole, vero, ma senza alcuna volontà truffaldina o di abusivismo. La legge prevede questi casi, ma all'atto pratico le autorizzazioni sono un momento distante da questa realtà di piccolo allevamento familiare (il proprietario è un privato, fa altro di lavoro, non è un allevatore) e le nascite diventano illegali.
  • accoppiamenti non controllati, diciamo "sfuggiti" al proprietario. Per quanto pochi, esistono. Che fare? Interruzione (non volontaria) di gravidanza? Che senso ha?

Bisogna poi dire che non è che nelle stazioni di monta ci sia poi tutta questa gran tutela dell'utente. Ho visto infezioni coitali terribili, stalloni sporcissimi, scuderie fatiscenti. E l'ASR che faceva? Controllava che ci fosse il battuto di cemento o la pompetta del disinfettante, nient'altro. Nessun controllo funzionale, realmente tecnico. Tamponi batteriologici effettuati in modo totalmente erroneo (i veterinari ASR normalmente non sanno come farli e nemmeno lo vogliono fare, troppo pericoloso).

Chiunque senta di queste norme mi chiede "Ma che senso hanno?". Molto semplice. Sono il risultato di pressioni lobbistiche degli allevatori. In altri termini, porre degli sbarramenti anche solo amministrativi facilita i professionisti rispetto ai proprietari dilettanti. Insomma, il privato non si mette a richiedere e seguire tutte le norme, che magari non conosce nemmeno. Anche se spesso è più coscienzioso e "professionale" del professionista.

Questa è una tipica politica dell'UNIRE, che non ha mai seguito una seria selezione degli animali basata su criteri validi. Sempre l'adozione di piccole protezioni e privilegi. Che non funzionano. Non c'è niente da fare, la realtà non si lascia confondere da piccoli trucchetti. Non basta dire che "solo noi possiamo fare questo" per creare l'eccellenza, anzi.

L'argomento è complesso, ma pare che nessuno voglia metterci mano. In questa nostra Italia lacerata e stravolta, probabilmente è un argomento minore. In ogni settore esistono piccole e grandi norme di arroganza ed incompetenza, al quale noi, poveri cittadini, soccombiamo ogni giorno, sopravvivendo all'italiana, con piccoli compromessi. Esistono controllori che non controllano o peggio ancora esercitano il misero potere dei burocrati: lasciano correre, creandosi un loro piccolo regno.

Cosa c'entra l'anagrafe equina? C'entra, perché non possono essere rilasciati libretti dell'AE a puledri nati in questo modo. Per ora è in atto una silente sanatoria, ma certo il decreto sull'AE rinforza in qualche modo la normativa sulla riproduzione.

Venendo ai consigli concreti. Per i professionisti, siano veterinari o agronomi. Createvi una competenza nell'applicazione delle norme e svolgimento delle pratiche amministrative. E' di grande valore per il cliente, e vi verrà ricompensata.

Per i proprietari: chiedete le autorizzazioni. Occorre un po' di pazienza e rischiate di scontrarvi con i burocrati, ma in fondo è un piccolo costo e può essere affrontato. Armatevi dell'italica virtù: la pazienza. Oppure chiedete al veterinario di occuparsene per vostro conto.

16 novembre 2007

Anagrafe equina - il codice aziendale e i concetti

Parto prima da una considerazione generale, che è quella che spiega perché le cose non funzionano, e perché è giusto che l'anagrafe sia stata tolta alla Sanità, che più di ogni altro Ministero la vede così.

Le cose non funzionano quando vengono viste non per quello che sono, ma come mezzo per esercitare un potere.

L'esempio concreto. Per identificare le scuderie occorre un Codice Aziendale, che viene attribuito dalle ASR (la cosiddetta "anagrafe alta", quella che censisce le scuderie, NON i proprietari). Ora, se io veterinario devo segnalare un puledro, ho bisogno di conoscere questo codice. Molte volte il proprietario non lo conosce, bisogna telefonare in ASR, o perderci dietro mezz'ora. Notare bene che invece le ASR almeno dovrebbero comunicarlo alle aziende. Se dite che la mia scuderia ha un numero, ditemelo, no?

Sarebbe molto semplice per le ASR, per la Regione, comunicare un elenco o aprire una pagina web dove gli operatori abilitati possano consultare il codice aziendale, autonomamente e senza dover chiedere "scusa, per favore, posso avere il codice di .....".

Ma questo non viene fatto. Per il semplice motivo che per loro non sei un utente, ma sei qualcuno al loro servizio, e non viceversa. E' un meccanismo frequente nella Sanità, lo sappiamo. Entri in ospedale e non sei più un cittadino, sei un paziente, qualifica che usa un aggettivo. Devi essere PAZIENTE. Non chiedere, abbi pazienza. Aspetta, perdi tempo, fai quel che vuoi, ma paziente devi essere, per forza. La pazienza è la virtù dei morti. E in qualche modo la Sanità si affida al potere del medico per affermare un proprio potere. E pure i veterinari entrano in questo meccanismo. Quando sei qui, comando io. Questo è il motivo per cui molti non riescono a far funzionare le cose: sono più interessati al potere della burocrazia che al servizio. Solo quando cambieranno questa impostazione potranno concludere qualcosa.

Comunque, per i proprietari interessati al discorso anagrafe equina: fatevi dire, dall'ASR competente per zona, il vostro codice aziendale, che identifica la scuderia.

Altro concetto importante per comprendere l'anagrafe equina:
- azienda è la sede dove sono radunati gli equini (il maneggio X gestito dal Sig. Rossi)

- allevatori sono i singoli proprietari ospiti del maneggio X: il sig. Bianchi proprietario di Furia e Pippo, il Sig. Verdi proprietario di Dinamite, ecc. Anche il sig. Rossi può ovviamente essere pure lui allevatore, se è proprietario di uno o più equini)

12 novembre 2007

Come al solito, il silenzio. Il Progresso Veterinario.

Non so se ve ne siete accorti, se siete veterinari. Se si, avete più fiuto di Sherlock Holmes per cercare le notizie nascoste.
Il "Progresso Veterinario" ha cambiato proprietà. Non è più dell'Associazione degli Ordini Piemontesi, ma della FNOVI direttamente.

Giusto per non far scomparire i fatti, facciamo un breve resoconto della vita di questa rivista di settore. Più di cent'anni fa il Dott. Giovine, veterinario piemontese, crea una rivista, il Progresso veterinario, a titolo prettamente privato Insomma, per riceverla ci si abbonava. Ricordo di essermi abbonato, quando si pagava per riceverla, circa una ventina di anni fa. Un normalissimo periodico di settore.
Prima di morire, il Dott. Giovine cede la proprietà della rivista, mi pare gratuitamente, all'Associazione degli Ordini (veterinari) Piemontesi, un'associazione privata, che inizia ad editarla. Del Consiglio di amministrazione ne fanno parte di diritto i Consiglieri e Presidenti degli Ordini Piemontesi.

Tutto va avanti sino a circa dieci anni fa, quando la rivista accusa difficoltà comuni a tutta la stampa di settore: l'aumento del costo della carta, la diminuzione della redditività e della pubblicità, essenziale per tirare avanti.

Viene quindi fatta una convenzione con la FNOVI, che sino ad allora inviava ai propri iscritti "Il Veterinario Italiano". Si smette la pubblicazione di quest'ultimo periodico e il Progresso diventa rivista ufficiale della FNOVI. Da subito, il SIVeLP critica apertamente e fortemente l'operazione, a causa di alcuni passaggi poco chiari. La convenzione si basa su un meccanismo di pagamento che coinvolge come concessionario il Dott. Antonio Manfredi, storica colonna dell'organizzazione cremonese della SCIVAC. Molti sono i punti riservati dell'accordo, che non viene certo diffuso, almeno nei suoi particolari.

Inizia probabilmente il periodo peggiore per la qualità della rivista. Articoli completamente scollegati con la realtà della categoria, assenza di ogni criticità verso le istituzioni, disaffezione sempre maggiore dei lettori. Tutto omogeneizzato in articoli superficiali e men che mai critici verso i vertici. Sempre, "Tutto va ben, Madama la Marchesa.."

Grosso modo, ogni veterinario italiano paga una ventina di euro per ricevere una rivista in cui ha difficoltà a riconoscersi: in questi giorni si è parlato del film "La corazzata Potemkin", la "boiata pazzesca" di fantozziana memoria. Il Progresso ricorda piuttosto la Pravda peggiore, quella di quando Andropov si ammalava di "raffreddore" e di questo poi moriva.

Nonostante la convenzione ed il flusso di denaro che arriva, le cose dal punto di vista finanziario non migliorano, fino ad arrivare al punto che il mezzadro (la FNOVI) si prende la cascina (il Progresso).

Personalmente, non posso che essere contento, che almeno ciascuno si prenda le proprie responsabilità direttamente: se la FNOVI vuole la Pravda, che la faccia, ma apertamente.

Si torna a parlare di un possibile accordo con ENPAV, per dismettere il Notiziario ENPAV e pubblicare una rivista comune. Certo mi sembra che ci siano troppi galli in un pollaio, ma staremo a vedere.

Il punto è un altro. Ci piacerebbe conoscere i dettagli dell'accordo. La proprietà è stata ceduta gratuitamente? Sono stati pagati dei soldi? Che accordi sono stati fatti di corollario? Quanto ci costerà tutto ciò?

Ho sempre detto che, pur non apprezzando la linea ANMVI, avrei preferito mi venisse inviata la rivista Professione Veterinaria, che almeno ha un interesse professionale e in più non pretende di essere una voce di tutti: è dichiaratamente proprietà di un'associazione privata, non di un'istituzione di tutti. Almeno la censura su Professione sarebbe comprensibile, non quella del Progresso. Tutti mi hanno sempre risposto che il Progresso doveva restare, proprio per non dare adito a voci di "editoria bulgara".

Non è la presenza o meno di una rivista a farla diventare bulgara o meno, ma la sua vivacità, e vitalità. In questo senso, il Progresso era già bollito da tempo, e se ne accorgevano tutti.

Ma ora, almeno, volete dirci come è stato fatto questo accordo? Chi paga chi, e quanto? Chi gestirà la pubblicità? Sarà finalmente possibile scegliere di non voler ricevere la rivista ed ottenere il defalco del prezzo pagato? Si potrà ipotizzare una scelta giornale elettronico o cartaceo? Perfino La Stampa lo fa...

Ma soprattutto, soprattutto, quando la smetteranno di fare le cose sempre in modo non trasparente, comunicato, esplicito? Saremo sempre servi della gleba, che non hanno diritto a sapere per filo e per segno come vengono spesi i loro soldi? Se tutto ciò poteva trovare un fondamento giuridico (politicamente discutibile) fino a quando proprietaria era un'associazione privata, mi pare che ciò non possa più valere oggi.

Insomma, ci considerate, visto che paghiamo, o volete continuare a fare il cazzo che volete voi? Abbiamo speranze? La FNOVI, gli Ordini, vorranno aprirci i loro segreti o no? Staremo a vedere, come al solito, alla finestra..chiusa. Sbirceremo il più possibile. Ma così non va. Per niente.

11 novembre 2007

Giovanni Paolo II e la vostra clientela.


Non sono un credente, ma penso che le ultime parole in vita attribuite a Papa Giovanni Paolo II siano le più grandi che un leader deve pronunciare: "Non abbiate paura".
Troppo spesso vedo queste parole applicate dai professionisti nei confronti dei loro clienti. La paura di perdere il cliente è la peggior consigliera dell'imprenditore, se male applicata.
Soprattutto se la lasciate libera di di impedirvi la vostra linea fondamentale di impresa. Soprattutto se la applicate al prezzo a discapito della qualità del servizio.
Aver paura di perdere il cliente, soprattutto se è un timore della concorrenza, è dannoso soprattutto per chi è vittima di questa paura.
Non temete la concorrenza. Non deve essere così. Mi è capitato di presiedere una riunione di colleghi su temi professionali, e di sentire poi lo stupore di un giovane Collega perché io avevo svelato tutti i miei modi di agire al meglio. Ho spiegato il mio comportamento con il fatto che il divulgare il corretto modo di agire serve a creare un mercato, nel quale poi entrare poi e cercare di dare il mio meglio.
Se vendete un prodotto, avete tutto l'interesse di far sapere che il prodotto, il servizio, esiste, ed in questo chi meglio dei vostri Colleghi può aiutarvi? Spetterà poi a voi cercare, e riuscire ad eccellere in quel mercato. Questo è il meccanismo della concorrenza di squadra, che presenta diversi vantaggi rispetto a quella individuale.
Non abbiate paura di perdere il cliente a causa del vostro prezzo alto, sempre che questo rifletta il reale valore del vostro servizio. Molto meglio perderlo subito che non avviarsi poi verso una spirale da cui non potrete più uscire. Se non apprezza il vostro servizio, se è interessato più allo sconto che alla qualità, non fa per voi. Lasciate perdere e ci guadagnerete solamente. Sotto tutti i punti di vista.

La scomparsa dei fatti ed il farmaco veterinario.

Potete pensarla come lui o no, ma Marco Travaglio ha pienamente ragione quando lamenta la scomparsa dei fatti: si prega di abolire i fatti per non disturbare le opinioni.
Le decisioni, le scelte, dovrebbero sempre essere legate ai fatti, alle cose concrete.

Collego questa riflessione alla veterinaria, alla legge sul farmaco veterinario. Per i non addetti, da circa una dozzina di anni la legge italiana è una delle più restrittive al mondo sul farmaco veterinario, soprattutto quello che è potenzialmente somministrabile ad animali destinati al consumo umano. Occorre una ricetta in quadruplice copia, di cui una va all'ASL, una al farmacista, una all'allevatore, una rimane al veterinario. Ci sono registri, codici aziendali, obblighi di conservazione per chiunque entri in questa filiera. Esiste un settore della veterinaria pubblica dedicato, quello della farmacovigilanza, che dovrebbe controllare tutta la distribuzione, dai grossisti ai farmacisti. Ci sono sanzioni pesantissime, leggi, codici europei, moduli e scartoffie di vario genere.

Ma il fatto fondamentale è che la distribuzione illegale, in nero, del farmaco, è floridissima. A cura di "rappresentanti" di farmaci che girano le scuderie, gli allevamenti, gli ambulatori e distribuiscono come fossero noccioline tutti i farmaci possibili e non. Arrivano farmaci dall'estero, ma questo è un canale minimo. Il grosso della torta proviene già dalle ditte. E' impossibile che non sia così. Stiamo parlando di vagonate di farmaci che girano in nero, ovviamente non fatturati e non prescritti dai veterinari, oppure prescritti irregolarmente.

Personaggi che girano distribuendo medicinali, vaccini, vermifughi, insomma, non ci sono mica problemi.
Ci sono responsabilità di chiunque, dai veterinari liberi professionisti, agli allevatori, ai controllori.
Tra l'altro secondo me il farmaco in nero danneggia soprattutto i veterinari, oltre che ovviamente i consumatori.

I controllori tirano spesso in ballo i "prescrittori", cioè veterinari compiacenti che, operando presso farmacie o grossisti, prescriverebbero "a vuoto", per creare una disponibilità di farmaco in nero. Sicuramente esisteranno, ma innanzitutto non potrebbero mai creare un giro così grande, ed inoltre dovrebbero essere i più rintracciabili: basta che mi metta a spulciare le ricette presso un grossista e lo becco immediatamente.

Quello che voglio dire è che questo giro illegale potrebbe essere stroncato immediatamente. Bastano qualche ispezione negli allevamenti, la constatazione di scorte illegali e la richiesta di chiarimenti per svolgere azione pedagogica. Al limite qualche sanzione, e tutto rientrerebbe nei ranghi.

Si preferiscono invece i controlli sui veterinari, piuttosto che quello negli allevamenti. Perché? Perché gli allevamenti sono più potenti dal punto di vista economico, hanno una forza che certo non è dei veterinari. nascono così sanzioni molto spesso insensate, e soprattutto inefficaci. Intendiamoci, non voglio negare le colpe della categoria, e tanto meno esercitare una complicità.
Mi piacerebbe però che si avviasse una seria e corretta riflessione, un bilancio, di questi anni di legge sul farmaco per chiederci "Meglio o peggio?" e da qui poi correggere concretamente gli errori fatti.

Il primo dei quali è quello di attuare un controllo burocratico e non effettivo. Di fermarci ad una serie di definizioni e regole senza utilità.
Occorre fare una sola cosa: entrare negli allevamenti, aprire gli armadietti, controllare la presenza di farmaci. In soli dodici mesi potrebbe cambiare tutto, e non in modo burocratico.

Rivediamo la legge, alleggeriamola dove si può, inaspriamola dove si deve. Un conto sono animali destinati al consumo umano, altro quelli da uso sportivo o d'affezione. Controlliamo seriamente i macelli, gli allevamenti, le aziende di produzione, i grossisti, e da qui in poi le cose potranno migliorare. Puniamo i veterinari che non operino correttamente. Il tutto in modo non burocratico. Se ci attacchiamo alle irregolarità formali perdiamo di vista la sostanza. I fatti. Ed è quello che sta succedendo in Italia.

8 novembre 2007

Onaosi. Ospiti famosi. Tristemente.

Io spero, per i poveri orfani dei sanitari ospitati dall'Onaosi, che ci siano almeno bracci separati. A sinistra vedete un ospite del collegio Onaosi di Perugia ritratto in un momento di svago: Raffaele Sollecito, implicato (o esecutore? Indagini in corso) nell'assassinio della povera Meredith. Almeno, spero che non fosse un momento di studio. Per carità, mica sarà colpa dell'ONAOSI, ma qualche perplessità ce l'ho.
E cosa scrive l'ospite ONAOSI sul suo blog? Leggiamo l'articolo di Tgcom:

"Tra le foto pubblicate nel blog ce n'e' una, scattata proprio a Perugia, in cui (Sollecito) e' ritratto avvolto nella carta igienica, con in mano una mannaia e una bottiglia d'alcol. Nell'ultimo post, scritto il 13 ottobre, Raffaele parla della sua estate passata in Puglia e il suo imminente ritorno nel capoluogo umbro. E dice, tra l'altro: ''Dall'Onaosi (il collegio perugino dove aveva vissuto per un periodo) sono usciti anche personaggi famosi. Un comico di Zelig, un ingegnere della Ferrari. Ma chi piu' di tutti stimo con fierezza e' l'Onaosino numero 1...il mostro di Foligno! Anche lui era un Onaosino. A questo punto mi viene da pensare che in quel collegio ci siano capitati cani e porci e tutti con un fattore comune: 'depressione'. Infatti di questi tre personaggi ne ho conosciuto uno (l'ingegnere) e a lui mancava una donna e facendo due conticini trovi che il comico era ossessionato dal rapporto con l'altro sesso, mentre il mostro di Foligno...beh, non lo so, ma di certo non lo considero una persona normale''.

Già il fatto che in un collegio universitario ci girino elementi così attrezzati non mi sembra indice di una gestione così accurata. Magari si potrebbe spendere qualcosa in più in sicurezza?

O va tutto bene così?
Calcolando che "la Presidenza e il Consiglio di amministrazione, avvalendosi di risorse umane variamente impiegate (oltre 220 dipendenti, tra personale amministrativo e educativo), proseguono il cammino: definire nuove strategie, rafforzare l’immagine dell’Opera, potenziare i valori educativi e culturali. Sono decine di migliaia coloro che, in oltre un secolo di vita, hanno conseguito la loro formazione nell’Opera e con l’Opera. La storia continua.", e questo lo dicono loro, siamo a buon punto, sia con il rafforzamento dell'immagine che con i valori educativi e culturali.

Possiamo solo augurarci che la storia non continui, anzi, smetta. Il più presto possibile. Basta così, grazie.

7 novembre 2007

Le liberalizzazioni a piacimento statale.

La trasmissione Report ha trasmesso un servizio, probabilmente lo potete vedere anche via web, su un'operazione fatta dall'ASL di Imperia relativamente al servizio farmaceutico. In poche parole, l'ASL fornisce i farmaci con uno sconto minimo del 50% ad assistiti della mutua o a case di riposo e cura. Semplicemente, li acquista a prezzo scontato e poi li fornisce a domicilio ai richiedenti. Più o meno, l'operazione è questa.

Notare che viene detto espressamente che il meccanismo è contrario a norme di legge, anche secondo il Ministero della Salute.

La dirigente dell'ASL dice che loro hanno fatto una lettura non solo della "forma", ma anche della "sostanza" delle leggi, e che inoltre esiste un tempo di opposizione, in cui le farmacie potevano opporsi all'attività ASL. Siccome questo tempo è scaduto, si conclude invitando le ASL a "forzare" un po' la legge, nell'interesse del cittadino e della funzione pubblica.

Non sono contrario al benemerito obiettivo di rendere più efficiente il carrozzone pubblico. Bene la sostanza, ma questa volta cattiva la forma. Secondo me ci sono alcuni aspetti che stridono:
  • innanzitutto se lo faccio io magari non vado in galera, ma probabilmente qualche grana giudiziaria o amministrativa mi arriva addosso. Se dico al vigile che io distinguo tra forma e sostanza della legge lui mi invita a spiegarlo al giudice, come minimo.
  • meglio sarebbe se la dirigente invitasse lo Stato a rivedere le norme e a correggerle, e magari si adoperasse in tale senso, nell'ambito del possibile
  • ancora, questa sicuramente apprezzabile apertura mentale viene lasciata esercitare anche ai cittadini nei confronti dell'ASL ligure? Per tutte le sue diverse attività? Mi auguro che sia così, ma ho molti dubbi. Spero di essere smentito. In un'Italia dove ci confrontiamo tutti i giorni con funzionari campioni di burocrazia, ben venga, ma non a senso unico, l'elasticità di applicazione
  • esiste una norma che vieta la vendita a domicilio e scontata dei farmaci. Se è anacronistica, la si abolisca e lo si dica, ma non la si scardini a senso unico
  • nessuno può pensare che io voglia difendere la categoria dei farmacisti, che mica ha bisogno di me, ma questo modello di liberalizzazione mi sembra sbagliato. Se si dice che il ricarico sui farmaci è eccessivo, allora che si liberalizzi totalmente, mettendo nei supermarket tutti i farmaci, lasciando liberi i farmacisti di fare le stesse operazioni, lasciando entrare con parità di norma anche altri operatori. insomma, che l'ASL abbia anche lei la concorrenza dei supermercati. E se risulta più cara, chiuda il servizio farmaceutico e liberi i cittadini dalla spesa sostenuta.

Insomma, la concorrenza deve essere vera, non a metà. Se lo Stato fa concorrenza, e ben venga, deve però mettersi in gioco totalmente, non a metà.

Ancora, il settore del farmaco e della salute è un verminaio, generalmente parlando. Non è un caso che gli scandali, le corruzioni, siano partite in in primis da qui. Poggiolini, chi era costui? Ancora adesso, comparaggi di alto e basso livello, lobbismi spregiudicati, cinismi sulla pelle degli ammalati.

La trasmissione auspicava nei fatti più stato meno mercato, malgrado a parole dicesse il contrario. Un meccanismo molto interessante da analizzare.