27 febbraio 2008

Cornuti e mazziati. Il forfettone.

Scusate il ritardo. Sono stato un po' impegnato, ma ci sono.
Giusto per dirlo subito. Io il governo Prodi non l'ho votato. Avrei però apprezzato una politica liberale e anche di sinistra "vera", perché no. Il governo passato è stato invece dilaniante, fomentando lo scontro tra dipendenti e popolo delle partite IVA, facendo vedere l'evasione fiscale come il vero problema, mentre lo è solo in parte, dimostrando un vero e proprio accanimento contro gli autonomi.

La realtà degli autonomi non viene invece colta. Troppo spesso vengono visti come privilegiati, mentre in molti casi, più di quelli emergenti, soprattutto i neolaureati (termine che ora dobbiamo riferire ad almeno 10 anni di lavoro), vivono un vero e proprio sfruttamento.


Ma non voglio parlare di questo. Questo governo si potrà anche ricordare per una cosa giusta fatta, ma realizzata male. O che poteva essere realizzata meglio. Il regime dei minimi, il "forfettone". Per chi non ce l'ha presente, una semplificazione della contabilità, una riduzione degli oneri a carico. Una cosa positiva, probabilmente non così conveniente, ma comunque interessante. Perché va nel senso giusto, quello di una diminuzione della burocrazia fiscale, della diminuzione del peso di quella vergogna applicativa che sono gli studi di settore, di un miglioramento del rapporto contribuente-erario.


Personalmente, non rientro nei parametri richiesti, perchè il mio fatturato eccede la somma massima possibile per entrare nel regime dei minimi. Amen.

Ma sarebbe corretto che in anche per chi non rientra nel regime dei minimi scattassero delle semplificazioni. Invece niente.


Il solito consiglio pratico: per chi può rientrarci, aderite. I commercialisti in qualche caso remano contro, ma non badateci. Anzi, contrattate con loro un nuovo tariffario semplificato. Assolutamente.


E un'altra cosa: si paventa il problema delle due parcelle, con l'IVA e senza, della disparità dei clienti, che vedrebbero un professionista con parcelle aumentate del 20% e altri no.

NON diminuite le vostre parcelle. Pagate più tasse, ma non diminuitele, ovviamente. Dal punto di vista del pricing sarebbe una follia. Potete invece dividere con il vostro cliente i vantaggi ricevuti, ma nel senso di migliorare i servizi, non diminuire i prezzi. Mai. Un'economia forte non è quella dove tutti possono permettersi la Trabant, ma dove tutti possono permettersi la Ferrari. Il problema dell'economia italiana non sono gli autonomi, ma i bassi redditi del lavoro dipendente, che hanno subito pesantemente gli effetti dell'euro.

Per inciso, notatelo: nella campagna elettorale in corso non si parla di autonomi. Di imprese, di dipendenti, ma non di autonomi. Eppure, in molti, tantissimi casi, anche per gli autonomi ci sono situazioni di sfruttamento, di povertà, pure. Ma le partite iva sono i nuovi appestati. Difenderli significa sporcarsi. Nessuna forza politica si vergogna di difendere apertamente, come categoria, i dipendenti pubblici, i ministeriali, i giudici, qualunque componente della società. Mai, gli autonomi. Ma proprio mai. Com'è possibile??

14 febbraio 2008

La giornata del veterinario - Parma

Innanzitutto bisogna veramente fare i complimenti a Riccardo Madonna, che con Omnivet Italia ha realizzato un'operazione estremamente interessante, e vedremo perchè. E poi anche a Massimo Raviola, di Assovet. Una sinergia che ha prodotto questa bella ed importante giornata.

Il merito di Riccardo è quello di essersi mosso bene, nei tempi e modi giusti, cercando le sinergie e non cedendo alle tentazioni dei trucchetti all'italiana. Ricordo l'occasione, e cioè il famigerato art. 81 della nuova legge sul farmaco, quello che afferma le incompatibilità tra essere colllaboratori di un mangimificio ed essere responsabili dell'armadietto. Ma su questo punto ci tornerò un'altra volta.

La giornata è andata bene, con una grande partecipazione. I legali di Omnivet Italia si sono mostrati giovani ma molto competenti e determinate.

La cosa notevole è che quando lasci spazio per far parlare i veterinari, questi dicono tutti le stesse cose, che diciamo noi: che vogliono le nostre istituzioni più libere e non condizionate dall'ANMVI, che ci si sente oppressi da questo sistema, che si vuole più comunicazione.

Quello che manca alla nostra professione è proprio uno spazio dove i veterinari possano discutere direttamente, senza le mediazioni che caratterizzano una struttura professionale ottocentesca.
Una bella giornata, organizzata bene. Bravo Riccardo, bravo Massimo!

7 febbraio 2008

Anagrafe equina attività veterinaria

Premessa (18/10/2008)
Qualche imbarazzo, anche se francamente non lo comprendo, mi ha creato la parte del post dove ci si riferisce ad un impiegato APA. Residendo io in Torino, questo è stato identificato erroneamente con un disponibile e volenteroso impiegato dell'APA locale.
Ho già precisato con i dirigenti di questa che il riferimento concreto NON era per Torino, ma di altra sede, e qui lo ribadisco.
Ci aggiungo ancora due cose:
- il problema della questione APA non sta in periferia, sta nella dirigenza. In TUTTA Italia le APA NON sanno dare risposte adeguate alle domande dell'utenza, perchè il problema nasce all'apice del sistema.
- non voglio dare patenti di stoltezza, nè averne di saggezza, come nel detto cinese. Ma per favore, se indico la luna, non guardate il dito. Qui si criticano fortemente i veterinari, si auspica un ritorno dell'Etica. Non si parla degli impiegati dell'APA, siano liguri o toscani. Non mescoliamo le carte. Non sono loro, il problema.
Buona lettura.

Non so se tutti conoscano il pasticcio dell'anagrafe equina ed attività veterinaria. Riassumendo, nell'itinere del decreto ci si pose il problema di chi dovesse effettuare i riconoscimenti e l'applicazione del microchip. le pressioni sono ovvie: cosa volete che facciano i troppi laureati o periti in Agraria, Scienza delle tecnologie alimentari o zootecniche che siano, tutti i vari laureati del prato dei miracoli che è l'Università italiana? Qualcosa da fare bisogna ben cercarsi. La FNOVI difese il fatto che quando c'è un ago, ci debba essere un'esclusiva veterinaria. Nel decreto dell'AE si parla di veterinario o figura equivalente, anche se la figura equivalente non c'è. Insomma, si lascia aperta una porta per una futura attività da parte di professionisti ancora non ben definiti, se non da definire.

La difesa della FNOVI è giusta, ovviamente. Ma rende solo parzialmente il nocciolo della questione. Anzi, allargandola, potremmo chiederci QUANDO un'attività è definibile come "veterinaria"? E perchè porre tale attività sotto il diretto lavoro del Medico Veterinario?

La difesa attuata in questo caso, ed in molti altri, è di dire che da un atto di questo tipo possono derivare malattie, infezioni, contagi, un danno all'animale, motivo per cui deve essere un veterinario, che può riconoscere e prevenire tali danni, ad agire. Vero, verissimo. Ma con una debolezza, perché non sfugge come molti altri atti simili siano effettuati da laici: dalle iniezioni per iniziare, ed in fondo un'applicazione di microchip è simile.

La risposta viene meglio ascoltando, come è capitato a me in questi giorni, mentre attendevo che l'impiegato APA mi consegnasse una serie di libretti completati per miei clienti. Lo ascoltavo parlare con un proprietario di cavalli che era lì per la registrazione dei suoi cavalli. Chiedo scusa per l'intrusione della privacy, ma era inevitabile ed è stata utile.

L'impiegato APA, per carità, bravo ragazzo, probabilmente perito agrario, parente o amico di qualche dipendente APA, dava risposte alle domande del signore assolutamente strampalate e campate in aria. Nemmeno sa cosa dice il decreto sull'AE, figuriamoci la direttiva CE 2000/68. Totalmente senza senso.

Il proprietario è uscito da lì ancora peggio di come era entrato: adesso aveva ben salde delle idee sbagliate. Ha pagato una somma che non era dovuta, probabilmente (non ho visto bene i suoi libretti, ma mi parevano regolari o regolarizzabili con poco) e non ha capito niente di quella che a lui sembra una gabella e basta.

Bisogna anche lamentare che molti Colleghi ne sappiano ancora meno dell'impiegato APA, e diano consigli dello stesso tenore.

Ma il veterinario dovrebbe avere una speciale competenza, sia legale, che pratica, che gli consente di applicare nel modo migliore il microchip, e anche di consigliare il proprietario. NON è solo il fatto manuale a configurare un'attività come veterinaria, lo è l'aspetto intellettuale, che dovrebbe distinguere gli iscritti ad un Ordine.

Un veterinario dovrebbe, deve saper affrontare tutto l'aspetto dell'Anagrafe equina, nel modo migliore e più giusto per il cliente o l'utente.
Lo ammetto: mi guardo intorno e non trovo nessuno che abbia avuto voglia di leggersi le direttive CE, il manuale operativo, le circolari. Detto così sembra molto, ma in realtà una mezza giornata di buona volontà basta ad avere una formazione sufficiente. Un minimo di fatica, da preferirsi a "chiedere a qualcuno". Certo, chiedere è importante, ma non basta, per un professionista. Occorre studio ed aggiornamento, anche sulle leggi.

A voler essere completi, non ne usciamo più. Dovremmo parlare di come miseramente viene trattato il corso di Medicina Legale veterinaria, ad iniziare dagli stessi Docenti, della confusione legislativa, dei pasticci di informazione. Troppo.

C'è solo un argomento che mi preme: l'Etica. Questo deve essere l'aspetto che caratterizza il lavoro veterinario, aspetto che invece è assente da altre professioni. L'Etica, la distinzione tra il bene ed il male, è l'aspetto primario del nostro lavoro, e la garanzia del cliente. E anche qui dobbiamo lamentare come questa importante risorsa, fondamento della professione, sia quasi persa. Gli Ordini, i Tribunali etici, sono purtroppo lontanissimi dall'etica, e si sono persi per troppo tempo dietro a questioni che non c'entravano niente, e di cui Bersani fortunatamente ci ha liberato. Dovevano, dovrebbero fare questo, giudicare l'Etica professionale. ma non lo fanno.

Sono convinto che l'Etica sia anche un'ottima fonte di guadagno: il cliente riconosce la vostra etica, statene tranquilli, e vi sceglie più per quello che per i vostri attestati di partecipazione ai congressi od appartenenza a società diverse. Etica, questo è quello che ci viene chiesto. James E. Guenther, su Equine Veterinary Management, affronta anche questo aspetto in un suo interessante articolo. Altra bella risorsa, utile, è il sito della Società Mondiale di Etica Veterinaria e la loro mailing list.

Ma il punto è questo: solo difendendo, coltivando al massimo grado l'Etica potremo difendere la professione. Tutto il resto, è molto più debole...

3 febbraio 2008

ECM: anticostituzionale il controllo degli Ordini?

Fino a quando ne parlano i medici o i veterinari, magari poveri in istruzione giuridica, si può discutere. Quando inizia a criticare un legale, un Cassazionista, le cose sono diverse.

Dal 1 gennaio decorre l'obbligo di formazione continua per gli avvocati, fondamentalmente usando lo stesso sistema idiota dell'ECM, l'Educazione continua in Medicina.

Alcuni giorni fa, l'Avvocato Tommaso Servetto ha pubblicato su La Stampa di Torino alcuni suoi commenti, che gentilmente mi ha concesso di ripubblicare sul blog. Una lettura un po' più lunga, ma ne vale la pena. Tra l'altro scritta molto bene. Che introduce nuovi dubbi sull'ECM. Oltre alle critiche sostanziali, che poi amplierò, se ne aggiunge un'altra, che riguarda il fatto che sul controllo da parte degli Ordini professionali ci siano dubbi di incostituzionalità. Poi ci torneremo su, ma per ora a voi l'articolo dell'Avvocato Servetto, che ancora ringrazio:

DOVERE DI AGGIORNAMENTO DEGLI AVVOCATI: DOVERE GIURIDICO, DEONTOLOGICO O POLITICO?

Dal 1° gennaio 2008 decorre il primo periodo di valutazione della formazione continua degli avvocati come da regolamento del Consiglio Nazionale Forense del 13.07.07.

Con tale dettato normativo il Consiglio Nazionale Forense ha introdotto il dovere, per gli avvocati, di partecipare alle attività di formazione continua, così come disciplinata dallo stesso regolamento, attribuendo ai Consigli dell’Ordine il dovere di controllo.

Ai sensi dell’art. 3 del citato regolamento l’obbligo della formazione professionale continua è assolto con la partecipazione documentata ai seguenti eventi:
a) corsi di aggiornamento e masters, seminari, convegni, giornate di studio e tavole rotonde, anche se eseguiti con modalità telematica, purché sia possibile il controllo della partecipazione;
b) partecipazione a commissioni di studio o gruppi di lavoro;
c) altri eventi individuati dal Consiglio Nazionale Forense e dal Consiglio dell’Ordine;
d) lo svolgimento di particolari attività come quella di essere relatori ai convegni, avere effettuato pubblicazioni in materia giuridica, la partecipazione alle commissioni per gli esami di Stato di avvocato e, buon ultimo, il compimento di attività di studio ed aggiornamento svolta in autonomia che siano state preventivamente autorizzate e riconosciute dal Consiglio Nazionale Forense o dai competenti Consigli dell’Ordine.

Ai sensi dell’art. 6 delle disposizioni in commento il mancato assolvimento dell’obbligo formativo costituisce illecito disciplinare la cui sanzione sarà commisurata alla gravità della violazione.

Le disposizioni in parola vengono ad individuare due importanti novità nel panorama forense: la prima è che la formazione professionale può avvenire solo attraverso i criteri individuati dal governo professionale; la seconda che l’inadempimento dell’obbligo formativo costituisce illecito disciplinare.

Se si può, anzi si deve, accogliere con entusiasmo la seconda delle citate innovazioni che viene a specificare delle regole molto generiche contenute negli artt. 12 e 13 del codice deontologico: “L’avvocato non deve accettare incarichi che sappia di non poter svolgere con adeguata competenza”; non può essere esente da alcune osservazioni critiche la prima.

La critica discende dal fatto che le regole emanate dal governo dell’avvocatura sono più di facciata che di vera sostanza perché non vi è nessuna verifica dell’effettivo e concreto aggiornamento del professionista bensì solo la verifica che lo stesso abbia partecipato agli eventi individuati raccogliendo quelli che, pomposamente chiamati crediti professionali, si possono chiamare più umilmente punti, almeno 30 punti ogni anno.

Non importa se il professionista entrato, dopo avere pagato il diritto di accesso, alla sala convegni si dedichi alla lettura dei quotidiani (magari sportivi) anziché al gioco della play – station o a trasmettere e ricevere messaggini telefonici (meglio se amorosi) l’importante è che abbia partecipato al convegno, pagato e raccolto i punti (non è neanche previsto l’obbligo di applaudire il relatore).

Il Consiglio dell’Ordine attesterà alla collettività che quel professionista offre il massimo delle garanzie professionali e la forma è salva (Decoubertianamente l’importante è partecipare).

Se invece il professionista, scrupoloso e zelante, cura costantemente la propria preparazione ed il proprio aggiornamento professionale utilizzando canali diversi da quelli previsti dal regolamento come i giornali e le riviste specializzate, banche dati e monografie tematiche, dovrà essere sanzionato con una delle sanzioni, previste dalla legge professionale del 27 novembre 1933, che vanno dall’avvertimento fino alla radiazione. In sintesi chi non partecipa ai convegni e tavole rotonde potrà anche essere radiato dall’albo!

Allora non è vero che viene sanzionato il mancato aggiornamento professionale, bensì la mancata raccolta dei punti attraverso la partecipazione ai convegni!

Mi sembra così dimostrata la prima osservazione critica: la declamata formazione professionale è più forma che sostanza, anzi solo forma.

Non basta! All’art. 2, comma 5, della normativa in commento è previsto che per dare informazioni a terzi sulla propria attività prevalente il professionista debba avere raccolto, nell’anno precedente l’informazione, non meno di 30 crediti (punti) nell’ambito dell’esercizio dell’attività che intende indicare.

Capiterà che se un cliente mi chiede se sono un penalista dovrò dirgli: “Raccolgo 30 punti e ti rispondo l’anno prossimo!”. Non ha importanza per il nostro Consiglio che un avvocato abbia, in 20-30 anni di carriera, partecipato, magari con ottimi risultati per i propri assistiti, a centinaia di processi penali anche delicati dal punto di vista professionale e giuridico, che abbia trattato avanti la Corte di Cassazione spinose questioni di diritto, che abbia istruito ed educato alla professione decine di giovani, oggi brillanti avvocati, l’unico elemento di valutazione è che questi abbia raccolto i punti assistendo ai convegni!

Mi sorge una domanda: è costituzionalmente legittimo il dictat del Consiglio Nazionale Forense fatto proprio dai vari Consigli territoriali?

Non va dimenticato che la professione di avvocato è una libera professione intellettuale rientrante tra quelle indicate dall’art. 2229 c.c. e che l’art. 33 della nostra tanto vituperata costituzione (definita di recente dal Presidente della Repubblica una signora con qualche ruga ma ancora di aspetto giovanile) prevede la necessità dell’esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio professionale. Dopo avere superato l’esame di Stato il professionista iscritto all’albo ha il dovere di continuare ad aggiornarsi ma ha anche il diritto di farlo come ritiene più consono alle sue esigenze.

Se è vero, come è vero, che spetta all’Ordine professionale l’accertamento del possesso dei requisiti per l’iscrizione all’albo può questo impormi le modalità con cui debbo curare il mio doveroso aggiornamento professionale?

La risposta che mi posso dare è che tale imposizione venga a violare gli artt. 3 e 41 della Costituzione generando, l’illecito disciplinare così come previsto, una situazione di diseguaglianza tra soggetti che posseggono lo stesso grado di aggiornamento professionale ma prodotto in maniera diversa violando altresì il principio di libertà dell’iniziativa economica privata atteso che la gestione di uno studio è certamente da ricomprendersi tra le iniziative economiche libere.

Prescindendo comunque dalla correttezza costituzionale, la normativa è lesiva a mio parere del diritto di ognuno di studiare ed aggiornarsi secondo la propria organizzazione, metodologia ed iniziativa, non è chi non veda come la nuova normativa abbia un carattere meramente politico che, nascondendosi dietro l’esigenza della tutela della collettività dei cittadini, mira semplicemente a generare una nuova categoria di professionisti: quella dei convegnisti che saranno, col tempo, sempre più pagati a spese di chi è costretto, per legge, ad ascoltarli. Un balzello bello e buono.

Mi chiedo allora perché i componenti della categoria non reagiscano atteso che, a parte gli interessati quali i componenti degli Ordini ed i vertici delle Associazioni, tutti soggetti coinvolti, non ho ancora sentito un avvocato che apprezzi l’idea proposta (anzi imposta dal Consiglio Nazionale Forense) quale il regolamento impositivo delle specifiche modalità di aggiornamento professionale.

Che anche gli avvocati abbiano smarrito la proverbiale aggressività contro ogni forma di sopruso? Che anche gli avvocati, ormai intruppati nelle varie, forse troppe, associazioni si siano appiattiti ed abbiano smarrito la capacità di critica e di protesta?

Non lo credo, penso sia solo rassegnazione, ma gli avvocati non possono e non devono rassegnarsi perché è nella natura dell’avvocato; devono esercitare il loro diritto costituzionalmente garantito di difendersi, di difendere la loro autonomia e capacità organizzativa. Chi non sa difendere i propri diritti difficilmente riuscirà a tutelare quegli degli altri.

Un modo per far comprendere il proprio dissenso potrebbe essere quello di astenersi dal votare alle prossime elezioni dei Consigli dell’Ordine.

In conclusione per evitare l’obiezione di coloro che sostengono che le critiche debbono essere anche propositive propongo una valutazione effettiva annuale, a campione, per la verifica concreta del grado di aggiornamento professionale degli avvocati con relativa sanzione sospensiva per chi non superi la prova e che, magari, i Consigli dell’Ordine comincino a sanzionare coloro che si rendono responsabili di gravi errori professionali per imperizia e scarsa diligenza; cosa che fino ad oggi non mi risulta essere avvenuta.

La mia dignità di avvocato mi impone di astenermi da modalità di aggiornamento imposte che non garantiscono affatto una effettiva formazione ed aggiornamento ma sarò pronto ad accettare la sfida. Pur essendo io l’ultimo degli avvocati mi rifiuto, dopo 25 anni di professione, di essere trattato come un “bamboccione”.

Torino, gennaio 2008
Tommaso Servetto
Avvocato in Torino

1 febbraio 2008

Anagrafe equina: AIA e FISE. Qualche cosa in più.

Avevo scritto in un altro post del dubbio fondamentale, e cioè che cosa intendesse fare la FISE riguardo ai libretti e alla possibilità di integrare il suo database con quello dell'anagrafe equina.

Qualcosa mi sono chiarito, anche se sudandolo. Innanzitutto ho partecipato ad una riunione, a Novara, dove era presente il Dott. Claudio Lorenzini, dell'AIA, il vertice dell'Anagrafe equina, che esponeva il sistema.

Ha detto, esplicitamente, e ho chiesto e ottenuto pubblica riconferma, che in futuro (mesi? anni?)i libretti FISE non ci saranno più, e che si sta lavorando per un accordo in cui la FISE metterà un timbro sul libretto AIA (c'è già lo spazio apposito), e con quello i cavalli parteciperanno alle competizioni. Per i pratici del settore, quello che già avviene adesso per i libretti UNIRE.

A rinforzo di questa posizione, l'osservazione che i libretti FISE vengono emessi ad almeno tre anni di età, mentre quelli AIA (APA) possono essere emessi già entro i sette mesi di età. Rimane quindi un periodo di vuoto che deve essere in qualche modo riempito: non si può pensare che i soggetti stiano senza libretto fino a tre anni.

Devo dire, mi sono stupito. Ero convinto che la Federazione non rinunciasse così facilmente ai libretti, anche perchè si tratta di soldi: è ben difficile chiedere 180 euro per un timbro, mentre adesso vengono chiesti per il rilascio del passaporto: in qualche modo "qualcosa si vede", per intenderci. Il risultato sarebbe di fare inferocire i proprietari dei cavalli, ovviamente, e di crearsi ulteriori antipatie, e forse non è il momento

Ho fatto qualche telefonata e ricerche. Sembra che la situazione sia duplice, in FISE: da una parte il Segretario Generale, il Dott. Sergio Bernardini, che la penserebbe come Lorenzini, e forse è proprio lui ad avere già aperto tale linea con l'AIA, dall'altra il Presidente, Ing. Cesare Croce, che vede il libretto come la "tessera della palestra" (definizione utilizzata in un recente incontro con i Giudici di gara a Roma), quindi un documento aggiuntivo al libretto dell'Anagrafe equina.

Francamente, l'ipotesi Croce pare ben debole, per non dire peggio. Paradossalmente, proprio per la sua natura di documento conforme alle direttive CE 2000/68 e 623/93, per il fatto di essere di per sé un documento di identificazione, e NON, per requisiti intrinseci, una "tessera della palestra", un'affermazione del genere è debole.

Insomma, la posizione di Croce è di chi è al primo quarto del guado, e non ha la forza (o la volontà) di compiere tutto il tragitto, e quasi vorrebbe tornare indietro ma non può.

Personalmente, anche se fino a prima della riunione pensavo il contrario, credo ora che l'evoluzione sarà quella prospettata dall'AIA, anche perché quest'ultima pare accettare, se non cercare, lo scontro duro, senza cedimenti, su questo punto. Lorenzini è stato esplicito e non titubante: i libretti FISE scompariranno.

In ogni caso, vinca qualsiasi delle due linee all'interno della FISE, sia Bernardini, sia Croce, l'esito non cambia: nessuno, in ambedue i casi, ipotizza un ruolo attivo della Federazione nell'anagrafe equina.

A me pare una linea perdente, ma il mio interesse è ovviamente marginale. Quello che è importante è un minimo di chiarezza, anche se non ci arriva dalla FISE, ma ci siamo arrivati lo stesso.

Si poteva ipotizzare, e sarebbe stato sensato, che si arrivasse ad un accordo AIA-Federazione per cui si aveva lo scambio di dati, ed un soggetto iscritto nel database sportivo sarebbe stato riconosciuto iscritto all'anagrafe equina. Oggi questo accordo sembra più difficile.

L'utilità sarebbe stata reciproca, indubbiamente, e avrebbe potuto funzionare, ma non fa niente Come ho già scritto, le componenti in campo non vogliono far funzionare il sistema, ma semplicemente cercare di esercitare un loro potere.

Se dovessi dare un consiglio a Croce, o cambia i suoi consulenti, o inizia ad ascoltarli. Messo così, rimane nel guado, mentre gli altri attraversano...