17 febbraio 2009

Irene Tinagli. Talento da svendere. E la Veterinaria.

Perché in Italia la selezione funziona molto spesso al contrario, e nelle organizzazioni avanzano i peggiori, i più ambiziosi o comunque le mezze calzette? Perchè non ci possiamo meritare di meglio dalla "politica", intendendo in senso lato qualsiasi esercizio del governare, ad ogni livello? Esiste un motivo strutturale che ci condanna a questa situazione o siamo vittime di qualcuno?

Queste domande partono dalla lettura del libro di Irene Tinagli "Talento da svendere". Chi è Irene Tinagli? Direi che è stata la personificazione del motto di Nanni Moretti "mi si nota di più se vado o non ci vado?", perché la sua popolarità è aumentata notevolmente quando si è dimessa dal direttivo, dal gruppo progettuale, del Partito Democratico, con giuste motivazioni: in un anno nessuno mi ha chiesto niente. Ha mostrato una buona dote di preveggenza, come vediamo in questi giorni.

Nel suo libro Irene Tinagli si pone delle domande importanti. Personalmente non condivido totalmente le sue risposte che mi paiono più orientate allo statalismo, ma certo le premesse sono utili ed interessanti.

C'è un convitato di pietra nella lettura di"Talento da svendere", ed è Richard Florida, docente dell'Università di Toronto di cui la Tinagli è assistente europea ed epigona.
Florida è diventato famoso per la sua teoria delle tre T e del loro risvolto sullo sviluppo dell'economia.
Tre T: Talento, Tecnologia, Tolleranza. Florida affermò, con brutale riassunto, che lo sviluppo di una regione, una città, una nazione, è legato alla presenza di Talento, Tolleranza, Tecnologia. Talento e tecnologia tutto sommato poteva essere prevedibile, ma tolleranza che c'entra?

Sempre con un riassunto estremo, si è notato che le nazioni con un atteggiamento più tollerante attraggono di più il talento, e ne permettono lo sviluppo.

Mi pare che Irene Tinagli centri benissimo il punto quando, a pag. 183, cita lo scrittore inglese Tobias Jones, autore di un altro libro molto importante per chi sia affezionato all'Italia. L'Italia "è sempre alla ricerca di un ordine, di una regola......discutiamo all'infinito della forma...piuttosto che pensare ai risultati che dovrebbero raggiungere...si fanno norme che regolano minuziosamente...si creano complicate norme..si creano enti, agenzie, authorities, commissioni e commissari speciali. Eppure continuiamo ad avere abusi, frodi, disfunzioni. Il problema è che accanirsi sulla forma e le procedure serve a poco se non si cambiano le logiche che le animano e se esse vengono svincolate sai risultati e dagli obiettivi finali".
Ecco. Perfetto. Non una parola da aggiungere.

Inendiamoci, non parliamo della veterinaria, che è una piccola pozza, parliamo dell'Italia. Nel settore della veterinaria però troviamo forse il peggio.
Diversi i motivi:
- se a scrivere le regole sono degli avvocati, degli ingegneri, qualche speranza ce l'hai. Se è un veterinario, bisogna dire come D'Annunzio. "L'autore di questi versi è un veterinario, non uno scrittore". E aveva ragione. Manca, per diverse cause, una capacità di scrivere, quindi di pensiero.
- quando un non avvocato ci prova, a scrivere delle regole, si avvita in una serie di codicilli e formalismi che nemmeno il leguleio peggiore ci riesce. Con esiti comici e tragici.
- esiste una folta schiera di figure che non hanno un potere e lo cercano tramite regole che giustifichino la loro esistenza. Così amministrativi o dipendenti pubblici cercano di ritagliarsi un loro piccolo potere tramite la burocrazia o il formalismo, così rappresentanti eletti creano norme senza fondamento. Una volta mi è capitato di sentire in un Consiglio di un Ordine che "abbiamo deciso che non è possibile dare ad un ambulatorio il nome di una via", senza alcun fondamento legale.
- c'è la tendenza a giocare con le regole per ottenere una concorrenza a proprio vantaggio. Notare bene, ed è una verità: chi dice che non vuole concorrenza, è solo perchè la vuole a proprio favore. La fa anche lui, ma la fa sporca. Quella degli altri è sempre scorretta o sleale. Perché non la fa lui.

In veterinaria abbiamo visto il peggio della scrittura ipertrofica, cancerosa, metastatica, di regole insensate. Ci hanno dato dentro con il farmaco, le prescrizioni, le strutture, l'ECM, gli Ordini, la pubblicità, le buone pratiche, i tariffari, la ricetta veterinaria. Abbiamo norme per ogni insignificante comportamento, codicilli per qualsiasi azione, circolari per tutte le necessità. Ci dicono come, cosa prescrivere, come firmare, come dev'essere fatto il timbro. Registri, modelli, moduli, registrazioni, iscrizioni, conformità, visti, certificati per ogni minuzia. Il tutto condito con qualsiasi interpretazione velleitaria possibile ed impossibile.

La veterinaria soffre particolarmente della pretesa da parte di associazioni private di crearsi uno spazio di potere, invadendo illegalmente le istituzioni. Altro che tolleranza. L'impossibilità di dialogo è pressochè totale. Le voci non allineate sono sistematicamente escluse, amministratori vogliosi di un loro piccolo gettone si ritengono al di sopra di ogni critica, esiste un muro di gomma, una piena di facce di bronzo, incredibile. Non vengono selezionati nemmeno gli ambiziosi, che sarebbe anche accettabile. No, passano i vanitosi. Ed è peggio.

Altro che Talento e Tecnologia. Ci fermiamo molto prima.
Senza un confronto, anche forte, sulle idee, si creano solo soluzioni infelici, nauseanti. Sì, i vanitosi arrivano, ma poi quando si tratta di lavorare spariscono, o peggio, creano danni.

Come uscirne? Al solito, la stagione delle riforme deve ancora iniziare. Occorre riscrivere le regole, in una nuova e completa moralità. Attarre i talenti è imperativo, perchè la situazione è bipolare: se non attrai i talenti, selezioni i peggiori.
Se vogliamo un nuovo sviluppo, non potremo farlo senza Tolleranza, Tecnologia, Talento. Le altre sono solo scorciatoie, che non funzionano.
E purtroppo noi non possiamo dimetterci, come ha fatto Irene Tinagli. Siamo vittime obbligate.

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16 febbraio 2009

Ritorno al futuro. Dove andrà la veterinaria?

Riflettere sul senso del cambiamento è importante, se non vitale, per la professione e per la società in cui viviamo. Sono poi convinto che la professione veterinaria abbia una sua particolarità, e sia un piccolo laboratorio sociologico, per vari motivi.
Nel 2009 compie dieci anni un documento di studio della Organizzazione Mondiale per la Salute, elaborato tra l'altro in Italia, che si occupava di delineare il futuro della veterinaria: "Future trends in Veterinary Public Health". Sebbene documento governativo, quindi un po' ingessato ed impegnato nella mediazione politica, è interessante e vale la pena di rileggerlo.

Consideriamone qualche concetto:

- la riduzione del numero dei veterinari pubblici. "..a period of reductions in government veterinary staff and growing demand for services..". Per l'Italia, che ha un alto numero di veterinari pubblici, ed una consolidata prassi di mantenimento dell'apparato pubblico, questa tendenza sarà verso un mancato turnover, con la diminuzione delle assunzioni, ed in effetti questa tendenza è già in atto. Occorre comunque calcolare che il numero di veterinari pubblici italiani, soprattutto negli anni 80, in seguito ad una visione centralista, crebbe in modo notevole, molto superiore alle altre nazioni europee.

- sempre dalla stessa frase, l'aumento della domanda di servizi. E' in effetti un aumento potenziale, che si manifesta anche con una diversificazione delle richieste. Si richiede maggiore efficienza, rapidità, economicità del servizio reso.

- l'aumento del commercio degli animali e dei prodotti di origine animale. Non solo l'aumento in termini numerici, ma anche come complessità. I commerci avvengono tra sistemi sanitari, di allevamento e produzione, molto differenti, strutturati diversamente. L'armonizzazione è difficile, e aumentano le situazioni di non allineamento tra legislazioni, con conseguenti inconvenienti

- che senza un efficace programma di controllo nelle nazioni esportatrici aumenteranno le epizoozie (epidemie) e le contaminazioni alimentari. Non basteranno i metodi HACCP ed ISO, seppure importanti. E' vero. Ce ne siamo accorti. Dal latte alla melamina alla carne alla diossina.

Il documento si chiedeva, 10 anni fa, come potranno essere assolti i compiti della veterinaria pubblica in futuro? ("the questions to be answered are: how can current and future functions of VPH services be fulfilled, and what kind of delivery systems will have to be designed?")
La risposta, per molti versi ovvia, sta nella "multifocal leadership", la collaborazione tra settore privato e pubblico, e nel concetto che "the private sector should play an increasingly prominent role".

Senza settore privato non si va da nessuna parte, gli scopi della veterinaria pubblica falliranno miseramente, con danno di tutti. Questo è un concetto che anche appunto l'OMS condivide, ma che in Italia stenta a passare. Da noi abbiamo ancora un'impostazione statalista, centralista, per cui "pubblico è meglio".

Sfortunatamente, "Success or failure will ultimately depend on the ability to translate these concepts into practice." E fino ad adesso, abbiamo visto poco. Certamente i convenzionati sono attualmente molto diffusi nella veterinaria pubblica, come d'altronde lo sono in tutto il mondo, ma i pubblici dipendenti continuano a ritenere di essere in posizione "superiore", quasi spocchiosa.
La strada è certamente nella sussidiarietà, nell'affidamento al privato delle funzioni che si possono delegare, nell'alleggerimento della struttura pubblica, che continua invece ad essere restia e a mantenere il sistema poco efficiente e costosissimo.

E' ora di cambiare e salire finalmente sulla DeLorean. Chi guida? Il problema è che di scienzati pazzi ne abbiamo molti, troppi...

Anagrafe equina Il capitolo IX. Chi lo compila?

Un'altra fonte di confusione enorme nell'anagrafe equina è, direi è stata, la compilazione del capitolo IX, la destinazione finale del cavallo. In parole semplici, il proprietario può scegliere se il suo cavallo verrà destinato, a fine carriera, alla produzione di alimenti per l'uomo o no.

Ribadisco tra l'altro il mio consiglio: NON scegliete di destinarlo alla macellazione, non solo o non tanto per motivi etici, ma perché questo vi complica la vita, e nemmeno vi porta un guadagno economico sensibile. Tanto alla fine incassate niente in tutti e due i modi.

Questo foglio deve essere compilato dal proprietario e a fianco c'è una casella per il "nome e firma del rappresentante dell'autorità competente". Qual'è la funzione di questa firma di un terzo? Ovvio, quella di testimonianza in caso di diatribe sulla firma principale, quella del proprietario. Notare bene, la ritengo già giuridicamente un obbrobrio. Non è che in mancanza della firma dell'autorità responsabile la scelta del proprietario non sia valida. Lo è eccome. Nessuno può destinare alla macellazione un cavallo dove il proprietario, anche non controfirmato, abbia scelto diversamente. E' il proprietario che fa la scelta essenziale, che manifesta il suo diritto soggettivo di farla. Giuridicamente la firma dell'autorità è un aspetto formale, non sostanziale, della compilazione. Ma la sua assenza non invalida la volontà del proprietario.

Comunque, ci sono state una serie di pasticci e confusioni enormi, incredibili. Molti dipendenti ASL hanno scelto di NON timbrare il capitolo IX, l'UNIRE pretendeva di incaricare dei veterinari che a pagamento avrebbero dovuto fare delle "giornate di timbratura", la FISE emanava circolari che lanciavano fuoco e fiamme e diceva che i Comitati regionali avrebbero timbrato loro i capitoli IX. Un massacro, come al solito.

Personalmente, già in data 16 ottobre 2008 scrivevo ciò che comunque sarebbe stato chiaro a chiunque fosse in buona fede, e cioè che la pretesa di far firmare dall'autorità che aveva emesso il libretto il capitolo IX era insensata ed infondata.

In data 31 dicembre 2008 il Ministero della Salute emana finalmente una nota, che mi sembra chiarisca finalmente questo punto, nel senso più naturale possibile.
La nota si occupa di farmaci nella specie equina e conseguentemente del capitolo IX, dicendo che in caso di trattamenti effettuati secondo il principio della cascata, il "veterinario responsabile" compila il capitolo IX, abrogando un'eventuale scelta diversa (soggetto destinato alla produzione di alimenti).

Non è il caso di mettere qui confusione impegnandovi con il principio di cascata. Vi basti sapere che la definizione di "veterinario responsabile" coincide ovviamente con quella di curante, a norma del Decreto Legislativo 193 del 2006, art.11. Per implicita conclusione, quindi il veterinario curante è responsabile e può compilare ovviamente il capitolo IX come controfirma della volontà del proprietario.

Un'ultima considerazione. La nota ministeriale afferma un'altro principio che secondo me era già acclarato, ma è utile ribadire: in mancanza della firma sul capitolo IX il cavallo è considerato destinato alla macellazione. La firma ESCLUDE il cavallo da questa destinazione. Se il vostro cavallo non ha il capitolo IX compilato, allora non gli possono essere somministrati determinati farmaci (ad esempio il fenilbutazione, per citarne uno) e voi dovete tenere il registro per la somministrazione di medicinali, che il veterinario dovrà firmare in caso di somministrazione di farmaci.

Tirando le somme, ripeto i consigli:
- scegliete la destinazione non DPA (non macellabile)
- compilate il capitolo IX e fatelo controfirmare dal veterinario curante, da quello ASL, dall'APA, dalla FISE, da chi volete
- se il vostro libretto non ha il capitolo IX, o chiedete alla FISE (se è un passaporto federale) di aggiungerlo, oppure stampatelo su un foglio e pinzatelo. Chiedete al veterinario ASL o libero professionista di apporre un timbro sull'angolo ripiegato del foglio (il cosiddetto "ricciolo"). Nel caso il cavallo venga iscritto all'APA (cosiddetto microchip virtuale) a 18 euro, fate aggiungere questo foglio.

A me sembra che venga inoltre affermato un principio basilare, che l'Europa già riconosce ed invece in Italia sembra voler essere negato: la funzione certificatrice del veterinario libero professionista, funzione semplice, economica, naturale. Abbiamo dovuto aspettare fino ad adesso per vederla ammessa. Ecco il disastro dell'Italia...

6 febbraio 2009

Doveri non esercitati che diventano diritti rifiutati. La Deontologia.

Della poca importanza degli Ordini ce ne accorgiamo anche, in questi giorni, dalle norme che passano o dovrebbero passare sulla testa dei medici chirurghi senza che nessuno si interroghi sulla deontologia.

Insomma, si parla di segreto professionale, si parla di accanimento terapeutico, di cessazione delle cure. Nessuno che si interroghi sulla deontologia, sulla coscienza del fatto che esiste un Bene ed un Male in certe professioni.

Eppure è così. Senza Etica, senza Deontologia,il farmacista è un commesso di negozio, il medico uno scribacchino di provincia, un veterinario un canaro che ha letto qualche inutile libro (o dispensa) in più.

Una grande frase che ho sentito una volta proveniva da un avvocato: "i diritti non esercitati vengono tolti, le libertà non presidiate vengono rifiutate". Questo è quello che avviene, come categoria, agli Ordini professionali, che confondono la funzione di Tribunale Deontologico con quella di sindacalisti della professione. Non è così. E purtroppo ne vediamo le conseguenze oggi: gli Ordini sono estremamente deboli, ridicoli come una drag queen che cerca di essere credibile. E nessuno che li consideri seriamente.

Non esercitare la Deontologia, quando sei in realtà il suo massimo custode, amministratore, porta a questi effetti. Nessuno si cura più di te. La causa del male NON è la rozzezza della politica, ma l'ignavia degli Ordini professionali, che considerano la Deontologia come un extra, un fatto accessorio. Si occupano (o vorrebbero occuparsi) di rapporti con i politici, di lobbismo e nient'altro. Non dico che non siano cose importanti, ma quando svolgi queste funzioni a tempo perso, secondariamente, non puoi poi pensare di essere il riferimento principale.

Come concretamente far sì che l'etica ridiventi primaria negli Ordini professionali?
Lo dico e ridico.
- nella funzione giudicante degli Ordini devono essere associati degli esterni alle professioni. Giudici, magari in pensione, rappresentanti dei consumatori, dei malati, dei proprietari di animali, insomma, qualcuno che rappresenti i più deboli nella catena deontologica. Non si può pensare che esistano processi senza i rappresentanti delle vittime. E' una questione di logica.
- pubblicazione di statistiche sull'operato dei singoli Ordini, che rendano conto di cosa è stato fatto. Numeri concreti, dati esatti.
-trasparenza e apertura al pubblico dei procedimenti disciplinari. I verbali dovrebbero essere in formato audio, semplicemente registrati. Quando metti un registratore sul tavolo, magari qualcuno ci pensa due volte prima di comportarsi da non responsabile.

Solo un brainstorming, per carità, ma almeno che il problema venga preso in considerazione.
Altrimenti finisce come vediamo in questi giorni. "Senza l'Etica, è barbarie". Questa segnatevela, l'ho detta io, non l'avvocato.

"Invito all'Etica" di Fernando Savater

1 febbraio 2009

Anagrafe equina. Un esempio dall'estero.

Una buona idea di organizzazione in tema di anagrafe equina ci viene dall'Inghilterra, e mi pare che provenire dal paese dei cavalli sia una garanzia accettabile.

Andate sul sito di Farmkey, ovviamente in inglese, e vedrete il sistema ed i suoi costi (ovviamente più bassi di quelli italiani).

In sostanza, molto semplice: esistono circa 70 associazioni e pure società private che sono state abilitate dal Ministero ad emettere passaporti. Non stiamo nemmeno a discutere se sei un'associazione sportiva o allevatoriale. La legge fissa i requisiti del riconoscimento dei cavalli, poi chiunque è in grado di assolverli lo può fare. Ordinate il passaporto, lo compilate e fate vidimare da un veterinario (o glielo fate compilare, meglio ancora). Fate microchippare il cavallo dal vostro veterinario e poi viene applicato un piccolo marchio ad azoto, per indicare che il cavallo è dotato di microchip.

A me sembra che si tratti di un meccanismo semplice, economico e che non prevede, come siamo abituati a vedere in Italia, nessuna "rendita di monopolio". Non è "lo fai tu perché sei autorizzato", ma piuttosto si fissano i requisiti e poi che lo faccia chi crede, al prezzo che crede, con un meccanismo anche competitivo e non statalista.
Non è più semplice?